Grandi ristoranti, piccoli mondi selvaggi! Grandi ristoranti, abitati da una fauna strana, devi farci l’occhio, fauna abituata alla strada, in cattività otto nove ore al giorno, poi esplode nei locali fumosi, quelli aperti fino a tardi, che ci vai dopo il lavoro, quando i clienti, la gente normale, va a casa a dormire.
Cos’è un grande ristorante? Ancora non lo so. Me lo chiedo mentre lavoro, me lo chiedo quando finisco il mio turno, mi cambio, mi lavo le ascelle sudate, me ne vado a bere qualcosa con qualche cameriere o cuoco o lavapiatti. Me lo chiedo ancora. Mi piace? Si, mi piace. Perché? Non lo so, me lo chiedo, ma non lo so.
Cook line, per assemblare i piatti, c’è il capo cuoco, lo chef, che controlla e dà il tocco finale tipo spruzzatina di prezzemolo sul cosciotto d’agnello, pomodorino rosso e coriandoli di cipolla fritta che sembrano sculture, mica piatti da trangugiare. Cook line è fatta poi pure di altre persone meno remunerate, che cuociono bistecche, che preparano le salse, che friggono patate e vegetali vari in grossi padelloni anneriti. I piatti finiti, tutti sotto alla luce calda del bancone della cucina, aspettano di essere controllati, puliti sul bordo con panno umido, e raggruppati per numero di ordinazione: tutti i clienti di uno stesso tavolo devono essere serviti contemporaneamente, non si sgarra! E ogni piatto vuole il suo accompagnamento particolare, mint souce o patate fritte che siano, quello deve essere e quello sarà. E questo lavoro di controllare che un’ordinazione sia completa, di pulire il bordo dei piatti, di metterli su uno o più vassoi e di portarli presto presto ai tavoli, che se no poi le cibarie si freddano, questo lavoro che viene indicato con l’appellativo che lascia intendere molto ma non tutto, appellativo che è quello di runner, questo lavoro lo faccio io, e non mi dispiace affatto. Cioè, poteva andare peggio, no?
Poi, continuando, il runner porta i vassoi fuori, in sala, li appoggia su una specie di cavalletto detto stand, li serve velocemente e con grazia come lui sa fare, da destra, come si deve fare, usando un panno per non scottarsi le dita perché, pare, nei grandi ristoranti i piatti si servono bollenti, i piatti proprio, non i cibi. Allora il bravo runner non si scotta mai, che usa il panno con destrezza e abilità, non si scotta mai e avverte pure i clienti, dice, attenzione, be carefull, il piatto è bello caldo. Loro allora tirano indietro le mani di scatto, poi sorridono compiaciuti, che lo sanno anche loro che nei grandi ristoranti i piatti sono bollenti, lo sanno. Alcuni poi si scottano lo stesso, quelli meno abituati allo sfarzo, sicuramente. Quelli che volevano farsi la serata ma che non ci sono abituati mica. Continuando ancora, il cameriere addetto alla stazione, che si chiama cosi un gruppetto di tavoli vicini tra loro, il cameriere addetto, lo stesso che prima si era incaricato di prendere l’ordine, lui serve il vino, sparecchia il tavolo, chiede tutto bene? e prende i soldi quando è il momento. Ogni cosa finisce, poi, in una zona nascosta, poco ambita, un po’ sporca, dove per lavorarci ci vuole pazienza, tanta. Una zona detta kitchen porter. Girone dantesco dove uomini rigorosamente in tuta blu da operaio fiat espiano colpe che non ci è dato sapere. Questi peccatori sono addetti alla pulizia delle stoviglie, dei pavimenti, di tutto quello che c’è da pulire. Sono brave persone, e secondo me quella fine non se la meritavano, secondo me.
Cos’è un grande ristorante? Ancora non lo so. Me lo chiedo mentre lavoro, me lo chiedo quando finisco il mio turno, mi cambio, mi lavo le ascelle sudate, me ne vado a bere qualcosa con qualche cameriere o cuoco o lavapiatti. Me lo chiedo ancora. Mi piace? Si, mi piace. Perché? Non lo so, me lo chiedo, ma non lo so.
Cook line, per assemblare i piatti, c’è il capo cuoco, lo chef, che controlla e dà il tocco finale tipo spruzzatina di prezzemolo sul cosciotto d’agnello, pomodorino rosso e coriandoli di cipolla fritta che sembrano sculture, mica piatti da trangugiare. Cook line è fatta poi pure di altre persone meno remunerate, che cuociono bistecche, che preparano le salse, che friggono patate e vegetali vari in grossi padelloni anneriti. I piatti finiti, tutti sotto alla luce calda del bancone della cucina, aspettano di essere controllati, puliti sul bordo con panno umido, e raggruppati per numero di ordinazione: tutti i clienti di uno stesso tavolo devono essere serviti contemporaneamente, non si sgarra! E ogni piatto vuole il suo accompagnamento particolare, mint souce o patate fritte che siano, quello deve essere e quello sarà. E questo lavoro di controllare che un’ordinazione sia completa, di pulire il bordo dei piatti, di metterli su uno o più vassoi e di portarli presto presto ai tavoli, che se no poi le cibarie si freddano, questo lavoro che viene indicato con l’appellativo che lascia intendere molto ma non tutto, appellativo che è quello di runner, questo lavoro lo faccio io, e non mi dispiace affatto. Cioè, poteva andare peggio, no?
Poi, continuando, il runner porta i vassoi fuori, in sala, li appoggia su una specie di cavalletto detto stand, li serve velocemente e con grazia come lui sa fare, da destra, come si deve fare, usando un panno per non scottarsi le dita perché, pare, nei grandi ristoranti i piatti si servono bollenti, i piatti proprio, non i cibi. Allora il bravo runner non si scotta mai, che usa il panno con destrezza e abilità, non si scotta mai e avverte pure i clienti, dice, attenzione, be carefull, il piatto è bello caldo. Loro allora tirano indietro le mani di scatto, poi sorridono compiaciuti, che lo sanno anche loro che nei grandi ristoranti i piatti sono bollenti, lo sanno. Alcuni poi si scottano lo stesso, quelli meno abituati allo sfarzo, sicuramente. Quelli che volevano farsi la serata ma che non ci sono abituati mica. Continuando ancora, il cameriere addetto alla stazione, che si chiama cosi un gruppetto di tavoli vicini tra loro, il cameriere addetto, lo stesso che prima si era incaricato di prendere l’ordine, lui serve il vino, sparecchia il tavolo, chiede tutto bene? e prende i soldi quando è il momento. Ogni cosa finisce, poi, in una zona nascosta, poco ambita, un po’ sporca, dove per lavorarci ci vuole pazienza, tanta. Una zona detta kitchen porter. Girone dantesco dove uomini rigorosamente in tuta blu da operaio fiat espiano colpe che non ci è dato sapere. Questi peccatori sono addetti alla pulizia delle stoviglie, dei pavimenti, di tutto quello che c’è da pulire. Sono brave persone, e secondo me quella fine non se la meritavano, secondo me.