mercoledì 20 giugno 2001

Wild world restaurant!

Grandi ristoranti, piccoli mondi selvaggi! Grandi ristoranti, abitati da una fauna strana, devi farci l’occhio, fauna abituata alla strada, in cattività otto nove ore al giorno, poi esplode nei locali fumosi, quelli aperti fino a tardi, che ci vai dopo il lavoro, quando i clienti, la gente normale, va a casa a dormire.
Cos’è un grande ristorante? Ancora non lo so. Me lo chiedo mentre lavoro, me lo chiedo quando finisco il mio turno, mi cambio, mi lavo le ascelle sudate, me ne vado a bere qualcosa con qualche cameriere o cuoco o lavapiatti. Me lo chiedo ancora. Mi piace? Si, mi piace. Perché? Non lo so, me lo chiedo, ma non lo so.
Cook line, per assemblare i piatti, c’è il capo cuoco, lo chef, che controlla e dà il tocco finale tipo spruzzatina di prezzemolo sul cosciotto d’agnello, pomodorino rosso e coriandoli di cipolla fritta che sembrano sculture, mica piatti da trangugiare. Cook line è fatta poi pure di altre persone meno remunerate, che cuociono bistecche, che preparano le salse, che friggono patate e vegetali vari in grossi padelloni anneriti. I piatti finiti, tutti sotto alla luce calda del bancone della cucina, aspettano di essere controllati, puliti sul bordo con panno umido, e raggruppati per numero di ordinazione: tutti i clienti di uno stesso tavolo devono essere serviti contemporaneamente, non si sgarra! E ogni piatto vuole il suo accompagnamento particolare, mint souce o patate fritte che siano, quello deve essere e quello sarà. E questo lavoro di controllare che un’ordinazione sia completa, di pulire il bordo dei piatti, di metterli su uno o più vassoi e di portarli presto presto ai tavoli, che se no poi le cibarie si freddano, questo lavoro che viene indicato con l’appellativo che lascia intendere molto ma non tutto, appellativo che è quello di runner, questo lavoro lo faccio io, e non mi dispiace affatto. Cioè, poteva andare peggio, no?
Poi, continuando, il runner porta i vassoi fuori, in sala, li appoggia su una specie di cavalletto detto stand, li serve velocemente e con grazia come lui sa fare, da destra, come si deve fare, usando un panno per non scottarsi le dita perché, pare, nei grandi ristoranti i piatti si servono bollenti, i piatti proprio, non i cibi. Allora il bravo runner non si scotta mai, che usa il panno con destrezza e abilità, non si scotta mai e avverte pure i clienti, dice, attenzione, be carefull, il piatto è bello caldo. Loro allora tirano indietro le mani di scatto, poi sorridono compiaciuti, che lo sanno anche loro che nei grandi ristoranti i piatti sono bollenti, lo sanno. Alcuni poi si scottano lo stesso, quelli meno abituati allo sfarzo, sicuramente. Quelli che volevano farsi la serata ma che non ci sono abituati mica. Continuando ancora, il cameriere addetto alla stazione, che si chiama cosi un gruppetto di tavoli vicini tra loro, il cameriere addetto, lo stesso che prima si era incaricato di prendere l’ordine, lui serve il vino, sparecchia il tavolo, chiede tutto bene? e prende i soldi quando è il momento. Ogni cosa finisce, poi, in una zona nascosta, poco ambita, un po’ sporca, dove per lavorarci ci vuole pazienza, tanta. Una zona detta kitchen porter. Girone dantesco dove uomini rigorosamente in tuta blu da operaio fiat espiano colpe che non ci è dato sapere. Questi peccatori sono addetti alla pulizia delle stoviglie, dei pavimenti, di tutto quello che c’è da pulire. Sono brave persone, e secondo me quella fine non se la meritavano, secondo me.

lunedì 4 giugno 2001

Giorni che ci proviamo

Allora, siam qua. Poca estate. Estate non ancora e già finita. Che dicono maggio il mese più bello di certo, qua, sole caldo, dicono. E infatti tutti ignudi lasciano le case e si spandono per il villaggio, tutti a godersi la bella estate fuggevole, ma proprio fuggevole, che pare duri non più di due tre settimane l’anno, al massimo, se va bene. Io invece mica me la riesco a godere. Che c’ho freddo, io. Mica c’ho la pelle dura come questi nordici discendenti dei vichinghi, io. Io inverno. Io inizio primavera, tie’, al massimo, se proprio vuoi farla rosea. Ma estate proprio no. Noo. Estate è un’altra cosa. Estate me la ricordo, a Roma, o giù in Salento, caldo torrido. Oppure a Bologna, che è umido, è diverso. E’ un altro tipo di estate. Ma questa no, proprio estate non si può dire. Comunque, niente. Ci provo, a godermi questo inizio primavera, che la faccio rosea per farmi coraggio, ci provo.
Allora il mese di maggio è un mese che ci provo. Sono giorni che ci proviamo, a farli passare con dignità. Sono giorni che vado a scuola la mattina, non sempre, quando posso. Che me l’ero scordato cosa significa alzarsi la mattina e andare a scuola. L’avevo sapientemente cancellato dai miei ricordi. Adesso, niente. M’è tornato attuale. Il problema, la questione, la condizione dello studente. Allora delle volte non ci vado, faccio sega, come una volta. Faccio sega, che è una bella soddisfazione. Che sono ore di sonno in più che le stai rubando al tuo io cosciente, le sottrai quatto quatto e il tuo io onirico gode. Il tuo io onirico, che ultimamente l’avevi un po’ trascurato, con ‘sta storia del fare fare e fare, il tuo io onirico ci gode da morire. Che è un’eterna battaglia, non so se lo sapete, è un’eterna lotta e ultimamente s’era un po’ sbilanciata verso quell’altro io. Allora adesso ogni tanto faccio sega, che c’ho bisogno di ristabilire un attimo l’equilibrio dei miei io, io. Che se poi uno dei due prende il sopravvento, non so se lo sapete, quale che sia, non so se lo sapete che può essere pericoloso. Che c’è gente che va a finire nei manicomi per questo. Altri no. Altri scrivono le canzoni, dipingono, si tagliano le orecchie. Fanno cose strane, ma non proprio da manicomio. E allora diventano famosi. Anche se alcuni solo dopo morti, che non è tanto bello, ma ci si può stare lo stesso.
Questi giorni, poi, dopo la scuola, quando ci vado, dopo la scuola mi trastullo al sole per un’oretta. Mi trastullo al sole steso come una lucertola del St. Stephen’s Green. Al St. Stephen’s Green, di solito. Poi, dopo ancora, vado a lavorare. Che ho trovato un altro lavoro. Ah, questa è una storia che mi è capitata, che posso definirla proprio un bel colpo di culo. Uno di quelli sacrosanti, che te li sei meritati, che se non fossero arrivati avresti cominciato a dare di matto. Avresti cominciato a dare troppo spazio, che ne so, magari al tuo io onirico, o a quell’altro, e insomma casini, manicomi, orecchie tagliate, autoritratti con le bende sanguinanti. Grandi casini, se certi colpi di culo non arrivano in tempo.
Un amico mio, Khalid, amico di quegli amici freschi freschi, che l’ho conosciuto proprio da poco, questo amico mio, mentre beviamo una birra in uno di quei pub per turisti che ci sono in Temple bar, che io ero appena uscito dal lavoro, mentre beviamo mi dice, oh, lo sai che io ho lasciato da poco un bel posto da cameriere in un bell’hotel elegante di una bella zona qua di Dublino? No che non lo so, dico, che io mica lo sapevo che lavoravi in un hotel, mica le cose le so da solo, io. A proposito, che lavoro fai, gli chiedo, che non te lo avevo chiesto, che lavoro fai? Non dimostro tutta la mia intelligenza, mai con qualcuno che conosco da poco. Infatti mi dice, per l’appunto facevo il cameriere in un bell’hotel di una bella zona qua di Dublino, ma l’ho lasciato. E perché l’hai lasciato, questo bel lavoro in questa bella zona qua, eh? E lui sorvola, non si capisce, poi dice enivueis, comunque, se ti va ti ci porto io, in questo bel posto, che m’han detto che cercano, adesso. Allora a me la cosa un po’ mi puzza, che se il posto è così bello, in questa bella zona di Dublino, perché mai lasciarlo a me, giusto? Ma, però, siccome ho imparato a non fare troppe domande tutte insieme, che se no lo risposte poi non c’hai il tempo di ascoltarle, siccome ho imparato questa cosa che la ritengo di fondamentale importanza nelle relazioni sociali di ognuno, allora tiro dritto per questa bella strada che mi si prospetta, in questo bell’hotel di questa zona, bella di Dublino.
Così, qualche giorno più tardi, ci vado davvero in questo hotel, che si chiama Bewley’s in Ballsbridge, per differenziarlo da altri Bewley’s che ci stanno in giro, come il Bewley’s in Grafton street e altri che non conosco. Ci vado davvero. Dopo qualche giorno. Compilo il modulo, qualche domanda, qualche risposta. Che dici è andato bene, ‘sto colloquio, oh, Khalid, che dici, che pensi, oh. No bene, bene, fa lui, non ti preoccupare, non c’è problema, questi li conosco bene io, ti chiamano sicuro. E va be’, faccio come dici tu. Non mi preoccupo, io. Che tu questi li conosci. Ma speriamo, Khalid, speriamo, che io non ce la faccio più al Fitzsimons di Temple bar, manco un giorno di più, davvero.
Allora certe storie finiscono bene. Certe storie finiscono male. Certe storie finiscono così così, che non lo sai dire bene o male. Dici è finita, e basta. Questa storia è della prima specie, per fortuna. Per fortuna non è della seconda, dio ci scampi, e nemmeno è della terza, come quasi tutte. E’ della prima specie. Cioè mi chiamano, mi dicono venerdì cominci, ok? Dico Sciur, che qui è un modo per dire senz’altro, ma ti pare, non aspettavo altro. E poi arriva venerdì, e comincio davvero.
Mi presento in questo bell’hotel, raffinato, elegante, fighetto. Ci vado, come no, con i pantaloni neri che me li sono appena comprati in un grande magazzino di qui, uno di quelli popolari. Ma belli, i pantaloni, dico, belli davvero, che quasi mi dispiace usarli a lavoro. Mi presento, dico, devo lavorare qua, io, da oggi comincio, non so se lo sapevate. E chi mi risponde è una bella ragazza sulla trentina, irlandese, che la capisco poco ma quanto basta per capire il suo nome, che si chiama Linda, la ragazza, che lei è la manager del posto, assieme a un altro, che poi c’è tutta una gerarchia di assistent manager e supervisor, poi altri camerieri esperti, poi altri camerieri anziani, poi, dopo, io. Ma non demordere, mi dico, lo dico a una parte di me sempre in agguato, sempre lì pronta a boicottare ogni situazione nuova e imbarazzate. A questa parte gli dico va be’ che sei l’ultimo arrivato, va be’, non c’è mica problema, è normale che il primo giorno sei l’ultimo arrivato. Poi, dopo, quando arriverà qualcun altro, nuovo, quando arriverà, poi, non sarai più l’ultimo arrivato. Poi sarai già uno con esperienza, o anziano, o non so cos’altro. Facciamo questi discorsi, io con me stesso, quando ci si presentano certe situazioni nuove, certe situazioni che devi affrontare brillantemente, impavido, se no poi ti licenziano. Per fortuna dopo mi presentano l’assistent manager, italiano di Napoli che è un piacere parlarci e capire quasi tutto quello che dice. E la cosa allora prende una piega diversa, più facile, che questo italiano di Napoli qui, Giorgio, si chiama, emana tutto uno spirito patriottico e solidale che un po’ mi tranquillizza, un po’ mi da il voltastomaco. Ma va bene, mi dice, la prima cosa che devi imparare, la prima cosa che se no tutte le altre non ti servono a niente, la prima condizione imprescindibile per lavorare in un ristorante di un hotel di questa levatura qua che vedi, è senz’altro la pulizia, senza ombra di dubbio. Allora, va be’, a romano, vatti a fare la barba e stirati la camicia, che c’abbiamo il ferro da stiro, noi, qua, in questo ristorante di una certa levatura che lo vedi da solo, che te ne accorgi che mica puoi servire a tavola con la barba di un giorno e la camicia stropicciata, e levati pure l’anello al naso, che lui lo chiama così, levatelo che non siamo mica al carnevale di Rio, dice. E c’ha ragione, come no, ragionissima, presto fatto, leva il pearcing, fai la barba e stira la camicia. Non è mica il carnevale di Rio, dico a me stesso, riprendendo certi discorsi che ci facciamo, in certe situazioni che se no ti licenziano.