Guarda che roba… che portamento, che sguardo intenso. Eccolo là, eccolo che arriva… entra in classe… un sorriso ampio, un saluto generale. Siete miei ragazzi. In dieci lezioni vi prendo, vi sbatacchio, vi rivolto come un calzino… in dieci lezioni vi faccio diventare italiani con la favella italiana, vi faccio capire e comprendere e fare vostra questa cultura, questa bravura, questa eleganza, vi faccio cucinare le pasta al dente e bere il Chianti, e vi faccio andare al mare in Sicilia o a sposare a San Pietro, e lo sapete che sono la Sambuca con la mosca, l’ossobuco, i saltimbocca alla romana? Lo sapete che dice Bocelli, che bruscetta si dice bruschetta con la ci dura perché c’è l’acca in mezzo, eeeeh, e lo sapete, aspetta, lo sapete come si fa un espresso, ve lo spiego, come si gioca a calcio, che le acca non suonano ma incidono, in qualche modo, che se dico lei è carina non ti devi offendere, perché magari sto parlando proprio di te, signorina, e non di un’altra, magari, lo sapete che questa lingua è un mondo di cose e persone e modi di dire e fare e capire e perdersi e poi cantare a squarciagola su una vespa truccata quando vai al mare l’estate, lo sai Roma che spettacolo incredibile e che malinconia, così antica e ferma, e la sai Bologna la dotta, eh, mica la sai, fare l’amore sui lettini in spiaggia, che mondi, e tutto questo ed altre cose spicciole di grammatica e sintassi, tutti questi emisferi di saggezza che non è mia, nooo, bada bene, non è mia, magari, ma la tramando, la tramando, tutto questo ed altri pronomi che li usi al posto dei nomi, che furberia, ma attento ad accordarli per genere e numero, e certe poesie semplici e sincere, e le canzoni di Conte, tutto questo io vi saprò dire, in dieci lezioni dieci, se sarete attenti e volenterosi, tutto e altro ancora, che adesso parlo io, finalmente, parlo io e voi mi state a sentire, parlo io, parlo io, e pure, indirettamente, che tutto passa dalla scuola e mi arriva poi sul conto in banca, comunque, dicevo, pure mi pagate per starmi a sentire, eh. Ma pensa te, ma chi l’avrebbe mai detto, ma che roba questi irlandesi. Cioè: te lo aspettavi, te?
lunedì 12 novembre 2001
martedì 30 ottobre 2001
Combaciamenti.3
E mo’, amici miei, mo’ niente. La vita continua e bisogna farla andare, bisogna.
Allora passano alcune giornate di ristoro… sono quattro ore di lavoro in meno ogni giorno. E un giorno in meno a settimana. Non so se rendo l’idea. Un sacco di tempo libero in più rispetto a prima, se vogliamo dirla in positivo… che dicono che a dirle in positivo, le cose, si diventa positivi anche noi. Allora diciamola in positivo, anche se se sono soldi in meno, che in positivo non lo so come si dice…
Il tempo libero, questo famoso cancro delle moderne società, che se non ben organizzato rischia di mandare a puttane anche quell’altro tempo, di lavoro, perché si sa, nel tempo libero mal organizzato, si fanno i pensieri sporchi e si diventa cattivi. Allora dicevo che questo tempo libero fa fare i pensieri. Non so quanto sporchi e cattivi, comunque a un certo punto si comincia a leggere libri, a comprare le settimane enigmistiche, poi pure la guida tv che c’è magari un bel film in televisione, poi si fanno delle passeggiate e vedi che tutti c’hanno delle cose da fare, tu invece no, ma ti dai lo stesso un tono, scherziamo?, porti una borsa che sembra che dentro c’hai l’accappatoio e il costume, sembra che vai in piscina. Un altro giorno esci e fai tutte le telefonate che devi fare ai tuoi e agli amici lontani, che le potevi fare da casa, comodamente, ma il tono ne avrebbe risentito, a casa. Poi un altro giorno ci resti proprio, a casa. Ma fai finta di non esserci. Se qualcuno ti cerca, ti bussa alla porta, tu fai finta di stare a fare cose in giro, non si sa bene dove. Poi se ti chiedono, dici dei giri, sai, non si finisce mai... Un sacco di cose, ma tante, eh. Poi fai pure i pensieri cattivi. Pensi le cose sporche. Pensi da deviato, fannullone, parassita… ma non le dire, quelle cose che pensi, non le dire che poi ti dicono comunista, rivoltoso, anarchico, drogato, stai lontano dalla mia famiglia!
Allora questi pensieri cattivi non li dico, meglio di no. Pure a Piero, sempre indaffarato, meglio non glieli dico. Capita comunque che parliamo. Sai, Piero, un sacco di cose da fare, mica me l’aspettavo… che pensavo adesso mi riposo, pensavo, invece c’ho tutto questo tempo libero ben organizzato, adesso, che mica ce la faccio a stargli dietro… però, pure, nonostante tutto, sai com’è, non mi dispiacerebbe mica trovare qualche altra cosa da fare, interessante, motivante, qualificante, e ci siamo capiti, insomma, sai cosa intendo. Mi piacerebbe una cosa tipo traduttore in qualche impresa grossa, o tipo scrittore di quei corsi per corrispondenza, oppure anche qualcosa tipo venditore di macchine usate, meccanico, dattilografo, portalettere, imbianchino, friggitore di patate fritte. Lo so, mica è la stessa cosa… lo so bene pure io a Pie’, ma ogni mestiere è un mondo, mi pare di aver sentito dire, anzi ogni mestiere è un universo, mi pare che era. Allora Piero tira fuori dal cilindro da mago che sempre si porta dietro quando presente il caso disperato, limite, da ogni mezzo che si renda necessario, tira fuori dal cappelletto questa proposta a dir poco elettrizzante… dice aoh, a Lu’, ma allora a ‘sto punto presentati a questa scuola di lingue che mo’ ti lascio l’indirizzo, che è una scuola che io ci ho collaborato e che cerca collaboratori in genere, e adesso cerca proprio un insegnante di italiano, nello specifico, proprio coi requisiti che c’hai tu, mi pare. Tu gli dici che sei un amico mio, che loro di me si fidano… e non farmi fare figuracce, occhei? Ceeerto. Ci vado subito, cioè, ci vado appena posso, che c’ho come sai, un sacco di cose già organizzate liberamente nel tempo libero mio, comunque ci vado appena posso, e grazie, eh, ancora una volta, Piero mio, grazie, vedrai che un giorno anch’io ti faccio un favore cosi’ mi sdebito e lasciamo perdere tutti ‘sti convenevoli, vabbè. Ancora… di tutto… come sempre… non so proprio… ok…. ciao…. cià.
Allora, come no, mi presento in questa scuola di lingue, questa Aisling Ireland, così si chiama, mi presento a nome di Piero, grosso amico mio. E pare che la situazione sia proprio disperata, per loro, che pare che cercano un insegnante di italiano, ma subito, tempo ventiquattro ore, che deve cominciare un corso il giorno dopo. Allora sulla disperazione degli altri io faccio leva, che non mi comporto mica sempre così, oh, ma questa volta ci vuole, questa volta che il colpo è facile e senza rischi, il colpo sembra non avere controindicazioni, pare. E gli racconto, a questo John, che è il direttore o proprietario della scuola, non ho capito bene, gli racconto delle mie brevi ma significative esperienze nel mondo dell’insegnamento, questo mestiere che è un universo a sé, gli dico, come del resto tutti i mestieri, aggiungo. In questo universo, insomma, io ci ho bazzicato abbastanza da avere un’idea più che sufficiente del compito che andrò a svolgere, arringo, che certe lezioni mica si possono fare col libro davanti, certe lezioni. E anche se non c’ho un inglese da paura comunque, nonostante, ecco, ce la posso fare, che meglio parlare sempre italiano, pure quando non capiscono, dico, almeno si spera che colgano il sound, la melodia, questo canto inconfondibile nostrano, che è una delle cose più importanti, credo. Questo volevo dire e questo ho detto, senza peli sulla lingua né tentennamenti, che l’onestà sul lavoro, e anche intellettuale, s’intende, l’onestà paga, dico, non so se coglie, lei, signoria, il gioco di parole tratto da un proverbio popolare nostro, comunque, fa lo stesso. Ecco. Appunto. Mi sembra che non ho altro da aggiungere.
Questo John mi guarda da dietro l’occhiale spesso, mi guarda e sembra poco convinto. Questo non capisce mica tanto di didattica, penso, che ho detto delle cose sacrosante e pure ampiamente condivise dalla pedagogia contemporanea, credo. Poi parla e dice delle cose, non lo seguo bene, dice delle cose con la bocca semichiusa, il labbro inferiore come contorto in una smorfia, io mi concentro più che altro a schivare la saliva che schizza fuori ad ogni parola, madonna, meglio che si sbrighi a dirmi di si, tanto lo so che è andata, lo so che è andata, lo so che è andata andata andaaaaaaata!
Allora passano alcune giornate di ristoro… sono quattro ore di lavoro in meno ogni giorno. E un giorno in meno a settimana. Non so se rendo l’idea. Un sacco di tempo libero in più rispetto a prima, se vogliamo dirla in positivo… che dicono che a dirle in positivo, le cose, si diventa positivi anche noi. Allora diciamola in positivo, anche se se sono soldi in meno, che in positivo non lo so come si dice…
Il tempo libero, questo famoso cancro delle moderne società, che se non ben organizzato rischia di mandare a puttane anche quell’altro tempo, di lavoro, perché si sa, nel tempo libero mal organizzato, si fanno i pensieri sporchi e si diventa cattivi. Allora dicevo che questo tempo libero fa fare i pensieri. Non so quanto sporchi e cattivi, comunque a un certo punto si comincia a leggere libri, a comprare le settimane enigmistiche, poi pure la guida tv che c’è magari un bel film in televisione, poi si fanno delle passeggiate e vedi che tutti c’hanno delle cose da fare, tu invece no, ma ti dai lo stesso un tono, scherziamo?, porti una borsa che sembra che dentro c’hai l’accappatoio e il costume, sembra che vai in piscina. Un altro giorno esci e fai tutte le telefonate che devi fare ai tuoi e agli amici lontani, che le potevi fare da casa, comodamente, ma il tono ne avrebbe risentito, a casa. Poi un altro giorno ci resti proprio, a casa. Ma fai finta di non esserci. Se qualcuno ti cerca, ti bussa alla porta, tu fai finta di stare a fare cose in giro, non si sa bene dove. Poi se ti chiedono, dici dei giri, sai, non si finisce mai... Un sacco di cose, ma tante, eh. Poi fai pure i pensieri cattivi. Pensi le cose sporche. Pensi da deviato, fannullone, parassita… ma non le dire, quelle cose che pensi, non le dire che poi ti dicono comunista, rivoltoso, anarchico, drogato, stai lontano dalla mia famiglia!
Allora questi pensieri cattivi non li dico, meglio di no. Pure a Piero, sempre indaffarato, meglio non glieli dico. Capita comunque che parliamo. Sai, Piero, un sacco di cose da fare, mica me l’aspettavo… che pensavo adesso mi riposo, pensavo, invece c’ho tutto questo tempo libero ben organizzato, adesso, che mica ce la faccio a stargli dietro… però, pure, nonostante tutto, sai com’è, non mi dispiacerebbe mica trovare qualche altra cosa da fare, interessante, motivante, qualificante, e ci siamo capiti, insomma, sai cosa intendo. Mi piacerebbe una cosa tipo traduttore in qualche impresa grossa, o tipo scrittore di quei corsi per corrispondenza, oppure anche qualcosa tipo venditore di macchine usate, meccanico, dattilografo, portalettere, imbianchino, friggitore di patate fritte. Lo so, mica è la stessa cosa… lo so bene pure io a Pie’, ma ogni mestiere è un mondo, mi pare di aver sentito dire, anzi ogni mestiere è un universo, mi pare che era. Allora Piero tira fuori dal cilindro da mago che sempre si porta dietro quando presente il caso disperato, limite, da ogni mezzo che si renda necessario, tira fuori dal cappelletto questa proposta a dir poco elettrizzante… dice aoh, a Lu’, ma allora a ‘sto punto presentati a questa scuola di lingue che mo’ ti lascio l’indirizzo, che è una scuola che io ci ho collaborato e che cerca collaboratori in genere, e adesso cerca proprio un insegnante di italiano, nello specifico, proprio coi requisiti che c’hai tu, mi pare. Tu gli dici che sei un amico mio, che loro di me si fidano… e non farmi fare figuracce, occhei? Ceeerto. Ci vado subito, cioè, ci vado appena posso, che c’ho come sai, un sacco di cose già organizzate liberamente nel tempo libero mio, comunque ci vado appena posso, e grazie, eh, ancora una volta, Piero mio, grazie, vedrai che un giorno anch’io ti faccio un favore cosi’ mi sdebito e lasciamo perdere tutti ‘sti convenevoli, vabbè. Ancora… di tutto… come sempre… non so proprio… ok…. ciao…. cià.
Allora, come no, mi presento in questa scuola di lingue, questa Aisling Ireland, così si chiama, mi presento a nome di Piero, grosso amico mio. E pare che la situazione sia proprio disperata, per loro, che pare che cercano un insegnante di italiano, ma subito, tempo ventiquattro ore, che deve cominciare un corso il giorno dopo. Allora sulla disperazione degli altri io faccio leva, che non mi comporto mica sempre così, oh, ma questa volta ci vuole, questa volta che il colpo è facile e senza rischi, il colpo sembra non avere controindicazioni, pare. E gli racconto, a questo John, che è il direttore o proprietario della scuola, non ho capito bene, gli racconto delle mie brevi ma significative esperienze nel mondo dell’insegnamento, questo mestiere che è un universo a sé, gli dico, come del resto tutti i mestieri, aggiungo. In questo universo, insomma, io ci ho bazzicato abbastanza da avere un’idea più che sufficiente del compito che andrò a svolgere, arringo, che certe lezioni mica si possono fare col libro davanti, certe lezioni. E anche se non c’ho un inglese da paura comunque, nonostante, ecco, ce la posso fare, che meglio parlare sempre italiano, pure quando non capiscono, dico, almeno si spera che colgano il sound, la melodia, questo canto inconfondibile nostrano, che è una delle cose più importanti, credo. Questo volevo dire e questo ho detto, senza peli sulla lingua né tentennamenti, che l’onestà sul lavoro, e anche intellettuale, s’intende, l’onestà paga, dico, non so se coglie, lei, signoria, il gioco di parole tratto da un proverbio popolare nostro, comunque, fa lo stesso. Ecco. Appunto. Mi sembra che non ho altro da aggiungere.
Questo John mi guarda da dietro l’occhiale spesso, mi guarda e sembra poco convinto. Questo non capisce mica tanto di didattica, penso, che ho detto delle cose sacrosante e pure ampiamente condivise dalla pedagogia contemporanea, credo. Poi parla e dice delle cose, non lo seguo bene, dice delle cose con la bocca semichiusa, il labbro inferiore come contorto in una smorfia, io mi concentro più che altro a schivare la saliva che schizza fuori ad ogni parola, madonna, meglio che si sbrighi a dirmi di si, tanto lo so che è andata, lo so che è andata, lo so che è andata andata andaaaaaaata!
domenica 7 ottobre 2001
Diplomazia
Comunque ricevo alcune altre telefonate. Sono il caso del momento, sono al centro dell’attenzione. Colleghi di lavoro, soprattutto, a farmi le condoglianze, a dire quello è proprio uno stronzo, un affarista senza scrupoli, qualcuno gliela deve far pagare. A dirmi meglio così, quasi ti invidio, almeno te sei fuori da quel luogo di sofferenze e pene e umiliazioni, soprattutto. Eh, pare vero.
Poi, più tardi, attesa come un’ambulanza in ritardo sul luogo dell’incidente, arriva trafelata la telefonata chiave, quella determinante, decisiva. Il grande tessitore, solo un gradino più sotto del boss, Giorgio from Napoli, amico mio, che tesse le fila di tutto nel ristorante, che ordina e disdice e assume e licenzia e sa a memoria pure quanti bicchieri da vino ci sono nel magazzino, e quanti coltelli da bistecca, e quante brocche dell’acqua. Un’istituzione del luogo, un barone rispettato e severo, ma pure un giudice giusto e incorruttibile, per modo di dire. E che sfaccimma, Lu’, che camurria, e che rè, vieni a fatica’, vieni qua che sistemiamo tutt’e cose. Ma io c’ho un certo orgoglio e dico no, non ci vengo, che sono malato, nel mio pieno diritto di essere umano, imperfetto, che certe macchine pure si rompono a volte, e serve l’assistenza tecnica e quelle cose là, e non siamo mica nel ventennio, che pure se qui non ce l’hanno avuto, non per questo possono far finta di non sapere che certe cose non si fanno più. Obsolete, anacronistiche, antistoriche. Eeeeh, guagliò, ‘a pulitica nun è cosa, mo’. Facimmo finta ‘e nente, facimmo finta ca tu stevi off, e dumani veni acca, cumme se nente fosse, vabbuò?
Col cazzo, Gio’, io a lavorare non ci vengo più. Mi sono rotto. Occhei, domani vieni qua, fammi ‘sto piacere, te lo chiedo io, vieni qua che parliamo e cerchiamo di aggiustarci, vabbuò? Glielo fai ‘sto piacere a Giorgio tuo?
E vabbe’, domani parliamo.
E domani arriva, e io vado al ristorante. E spiego a Giorgio quello che è successo. Gli dico di come ho telefonato per dire che stavo male, di come il caso abbia voluto che al telefono rispondesse proprio lui, Tom O’Connells in persona, di come presumibilmente avesse avuto una giornata storta, tanto per cercare una giustificazione qualunque, e di come mi abbia licenziato in tronco contro ogni logica, morale e convenienza.
Poi scatta la trattativa. Posizione Giorgio: Mettici una pietra sopra, torna a lavorare e fai finta di niente, che già c’ho parlato col grande capo e mi ha dato carta bianca. E io ti voglio qua, che come lavori mi piace, e siamo amici, e sei un ragazzo intelligente, svelto, che puoi fare grandi cose eccetera. Posizione manageriale, la definirei. Non si esprime sull’operato del suo proprietario, lascia intendere che è dalla mia parte ma non lo dice. Non vuole perdere un pezzo importante del suo staff. Gio’, ti capisco, non ti stai comportando neanche troppo da stronzo. Poi c’è la mia posizione: incazzato, umiliato, offeso. In più, in crisi esistenziale. Perché questa goccia qua ha fatto traboccare il vaso e comincio a pensare che forse non vale mica la pena farmi nove ore al giorno in un ristorante, per quanto bello in una bella zona di Dublino. Oltretutto mi ribolle dentro una voglia di riscatto politico, mi sento un po’ working class versus explotation, mi sento che i dannati della terra tutti stanno urlando contro quello che è accaduto, e dicono non farti fottere, non abbassare lo sguardo, fatti rispettare!
Poi c’è il compromesso: Lascio il lavoro full time. Lavorerò solo cinque ore al giorno per quattro giorni a settimana invece di cinque. Parlo solo con Giorgio, il grande capo si faccia fottere, non ne voglio sapere più niente, che non mi rivolga più neanche la parola.
Praticamente: nessuna rivoluzione. E’ mancata la solidarietà di classe. Forse perché ancora prima è mancata la coscienza di classe. Forse perché, a monte, non si è trovata proprio la classe. Allora, individualmente, come soggetto cosciente, ho sottratto al capitale il controllo di un po’ del mio tempo. Non so bene cosa ci farò. Non so bene dove me lo metterò, questo giorno liberato ogni settimana. Ma ho un certo presentimento che non mi piace affatto.
Poi, più tardi, attesa come un’ambulanza in ritardo sul luogo dell’incidente, arriva trafelata la telefonata chiave, quella determinante, decisiva. Il grande tessitore, solo un gradino più sotto del boss, Giorgio from Napoli, amico mio, che tesse le fila di tutto nel ristorante, che ordina e disdice e assume e licenzia e sa a memoria pure quanti bicchieri da vino ci sono nel magazzino, e quanti coltelli da bistecca, e quante brocche dell’acqua. Un’istituzione del luogo, un barone rispettato e severo, ma pure un giudice giusto e incorruttibile, per modo di dire. E che sfaccimma, Lu’, che camurria, e che rè, vieni a fatica’, vieni qua che sistemiamo tutt’e cose. Ma io c’ho un certo orgoglio e dico no, non ci vengo, che sono malato, nel mio pieno diritto di essere umano, imperfetto, che certe macchine pure si rompono a volte, e serve l’assistenza tecnica e quelle cose là, e non siamo mica nel ventennio, che pure se qui non ce l’hanno avuto, non per questo possono far finta di non sapere che certe cose non si fanno più. Obsolete, anacronistiche, antistoriche. Eeeeh, guagliò, ‘a pulitica nun è cosa, mo’. Facimmo finta ‘e nente, facimmo finta ca tu stevi off, e dumani veni acca, cumme se nente fosse, vabbuò?
Col cazzo, Gio’, io a lavorare non ci vengo più. Mi sono rotto. Occhei, domani vieni qua, fammi ‘sto piacere, te lo chiedo io, vieni qua che parliamo e cerchiamo di aggiustarci, vabbuò? Glielo fai ‘sto piacere a Giorgio tuo?
E vabbe’, domani parliamo.
E domani arriva, e io vado al ristorante. E spiego a Giorgio quello che è successo. Gli dico di come ho telefonato per dire che stavo male, di come il caso abbia voluto che al telefono rispondesse proprio lui, Tom O’Connells in persona, di come presumibilmente avesse avuto una giornata storta, tanto per cercare una giustificazione qualunque, e di come mi abbia licenziato in tronco contro ogni logica, morale e convenienza.
Poi scatta la trattativa. Posizione Giorgio: Mettici una pietra sopra, torna a lavorare e fai finta di niente, che già c’ho parlato col grande capo e mi ha dato carta bianca. E io ti voglio qua, che come lavori mi piace, e siamo amici, e sei un ragazzo intelligente, svelto, che puoi fare grandi cose eccetera. Posizione manageriale, la definirei. Non si esprime sull’operato del suo proprietario, lascia intendere che è dalla mia parte ma non lo dice. Non vuole perdere un pezzo importante del suo staff. Gio’, ti capisco, non ti stai comportando neanche troppo da stronzo. Poi c’è la mia posizione: incazzato, umiliato, offeso. In più, in crisi esistenziale. Perché questa goccia qua ha fatto traboccare il vaso e comincio a pensare che forse non vale mica la pena farmi nove ore al giorno in un ristorante, per quanto bello in una bella zona di Dublino. Oltretutto mi ribolle dentro una voglia di riscatto politico, mi sento un po’ working class versus explotation, mi sento che i dannati della terra tutti stanno urlando contro quello che è accaduto, e dicono non farti fottere, non abbassare lo sguardo, fatti rispettare!
Poi c’è il compromesso: Lascio il lavoro full time. Lavorerò solo cinque ore al giorno per quattro giorni a settimana invece di cinque. Parlo solo con Giorgio, il grande capo si faccia fottere, non ne voglio sapere più niente, che non mi rivolga più neanche la parola.
Praticamente: nessuna rivoluzione. E’ mancata la solidarietà di classe. Forse perché ancora prima è mancata la coscienza di classe. Forse perché, a monte, non si è trovata proprio la classe. Allora, individualmente, come soggetto cosciente, ho sottratto al capitale il controllo di un po’ del mio tempo. Non so bene cosa ci farò. Non so bene dove me lo metterò, questo giorno liberato ogni settimana. Ma ho un certo presentimento che non mi piace affatto.
martedì 2 ottobre 2001
Cetacei
Questa della balena mi suona un po’ come se alla fine l’inculata l’ho presa comunque. Ma non m’aveva detto meglio così, hai capito, tutto di guadagnato? Si che me lo aveva detto. Si. Poi mi dice in culo alla balena, che in una situazione particolare, tipo prima di un esame, prima di un incontro importante, prima di una potenziale scopata non ancora del tutto sicura, prima di qualcosa, insomma, c’ha il suo perché. In culo alla balena si dice prima. E si dovrebbe rispondere, a rigore, si dovrebbe rispondere che non scoreggi. E manco m’ha lasciato il tempo. Adesso lo dico uguale, ad alta voce, ma non lo so se è lo stesso. Comunque.
Comunque si dovrebbe dire prima. Di qui non si scappa. Prima. Non dopo. E io non c’ho niente di rilevante in programma, non mi pare. Questa è una chiara situazione dopo. E’ una chiara situazione in cui in culo alla balena non si dice, non si dovrebbe, a meno che non gli si voglia dare un più sottile senso ironico, del tipo mo’ sono grane, sono gatte da pelare, e te le peli te da solo, in culo alla balena. E, comunque, anche in questi casi qua, casi dopo, situazioni successive al fatto, anche in questi casi qua, e a maggior ragione, si aspetta la dovuta risposta, decisa, immediata, definitiva, che scongiuri ogni possibile iettatura del caso, se casomai ce ne fosse necessità.
Pieeeero, questa non me la dovevi fare!
giovedì 27 settembre 2001
Combaciamenti.2
Ciao Piero, ciao. Eh… sto bene, cioè, insomma, un po’ rintronato, sai com’è certe volte, che ti credi ancora un ragazzetto, poi torni a casa, che ti fa male sapere che è giorno, poi torni che ti farebbe bene dormire un po’, poi chiami che stai male e non puoi mica lavorare, in quelle condizioni lì, no? Poi ti licenziano.
Eh, cazzo di budda, tua nonna in carriola. Lascia stare, non ci posso credere manco io. Te lo giuro, oh, TE LO GGIURO! E va be’, allora non ci crede’.
Però, poi, come certe volte accade, certe volte che le viscere gridano più forte della materia grigia e razionale, come certe volte che non te lo aspetti, mi sale su da sotto i piedi e dallo stomaco, dalle estremità tute del mio corpo, quelle martoriate e trascurate, quelle che quasi mai hanno voce in capitolo, insomma, mi sale su una sensazione di piacere liberatorio, di godimento infinito, mi sento libero come un fringuello, un uccel di bosco, uno scoiattolino, un’ape operaia che ha perso la via di casa. Non ci penso mica che non ho più il lavoro e con esso soldi e posizione stabile nella gerarchia sociale. Non ci penso mica a come farò a pagare l’affitto e il da mangiare, e il da bere e divertirmi con gli amici. Penso solo a domani, che comunque non è oggi, penso a domani che a lavorare non ci devo andare. E me ne posso restare a casa a farmi un pediluvio, a farmi una dormita pomeridiana, a scrivere le lettere agli amici miei. E pure, se voglio, ma solo se proprio lo voglio io, me ne posso pure uscire a fare le foto, a passeggiare sotto il sole tiepido o la pioggia più probabile, a guardarmi intorno e dire, oh, Dubli’, non ce lo sapevo che eri così bella, che mi sembri Lugano prima della cacciata degli anarchici, mi sembri. Dubli’, io t’ho scoperta stamattina! E poi attacco, oggi me sembra che, er tempo se sia fermato qui… e gliela canto tutta, gliela dedico, quella bella canzone della città mia, che è un onore grosso ma se l’è meritato, ‘sta volta qua.
Comunque. Sono al telefono che parlo con Piero, questo grande amico mio. Che mi dice fai questo, fai quello, questo invece non lo fare, meglio lasciar perdere. E io sempre gli do retta, oh! Sempre. Che lui c’ha un grosso intuito, secondo me. C’ha un grosso sesto senso, di quelli che ti aiutano a sapere dove andare, come andare, quando andare. Di quelli che l’onda la sentono a miglia di distanza. Sentono certe vibrazioni nelle ossa, sulla pelle, non lo so mica dove. Comunque ci prendono quasi sempre. Allora questo è proprio uno di quei momenti che pendo dalla sua voce. Illuminami, Piero mio, che c’ho un attimo d’oscurità. Ma prima ci metto un po’ a convincerlo che è tutto vero. Che non ci crede. Dice che scherzo, come sempre, dice. E io fisso le mie scarpe belle, tutte riparate per tornare al lavoro con grinta e determinazione, le fisso là sul pavimento, belle appaiate, e intanto spiego oh, ti dico che non scherzo, ti dico che m’ha fatto fuori, lo stronzo. Proprio così, ci credi adesso?
Alla fine l’ho convinto, Piero, che mi stava facendo incazzare, quasi. Che uno così, che sente le onde col sesto senso, che c’ha la pelle che gli vibra alla minima novità che gira nell’aria, uno così già lo doveva sapere da solo, che io lo chiamavo, facevo pronto, Piero, senti… So già tutto, Luca mio, so già tutto. E io non avrei fatto una piega. Io avrei pensato, Piero, che ragazzo dotato!
E dicevo che ci parlo e fisso le mie scarpe, e un po’ penso ma guarda te, proprio mo’ che ho fatto le camurrie per farmele aggiustare, e un po’ penso meglio così, avete finito di fare quella vitaccia là. E Quel grande amico mio, mentre penso queste cose qui, quel grande faccendiere del compagno mio, mi dice Lu’, ma a ‘sto punto meglio così, no? Eh, Pie’, meglio così… e i soldi, e la posizione che m’ero fatto, il famoso cosiddetto status, dove li mettiamo, bello mio? Poi c’è una specie di pausa. C’è una sorta di break di riflessione. Si vede che le cose che ho detto pesano come macigni, fanno pensare. Poi parlo di nuovo io. Dico, Piero, sai che c’è? Mi sa che c’hai ragione te, meglio così. Mi so’ levato da quell’imbuto che mi stava risucchiando proprio. Meglio così, Piero mio.
Bravo, mi fa lui. Hai capito, dice. Ti chiamo domani, in culo alla balena, ciao.
Eh?
Eh, cazzo di budda, tua nonna in carriola. Lascia stare, non ci posso credere manco io. Te lo giuro, oh, TE LO GGIURO! E va be’, allora non ci crede’.
Però, poi, come certe volte accade, certe volte che le viscere gridano più forte della materia grigia e razionale, come certe volte che non te lo aspetti, mi sale su da sotto i piedi e dallo stomaco, dalle estremità tute del mio corpo, quelle martoriate e trascurate, quelle che quasi mai hanno voce in capitolo, insomma, mi sale su una sensazione di piacere liberatorio, di godimento infinito, mi sento libero come un fringuello, un uccel di bosco, uno scoiattolino, un’ape operaia che ha perso la via di casa. Non ci penso mica che non ho più il lavoro e con esso soldi e posizione stabile nella gerarchia sociale. Non ci penso mica a come farò a pagare l’affitto e il da mangiare, e il da bere e divertirmi con gli amici. Penso solo a domani, che comunque non è oggi, penso a domani che a lavorare non ci devo andare. E me ne posso restare a casa a farmi un pediluvio, a farmi una dormita pomeridiana, a scrivere le lettere agli amici miei. E pure, se voglio, ma solo se proprio lo voglio io, me ne posso pure uscire a fare le foto, a passeggiare sotto il sole tiepido o la pioggia più probabile, a guardarmi intorno e dire, oh, Dubli’, non ce lo sapevo che eri così bella, che mi sembri Lugano prima della cacciata degli anarchici, mi sembri. Dubli’, io t’ho scoperta stamattina! E poi attacco, oggi me sembra che, er tempo se sia fermato qui… e gliela canto tutta, gliela dedico, quella bella canzone della città mia, che è un onore grosso ma se l’è meritato, ‘sta volta qua.
Comunque. Sono al telefono che parlo con Piero, questo grande amico mio. Che mi dice fai questo, fai quello, questo invece non lo fare, meglio lasciar perdere. E io sempre gli do retta, oh! Sempre. Che lui c’ha un grosso intuito, secondo me. C’ha un grosso sesto senso, di quelli che ti aiutano a sapere dove andare, come andare, quando andare. Di quelli che l’onda la sentono a miglia di distanza. Sentono certe vibrazioni nelle ossa, sulla pelle, non lo so mica dove. Comunque ci prendono quasi sempre. Allora questo è proprio uno di quei momenti che pendo dalla sua voce. Illuminami, Piero mio, che c’ho un attimo d’oscurità. Ma prima ci metto un po’ a convincerlo che è tutto vero. Che non ci crede. Dice che scherzo, come sempre, dice. E io fisso le mie scarpe belle, tutte riparate per tornare al lavoro con grinta e determinazione, le fisso là sul pavimento, belle appaiate, e intanto spiego oh, ti dico che non scherzo, ti dico che m’ha fatto fuori, lo stronzo. Proprio così, ci credi adesso?
Alla fine l’ho convinto, Piero, che mi stava facendo incazzare, quasi. Che uno così, che sente le onde col sesto senso, che c’ha la pelle che gli vibra alla minima novità che gira nell’aria, uno così già lo doveva sapere da solo, che io lo chiamavo, facevo pronto, Piero, senti… So già tutto, Luca mio, so già tutto. E io non avrei fatto una piega. Io avrei pensato, Piero, che ragazzo dotato!
E dicevo che ci parlo e fisso le mie scarpe, e un po’ penso ma guarda te, proprio mo’ che ho fatto le camurrie per farmele aggiustare, e un po’ penso meglio così, avete finito di fare quella vitaccia là. E Quel grande amico mio, mentre penso queste cose qui, quel grande faccendiere del compagno mio, mi dice Lu’, ma a ‘sto punto meglio così, no? Eh, Pie’, meglio così… e i soldi, e la posizione che m’ero fatto, il famoso cosiddetto status, dove li mettiamo, bello mio? Poi c’è una specie di pausa. C’è una sorta di break di riflessione. Si vede che le cose che ho detto pesano come macigni, fanno pensare. Poi parlo di nuovo io. Dico, Piero, sai che c’è? Mi sa che c’hai ragione te, meglio così. Mi so’ levato da quell’imbuto che mi stava risucchiando proprio. Meglio così, Piero mio.
Bravo, mi fa lui. Hai capito, dice. Ti chiamo domani, in culo alla balena, ciao.
Eh?
domenica 23 settembre 2001
Combaciamenti
Allora me ne torno con un gran sorriso che non trattengo. Molto simile, dicevamo, alla felicità, cosa sarà mai, poi, ma non perdiamoci, dai, non divaghiamo, adesso. Me ne torno a casa, con queste scarpe risuolate che sembrano nuove di zecca, pure meglio di prima, sembrano, tranne che per i buchini che traspirano, che eran belli, quelli, e mo’ non ci sono più. Ma fa mica niente, dico, che comincia l’inverno, non c’ho mica bisogno. Decido di andare a festeggiare, come si deve, al pub sotto casa. Ma ci vado con gli anfibi, che queste mo’ me le tengo buone per un po’, giusto il tempo necessario a farle riprendere dal trauma, poverette. E quindi vado in questo pub, proprio vicino a dove vivo io, sempre Rathmines, sempre, solo un po’ più in centro, e ci vado con una amichetta mia, che la conosco da poco, che mi sembra la persona giusta per lasciarsi andare e scuotersi dal torpore di mille anni di lavoro e noia e depressione cosmica. Senonché, perché e percome non ve lo sto adesso a spiegare, senonché la sera si fa notte, e fin qui ci siamo, ma poi la notte si fa alba, mattino, poi proprio giorno inoltrato, che quando torno all’amata dimora il traffico già impazza, il sonno l’ho perso, le sostanze svariate che ho assunto mi tengono sveglio e sofferente. Ma non mi lamento… noooo. Faccio uno squillo al ristorante, mica niente di male, mi do malato, che è praticamente vero, mi scuso, succede, dirò, non ne facciamo un dramma, che domani sicuro mi ripiglio alla grande e come sempre mi farò il culo per voi, per il bel nome di questo locale in quella bella zona di Dublino città.
Aaaaaapriticielo! Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, il ponte di baracca, la cacca, le catastrofi nucleari, i giochi olimpici, la guerra, la pace compromessa, violenze su donne e bambini, scenari tragici, insomma, uragani monsoni mulinelli d’acqua, un gran baccano che non mi fa sentire bene, non mi fa, ma mi pare proprio di averla sentita nitida quella voce, a un certo punto della conversazione, quello squittio da topo gigio, che in un crescendo rapido e esplosivo, sei fottuto, blaterava, ti fotto, ti arrotolo e ti srotolo come più mi piace, sei niente, sei acqua di mare, sei braccia e gambe al migliore offerente, sei. E sei licenziato. Da oggi non ti far più vedere.
Fuuuuuck youuuuuuuu man! Ma non mi sente. Ha attaccato. Lo stronzo.
Oddio. Tragedia. Ah. Drammone. Eh. Ma che ci vogliamo fare il sangue amaro? Oh!
lunedì 17 settembre 2001
Scarpe rotte
Insomma adesso basta. Basta piangere e nascondersi e autocommiserarsi. I nemici sono ovunque. I nemici sono a volte persone, a volte situazioni. A volte i nemici sono cose. A volte grandi. A volte piccole. A volte non li vedi e sono lì davanti. A volte sono sistemi complessi che è difficile persino comprendere, persino capire che di sistemi si tratta.
A volte ci alleiamo con loro, ingenuamente.
Come ogni giorno vado, alla mia ora solita, tra le quattro e le cinque, come ogni giorno a lavorare. Come ogni giorno, alla mia ora solita, tra le due e le tre, come ogni giorno stacco dal lavoro. Come ogni giorno, tra le quattro e le tre, ora più ora meno, come ogni giorno lavoro. Tranne certi giorni di riposo, che non lavoro. Come ogni giorno, tranne certi giorni, come ogni fottutissimo giorno tra le quattro e le tre, non ce la posso fare.
Ho rotto le scarpe che avevo ricevuto in regalo per la laurea. Un paio di belle scarpe nere di pelle, eleganti ma allo stesso tempo sportive. Belle proprio, che mia mamma me lo disse che mica mi ci potevo presentare, alla discussione, con le scarpe da ginnastica. Allora mi comprò queste scarpe della geox, belle, che le mettevo solo in certe occasioni, diciamo storiche. Tipo la laurea. Ma anche in certi giorni col sole che andavo a bere un martini al pantheon, con Barbara, che dicevamo oh, ci si veste eleganti, ce ne andiamo al pantheon a bere qualcosa, ci sediamo di fuori, poi scappiamo senza pagare, ok? Ceeeerto.
Insomma queste bellissime le ho distrutte, schiantate sotto il peso di centinaia di ore di lavoro, sotto il peso mio e dei vassoi carichi di piatti. Ho spaccato la suola. E non me lo perdono. No. Se penso all’iter, diciamo, di questa scarpa storica, non me lo posso proprio perdonare. Una scarpa inaugurata con una ridondante lode, che ha calpestato pavimenti lastricati di inestimabile valore, che mi ha dato sicurezza e scatto al momento opportuno. Che non mi ha mai tradito, mai una volta che si sia slacciata in corsa provocando quei ben noti ruzzoloni che tutti conosciamo. Mai. Ed io l’ho tradita. L’ho usata. L’ho umiliata nelle pozze oleose della cucina e del kichen porter. L’ho fatta marciare ubbidiente ai comandi di un quaquaraquà che si sente qualcuno solo per il portafogli gonfio che gli preme sul petto. L’ho infangata per denaro e tenuta dentro armadietti di metallo maleodoranti, fino a sfinirla, fino a spezzarene la suola stanca, fino a corrompere quella felice elasticità che le era propria. L’ho fatto. Non posso più tornare indietro.
Ma voglio rimediare. Ho capito. Sto capendo, credo, di aver sbagliato. Certe volte lasci che le situazioni in cui sei immerso ti plasmino, decidano per te, guidino le tue scelte, il modo stesso in cui vedi le cose. Certe volte hai bisogno di una specie di trauma, di uno scossone forte, di un amico che ti dice fottiti, non sei più lo stesso. O di un’immagine che ti illumina, che ti fornisce la chiave interpretativa adatta, che ti parla di te francamente. Io ho visto queste scarpe rotte. Ho visto queste bellissime ricoperte di ogni schifezza e per giunta spezzate nel loro punto d’orgoglio. La suola, l’essenza della scarpa, l’origine di essa, l’anima e la ragione stessa del suo esistere. Allora le raccolgo. Me le stringo al petto. Solo adesso le riconosco. Non tutto è perduto, penso. Non tutto è perduto. Trovo una busta buona, di cartoncino, ce le infilo dentro. Me le porto a casa. Le lucido, tiro via lo sporco da sotto le suole ferite. Il giorno dopo, che è un giorno triste ma alcuni raggi di sole dicono che forse cambierà, il giorno dopo vado alla ricerca di un calzolaio. Dico ci sarà pure, qua, un calzolaio di quelli che in Italia li trovi nei supermercati, con gli sgabelloni rossi alti, la macchina per fare le copie delle chiavi, quei posti là, insomma, che in Italia ce li abbiamo ancora. Ne trovo uno. Pure lui fa le chiavi, oltre alle scarpe. Mi fa un discorso, questo qua, che non lo capisco bene. Questo ragazzotto mi fa un discorso più o meno sulla cattiva qualità delle scarpe che gli ho portato. Dice che le suole sono tutte bucherellate, per questo si sono rotte. Oh, queste sono le mie geox, gli vorrei dire, queste traspirano e c’hanno una tecnologia che te te la sogni, amico mio, e mi dispiace che ‘ste cose non le sai, proprio te che fai ‘sto lavoro qua, che le dovresti sapere più di tutti. Amico mio, eh, sapessi, queste scarpe qua dove mi hanno portato, sapessi. E quello che hanno visto, eeeeh. Ma che ne sai, te, gli vorrei dire. Poi parla per primo lui. Dice che perderebbe il suo tempo e io i miei soldi. E non si rende conto che mi dà una delusione terribile. Fai la mossa, cazzo, fai finta che almeno ci provi, no? Ma dove sono finito, cazzo. Dove sono finito, penso, che qua questi sputano su ai soldi che gli stai offrendo, ma che razza di scimuniti. Provaci a dargli una mano di colla rapida attaccatutto, poi non lo sai mica, magari resiste, magari. Ma non posso demordere, così, al primo fallimento. Non adesso. Allora comincio di nuovo a girare per questo quartiere che è Rathmines, posto dove vivo da alcuni mesi, quasi casa, posto dove dovrò pur incontrare un animo gentile disposto ad aiutarmi. E la sera scende. E il traffico aumenta. Le luci colpiscono l’iride, rosse dei semafori e degli stop, abbaglianti delle macchine, colorate dei take-away. Un altro centro commerciale, è quello che mi serve. Mi faccio strada, tra i pacchetti e le borse enormi delle signore versione shopping. Mi faccio strada, odoro l’aria alla ricerca dell’olezzo forte e penetrante della colla, della gomma, delle solette sudaticce e umide di centinaia di scarpe in attesa di essere riabilitate. Poi mi appare, umile e forte, grembiule blu scuro, grandi occhiali spessi, le mani di quelli che le mani le sanno usare. Mi avvicino al bancone. Siedo sullo sgabellone classico. Raccolgo le idee, alzo gli occhi. Prima di parlare lo fisso con aria decisa e solenne. Voglio la sua attenzione. Voglio che capisca che la questione è della massima importanza. Che sappia il peso e le conseguenze di un suo si e di un suo no. Fatto. Guardato. Trasmesso. Adesso le parole sono solo una conferma a tutto quello che già sa. E mi fa aprire il cuore quel suo sguardo rassicurante da artigiano. Che dice ti sei messo nelle mie mani, ti sei messo in quelle giuste. Che io faccio l’artigiano, cioè sono una razza in via di estinzione, una specie protetta, io e pochi altri, gente che ancora ha il perfetto controllo del prodotto del proprio lavoro. Gente che lo sai perché non è finita in una riserva del wwf o in qualche specie di laboratorio? Perché è gente, questa, alla quale io appartengo, è gente che è capace di prendere quelle scarpe sfasciate che tieni lì, quel groviglio di gomma e cuoio e pelli trattate, e senza la mediazione di formule o riti magici, senza nient’altro che l’uso agile e sapiente delle proprie mani, a quelle cose là gli dà vita e pensiero, anima. Ai capito ragazzo mio? Cazzo mi viene da piangere. Tu che lavoro fai? Mi dice. Dico cameriere. Allora, dice lui, allora dopo che c’ho messo le mani io, tu a queste scarpe gli insegni un paio di cose, i numeri dei tavoli, a servire il vino, a spinare il pesce. Poi le lasci fare e ti pigli una bella vacanza, ok my friend? Che queste vanno da sole, da adesso in poi.
Qualcosa di simile, qualcosa di molto vicino alla felicità.
venerdì 7 settembre 2001
Nel mezzo del cammino di nostra vita
Mi ritrovo qua, tra i venti e i trenta, che la retta via non lo so proprio se è questa, non lo so. E ‘sta selva fitta che ci si vede poco o niente, mi pare che diceva, che era scura, proprio, poi già gli altri versi non li so. Ma bastano, questi, a darmi il senso tragico di una commedia poco divertente, amara, che l’ironia è tutta nella sorte cieca che la conduce. E non fa ridere, non fa. Per niente proprio.
E comunque è una commedia. Fai buon viso a cattivo gioco, stai allo scherzo, pure se è di cattivo gusto. Stai allo scherzo, che non sia mai poi ti dicono che non ci sai stare, te, agli scherzi.
Allora ci provo a fare questo famoso buon viso. Provo le facce davanti allo specchio. Provo a darmi dei pizzichi forti e a sorridere, come se niente fosse. Mi viene bene allo specchio, penso. Metto in ordine la stanza? Si, la metto a posto. Che dà come l’idea che la mia vita scorra consapevole e determinata, come ogni libro rivista disco chicchero porta penne che adesso, nell’ordine che regna sovrano, sta là a dire con consapevole determinazione “questo è il mio posto!”. Poi tiro sulla poltrona un paio di calzini sporchi. Lì lascio là, in bella vista, che diano come un senso di casualità, di trascuratezza, di sbadataggine. Così, perché la cosa non sembri troppo studiata, fatta apposta, diciamo.
Poi provo a mettere ordine nella mia vita. Ma da dove comincio? Comincio, per esempio, dal fatto che mi sto rendendo conto, quasi, che mi prendo in giro da solo, delle volte. Che mi metto in testa delle idee, bellissime peraltro, me le metto in testa per giorni e giorni e giorni e poi, così all’improvviso, mi stanco di avercele sempre tra le palle. Idee belle proprio, eh, ma che ci posso fare. Il problema è che le divoro, le strizzo, le succhio fino a quando non hanno più niente da offrire se non noia. Allora le butto via. O le metto in una specie di dimenticatoio, alcune, le migliori, da dove le tiro fuori una volta all’anno, due al massimo, le guardo bene, gli giro intorno, gli do una lustratina, poi le rinfilo dentro e buonanotte. Eeeeh, già. Questa è una delle mie debolezze maggiori. Sono incostante. E lavoro troppo di fantasia. E come se non bastasse, come se non fosse già abbastanza deprimente così, io di questi viaggi da fermo che faccio ogni volta, di queste immagini che la mia mente proietta e definisce e arricchisce ogni volta, io di questo mi appago. Ecco la chiave, il nocciolo del problema. Perché, se così non fosse, sarebbe diverso. Lapalissiano, lo so.
Vogliamo per esempio parlare, così a caso, di quando ero deciso a diventare un grande concertista di chitarra classica, ma grande proprio, uno dei migliori al mondo? Oppure vogliamo dire di quando poi, abbandonata la chitarra classica, strumento ormai superato dalle nuove tecnologie, inadatto a esprimere il nostro tempo, comprai un bellissimo basso elettrico di seconda mano, col quale avrei potuto finalmente realizzare le mie artistiche tensioni e vedute e interpretazioni, e che ancora giace, inutilizzato, in un armadio pieno di altri terribili audaci mezzi della mia emancipazione? E certo che la musica mi sa che non era il ramo giusto. Errori di ramo, come disse il passeretto al falco predatore appollaiato al suo fianco. Allora mi ci voleva una cosa diversa. Decisi di essere tagliato definitivamente per gli alti studi umanistici. Università, poi la tesi che volevo pubblicare, poi i dottorati da vincere e già la mia mente andava in là, verso aule gremite di studenti entusiasti di ascoltare le mie ultime riflessioni intorno alle crisi cicliche di sovrapproduzione del capitalismo allo stadio attuale del suo sviluppo. Oppure certe lezioni sull’impossibilità dell’oggettività negli studi storici mi immaginavo, pure. Ma poi, sul più bello, ecco che decido d’un tratto che la vita del cattedratico è per me troppo sedentaria. E parliamo pure un po’ di tutte le mafie e camurrie che in quell’ambiente bisogna come minimo tollerare… no. Non per me, dissi. Non per quest’animo donchisciottesco che mi ritrovo. Allora all’avventura, partiamo miei prodi verso l’isola sconosciuta, andiamocene un po’ a mettere alla prova noi stessi nel mondo reale, fuori dalle accademie, fuori dalle strade note e tediose della borghese mediocrità. Andiamocene a sbattere i denti contro i muri spessi dell’emigrazione, del lavoro non qualificato, dell’affitto da pagare. Rompiamolo questo barattolo nel quale siamo nati e cresciuti e vissuti fino a troppi anni, troviamolo il coraggio di vedere fuori com’è, di vedere le cose senza quel vetro in mezzo.
Ed eccomi qua. Così, più o meno, mi ci sono ritrovato in questa selva oscura. Non per caso, non per forze maggiori e incontrastabili. Ma proprio, a ben vedere, per la mia lampante totale incapacità nel decidere ciò che a me più conviene. Ecco. Mi sta bene.
Allora quel promettente ragazzo, quello, vi ricordate, quello che pareva uno che nella vita grandi cose, che nella vita sempre guardare avanti, che nella vita si sarebbe poi parlato di lui. Ve lo ricordate, quello là? Embè, che fine ha fatto? M’han detto, gente che conosco, m’han detto che s’è perso per strada, che non sa più mica che pesci pescare, non sa. Dice che adesso è finito in un limbo di anime così così, dove tutti si arrabattano e si arrangiano e ci provano ancora ad essere felici. Ma quasi mai, dice, quasi mai.
mercoledì 29 agosto 2001
Carboni ardenti
Poi, dopo che Serena va via, dopo che mi ci ero abituato, che è la cosa peggiore, abituarsi a qualcosa di piacevole e precario, dopo che lei se ne va, tornano a farmi compagnia i fantasmi assopiti dei miei anni, più di venti e meno di trenta, che è un’età difficile, penso, più di certe età difficili per definizione, come l’età Adolescenza, che io invece l’ho vissuta con un certo equilibrio che non mi posso proprio lamentare.
Che un sacco di persone l’adolescenza le ha divorate subito, come dice Guccini, le ha divorate tutte o in parte, ma insomma tanto da lasciargli bei segni visibili, che li vedi e dici, questi li ha divorati l’adolescenza. E infatti adesso non c’hanno mica tutti i problemi che c’ho io, loro, che hanno fatto già la loro gavetta, hanno dato, a tempo debito, e mo’, tra i venti e i trenta, come passeggiare sui prati in fiore, mica carboni ardenti come quelli dove cammino io.
Allora c’ho i piedi bruciacchiati, un po’ ovunque, c’ho le piante dei piedi piene di scottature e piaghe e non posso farci niente, che non trovo mica una pozza d’acqua fresca dove immergerli, non trovo. La mia tecnica adesso, che l’ho sviluppata in pochi minuti, non appena mi sono accorto che la terra scottava sotto i piedi, di nuovo, la mia tecnica è quella antica e semplice e raffinata del saltello. Tecnica del saltello, non calcare mai il piede, subito sostituirlo con l’altro fresco, cercare sollievo alternato, concentrandosi sempre sul piede momentaneamente a riposo, godere dell’istante, non far caso all’odore di bruciato che emana quell’altro. Saltellare, dissociare, lievitare, annullare le contraddizioni, cercare l’estasi di un secondo, saltellare ancora.
I fantasmi con i quali combatto. Paura di essere inconcludente. Questo è uno. Paura di deludere le mie aspettative. Ma, pure, di deludere quelle degli altri. Che i mie amici di Roma, quando li sento, ogni tanto, mi dicono oh, ma che ci stai a fare a Dublino, a fare il cameriere, che poi ti si gonfiano i piedi e ti fan male le braccia. Ma che ci stai a fare, a Lu’?! E io dico che è un periodo limitato, dico che sto qua per imparare l’inglese, per fare un’esperienza diversa, ed è vero, in parte. E loro mi dicono, oh, non fare cazzate frate’, non fare cazzate che te dovevi scrivere un libro, dovevi fare i dottorati, dovevi diventare un bravo professore che poi i miei figli li mandavo a studiare da te, li mandavo. E a me allora mi viene un senso di nostalgia e ribellione, misto, ambiguo, che non capisco se significa levatele proprio queste idee dalla testa, oppure, forse, è ora che ricominci a pensare a te, ai tuoi sogni, al tuo futuro. Perché è, come dicevo, un senso di nostalgia, come per qualcosa ormai persa, e allo stesso tempo di ribellione a questa nostalgia.
Penso allora che tutto è ancora da fare. Che i miei anni non sono pochi, ma manco tantissimi, no? Penso che c’è da rimboccarsi le maniche, scegliere una prospettiva, farsi una specie di piano, ci risiamo, piano nel quale far rientrare questa mia esperienza come qualcosa di positivo, di propedeutico, di preparatorio.
Un giorno, sto in macchina con Piero, andiamo verso le campagne sconfinate irlandesi. Ascoltiamo Rino Gaetano. Parliamo a voce alta della vita così come ci si presenta, così come ci è stata offerta, così come ci è sfuggita di mano. Parliamo e cerchiamo di farci forza, di intravedere squarci di sole tropicale nell’inverno scandinavo che ci sovrasta. Piero, dico, ma dove vado, dove andiamo, quando ci arriviamo? Piero rispondimi qualcosa di bello e promettente, e fammi crogiolare nelle tue parole incoraggianti, dai, non mi deludere ‘sta volta, che ne ho bisogno proprio. Piero lo vedo che si sforza proprio. Lo vedo che una vena gli si gonfia sulla fronte, che significa Lu’, ce la sto mettendo tutta, poi sento il suo corpo fremere, le labbra le vedo tremanti accennare a qualcosa. Poi tace. Poi, di nuovo, sento che sta partorendo qualche visionaria visione delle cose… dice, tu, amico mio, tu non lo sai. Ma da questa esperienza, che già in quanto tale ha valore positivo, da questa esperienza stai distillando, a piccole gocce, lentamente, ma inesorabilmente pure, stai distillando senso profondo. Conoscenza del mondo e delle sue forze. La tua è una discesa agli inferi della vita, per capirla, per essere in grado di goderla tutta, di assaporarla in ogni sua contraddittoria manifestazione. Dante mio, non disperare, no. Che la commedia è tutta qua, sotto i tuoi occhi!
mercoledì 15 agosto 2001
Serena Dublino
Come dicevo, un bel giorno di nuvole leggere, nel senso di bianche e veloci, vado all’aeroporto a prenderla. E non sto nella pelle, ho voglia di vederla, non posso negarlo. Prima però do una sistemata alla casa, ché io sono fatto così. Io sono di luglio, sono del cancro, e alla casa ci tengo. E’ come una parte di me. Se è in disordine non è un buon segno. Se è troppo in ordine nemmeno. Comunque gli do un’aggiustatina, una pulita generale, la profumo un po’ con qualche incenso dall’odore troppo chimico, faccio la spesa, immancabile il succo di pera, un po’ di gelato, qualche biscotto per la colazione. Poi mi metto la maglia blu delle grandi occasioni, che non è niente di speciale, solo una maglia di cotone blu scura, un po’ slavata ormai, a maniche lunghe. La uso nelle occasioni importanti come questa, e anche quando ne sento il bisogno, se per esempio sono un po’ giù di corda, se mi sento solo, se non mi ritrovo.
Penso che dovrei portarle qualcosa. I fiori… boh. Magari un bel palloncino colorato. Magari una stecca di cioccolata fondente, magari. E vedo gli altri, ad aspettare i loro cari, li vedo con un sacco di cose banali. Ma non mi viene in mente niente di diverso. Poi vedo della gente con dei cartelli che dicono mr. Kelly, mr. Fizgerald, mr. tal dei tali. Ci penso, non sarebbe male, no. Un bel cartello, che ci metto signorina Zuccheri, ci disegno un cuoricino rosso al lato, ci faccio pure le cornici colorate… ma è troppo tardi. E non c’ho il cartoncino, non c’ho i pennarelli, non c’ho un cazzo, come al solito, mai che le cose le faccia bene fino alla fine, mai. Va be’, a Sere’ la prossima volta, la prossima volta pure coi fiori e i palloncini e una bella stecca di cioccolata, pure.
Comunque arriva, magra magra come sempre, abbronzata che mi fa un po’ invidia, ansiosa come me. E mi vede, e sembra che non faccia caso alle mie mani vuote, per fortuna, mi vede e mi corre incontro sballottando la valigia grande, mezza piena di cose mie, che gliele avevo commissionate qualche giorno prima per telefono.
Piseeeeello! Lo sapevo. Mi chiama così. Piseeeeello mio, finalmente, mi dice, e mi abbraccia e insomma pure io, naturalmente. La scena ve la immaginate ché tutti abbiamo avuto un’esperienza di questo tipo, una volta almeno nella vita. Solo che io, appunto, proprio per questo, mi imbarazzo sempre un po’ in momenti del genere. Sto al gioco, naturalmente, ma mica così a mio agio. C’ho fretta di uscire da quel posto, uscire dal copione, dalla cartolina, di abbracciarla davvero, come un abbraccio unico, non scontato, non scritto. E poi lo so da me che sono imparanoiato, non vi ci mettete pure voi, adesso.
Serena, che bello averla qua con me! Che dà tutto un tocco particolare suo alle cose. Tutto un tocco di colore, ché fa splendere la mia casetta di Rathmines, fa splendere. E allora la mia vita in parte cambia. Sono contento di alzarmi la mattina e sono contento di andare a letto la sera. Poi sono pure abbastanza contento di come vanno le cose durante la giornata. E pure a lavorare ci vado, ma non mi pesa tanto. Che poi, quando torno a casa, c’è lei che si improvvisa mogliettina premurosa e le riesce anche bene. E mi riscalda un piatto di pasta, mi ascolta mentre io mi sfogo se qualcosa non è andato per il verso giusto, mi propone cose da fare per il giorno dopo. Che banalità, eh… Eppure è così, la felicità. Una cosa banale. Una cosa che non ci vorrebbe mica niente.
Sento Maxi, per telefono, gli dico sono felice, ma non per molto. Lui che è saggio come pochi, come certe querce secolari, ma a differenza di queste parla e ascolta, lui mi dice, secondo me… comunque vada dura poco, poi ti stanchi. Magari adesso ti senti bene con lei, pensi che sia tutto perfetto, ma, magari, è solo perché sai che tra poche settimane parte. C’hai l’alibi, non pensi al dopo, non ti preoccupa. Allora non ti senti stretto in nessuna morsa, non sei incastrato da forze contrastanti. Sei lì, col tuo bel presente senza futuri da definire. Allora sei felice. Ma non ti metti in gioco… eheheh! Sei felice, ma c’hai l’alibi. Non rischi niente. Comunque frate’, dice, pure così vale lo stesso. Pure così, goditela finché puoi.
Certi miei amici non li capisco subito. Certi miei amici, come Maxi, ci metto un po’ a decifrarli. Come certe querce secolari, si fa fatica.
Colgo solo l’ultima parte del discorso. Quella bella e positiva che dice goditela finché puoi. Colgo quella, che mi sembra la più interessante e chiara, e anche la più propositiva, ché c’ho bisogno di mettere in pratica io, c’ho bisogno di indicazioni nette, mica riflessioni troppo profonde. Allora dico parole sante, Maxi mio, parole sante. Queste ultime soprattutto, dico, grazie, eh, stammi bene, ci risentiamo. Ciao.
Allora io e Serena ce ne andiamo alle Aran Islands, non appena c’ho due giorni liberi più uno di malattia, ce ne andiamo alle Aran che è un posto magnifico, a dire di tutti quelli che ci sono stati. Si tratta, per dare anche qualche indicazione di viaggio, si tratta di un grappolo di isolette, tre, proprio davanti a Galway, sulla costa occidentale. Quindi prendiamo un bell’autobus di linea che taglia in due il paese, fino alla costa opposta, poi un piccolo traghetto per le Aran. Arriviamo di sera nell’isola più grande, Inish More, e cerchiamo subito un ostello, un B&B o qualunque altro posto dove passare la notte. Ma è alta stagione e l’isola trabocca di turisti. Ci viene un po’ la strizza di non trovare nulla e piove e fa freddo e i traghetti per tornare a Galway non salpano più fino al giorno dopo. E ci elettrizza anche un po’ l’idea, quanto basta per farci correre sotto la pioggia da un posto all’altro. Poi, dopo un’oretta, la faccenda è risolta. Niente paura, per 17 pounds a testa vi do riparo io nella mia umile dimora, dice sorniona l’isolana. Diciassette puonds, oh, faccio io attaccato ai soldi come non mai, che mi stupisco di me e un po’ me ne vergogno, per certi retaggi di un’epoca squattrinata e felice e fricchettona del mio recente passato studentesco. E lei dice che è un prezzo dignitoso e io faccio si con la testa, come per scusarmi, e intanto penso che in effetti è più che dignitoso per lei e per la sua più che dignitosa esistenza. Ma tant’è, si prende quella stanza che è l’ultima dell’isola e a vederla sotto questo aspetto non ci è costata neanche troppo cara.
E’ che io non ci sono mica abituato a spendere soldi tutti insieme. Io soldi tutti insieme ne ho visti pochi. Certe volte per pagare la retta universitaria. Certe volte per pagare lo strozzino del mio dentista. Ma poi, per il resto, sempre centellinati. E una stanza d’albergo l’ho pagata solo una volta, in Messico, a un prezzo che è l’equivalente di due pacchetti di sigarette qui in Irlanda. Per il resto solo campeggi e ostelli e stazioni ferroviarie e parchi e case di amici, quando andava bene.
Ed è un bellissimo giorno di luglio sull’isola. Un bellissimo giorno di luglio tiepido, come no, ma col sole forte che scalda e scotta la pelle. E lo prendiamo fin dal mattino presto che ci alziamo, facciamo colazione, ci incamminiamo per le strade strette e tortuose e inadatte alle macchinone degli indigeni arricchiti. Allora ci appiattiamo lungo i muretti di pietra ruvida che accompagnano e definiscono ogni strada di questo luogo così corroso dal tempo e così poco scalfito dalla modernità, strano e arcaico e mistico e turistico e commerciale e intatto e incrinato e tutto quello che vuoi tu.
Ed io, infatti, ci rivedo un’isola di tanti anni fa, forse sognata, forse vissuta, uguale e diversa. Con certi amici ci stavo. Era inverno, dalle scogliere guardavamo giù con la paura e l’attrazione che un bambino prova per il fuoco, un adolescente per il sesso. Noi che toccavamo il vento forte, volavamo tra le nuvole pesanti di pioggia, sprofondavamo nell’erba soffice e verde e poi a tuffarci con la mente tra le onde immense e terribili che si schiantavano sulle rocce immobili. E pensieri di morte lieve, di vita senza contorni, del tutto che ci abbiamo dentro e del tutto nel quale ci riversiamo. E lacrime di gioia e consapevolezza, abbracci, sentirsi come formiche schiacciate nelle rughe della terra secca, soffioni spettinati dalla brezza fresca. Poi non capire più se è reale, se è un sogno, se è una canzone di una radio lontana, che non capisci le parole ma ti piace lo stesso.
Allora mi commuovo tante volte, mi asciugo gli occhi umidi, guardo Serena e so che è lei, a farmi piangere e ridere e sentire ogni emozione emergere, amplificata, dal fondo ovattato nel quale solitamente la rinchiudo. Penso a quello che mi ha detto Maxi. Penso che non è vero. Non ho alibi, adesso. Non ho più alibi dietro i quali nascondermi. Sono così, come lei mi vede. Dico cose belle e brutte, cose giuste e ingiuste. Sono così. Le sensazioni non le trattengo. Mi vengono fuori umide, dalla pancia, dallo stomaco, non lo so da dove. Come un vecchio schiacciato dagli anni e dalle storie e dai dolori e dalle gioie. Come un vecchio col suo nipotino. Che lo guarda. E sorride. E si bagna gli occhi. E in quello sguardo c’è troppa vita e non ci sono parole né gesti. C’è il senso, forse, di quella fine e di quell’inizio. Ma non ci sono parole per dirlo. Solo commozione, che sgorga violenta e inarrestabile.
Quel vecchio io lo conosco. Mi teneva in braccio da piccolo. Mi insegnava le cose col tono serio dell’insegnante all’allievo, ma non così formale, no. E quelle cose, quelle che diceva, non me le ricordo più, cazzo, nemmeno mezza. Si sono perse per sempre, adesso. Poi certe volte, poche, rare, che capisci col cuore e con la pelle, come questa volta qua con Serena, certe volte che parli e parli e poi non dici più niente e la comunicazione che c’era continua lo stesso, vibra nell’aria, nello spazio tra i corpi, certe volte mi ritorna in mente lui, mi ricordo della sua faccia, esplodere di infinita tristezza e gioia.
giovedì 26 luglio 2001
Irish summer
Siamo arrivati così, senza neanche accorgercene, senza sentirlo il tempo che ci è scivolato addosso, siamo arrivati alla fine di luglio, alla fine dell’inizio di un’estate tenue, tiepida, primaverile. Irish summer, cioè poca, precaria, a fasi alterne di luci ed ombre, soli che giocano a nascondersi dietro nuvole pesanti di pioggia. Ti pare estate, questa? Ti pare che io devo stare qua a prender freddo, eh, e tutti gli amici allungati sulle spiagge di Capocotta, a fumarsi cannoni e asciugare le ossa? Ma guarda te!
Comunque. Dicevo. Non lo senti il tempo scivolarti addosso. Tranne poi, un giorno qualche giorno fa, un giorno che uno ti chiede oh, ma te da quanto tempo sei qui? E tu dici due mesi, dici, poi ci pensi e dici, no, tre, oh, cazzo, tre mesi! E sei sorpreso, sei stupito, ci rimani quasi male. E pensi che è già finito un altro luglio, è già finito l’inizio di un’altra estate, anche se non sembra proprio estate. E allora sono giorni, dopo quel giorno, sono giorni che la terra scotta sotto i piedi, che hai voglia di mandare tutti a cacare, andare al mare, andare a ballare la sera, ubriacarti, ridere con gli sconosciuti, mangiare un gelato di domenica pomeriggio. Da Tony magari, che lo fa buono. E a lavorare non ti va più di andarci. E a casa non ci vuoi stare. E non lo sai mica dove andare a sbattere. E ti fai domande che non trovano risposte, e lo sai. Ti fai domande tipo che ci faccio io, qui, dove andrò dopo, dopo quando, perché, eccetera eccetera, girando tutto intorno ad un nodo, girando intorno a un groviglio che c’hai in testa e dentro, in petto e nello stomaco gonfio, un groviglio che sei te e tutte le strade che hai preso e poi lasciato e ripreso e rilasciato e messo da parte ma poi ci ripensi…
Ed è tutto qua. Ma non è poco.
Allora ci sfoghiamo, tutto insieme, ci facciamo un po’ male per star meglio dopo. Andiamo a delle feste, che sono proprio belle feste con tutta una fauna interessante e rara, andiamo portandoci dietro una bottiglia di Bacardi da un litro. E la cocacola. Arriviamo, salutiamo tutti, andiamo diretti in cucina, ci versiamo il primo, forte, tanto è il primo. Nascondiamo la bottiglia nella lavatrice, che già l’abbiamo vista la penuria che c’è in giro, nascondiamo la boccia e tracanniamo, veloci, senza pensare. E poi riapri la lavatrice, rifai, ribevi, richiudi. E poi ancora e ancora e alla fine non lo sai come è finita, che non ti ricordi. Qualcuno ti ha detto qualcosa, ma te non ti ricordi, mica lo sai se è attendibile. Sembra che tu sia finito a dormire in una stanza dove le coppiette fresche si davano il cambio, e facevano tutto con un occhio al dormiente ché non si svegliasse per andare a fare la pipì. Sembra, ma io, come dicevo, non lo so mica.
Poi certi giorni di quest’estate poca, certi giorni passano e ne vengono altri. Ché tutte quelle domande, tutti gli ingorghi, le code al casello, tutte trovano lentamente una sistemazione temporanea nella tua testa. Poi una alla volta, gentili, si illuminano di una luce nuova, e le cose brutte diventano belle o così così, ma insomma va meglio, andiamo meglio, per forza. E usciamo di pomeriggio, uno di quei pomeriggi fortunati perché il sole si fa vedere, usciamo con Piero a farci una birretta, a dirci oh, ma lo sai che sto qua da tre mesi, mica due, oh, e riderci sopra. Poi confidare alcuni dei dubbi sopracitati, comunicare ansia e voglia di fare, cambiare ancora, trovare. Ottenere comprensione, condivisione, sostegno. Lo sapevo!
Ed esce fuori una bella storia, un bel viaggio che magari può diventare reale, chissà, comunque l’idea c’è, ed è buona, mi sa. E nasce proprio da quest’ansia che ci mette addosso quest’estate scarsa, che ti dà come l’impressione di perdere qualcosa per sempre. E io sono stanco di lavorare nove ore al giorno in un ristorante, farmi il culo, correre, per sei pound l’ora. E vorrei qualcosa di mio, qualcosa che mi appassioni. E questo entra in perfetta sincronia con una delle solite idee strampalate di Piero. Facciamo una scuola. Una scuola di lingue, qua, a Dublino. Una specie di centro di lingue e culture straniere. Un nuovo trend per l’Irlanda, che potrebbe imbroccare la via, potrebbe. Perché poi l’analisi è questa: qui ci sono un sacco di stranieri, adesso. Ma tanti, eh, e questi irlandesi non capiscono un cazzo quando li sentono parlare. Poi vanno al ristorante italiano e dicono bruscett, caapcin, poi vanno in vacanza in Spagna e si rinchiudono nei villaggi turistici che sono come colonie inglesi ai tempi delle colonizzazioni. E insomma, adesso che Dublino è così cosmopolita, adesso pure i dublinesi avranno voglia di aprirsi un po’ la mente e sciogliersi la lingua. E questa è l’analisi. Buona, mi sembra. Poi il progetto. Il progetto è una scuola, ma non solo. Un centro culturale, ma non solo. Una biblioteca internazionale, ma non solo. Un luogo tranquillo dove leggere, incontrare persone, ascoltare musica dal mondo, zuccherare un caffè a piacimento, o farsi su una sigaretta col Drum, ma non solo. E’, soprattutto, un trend che infiammerà Dublino, che farà impazzire le donne e gli uomini di questa città, che stabilirà un nuovo primato nell’organizzazione del tempo libero dei nuovi ricchi dublinesi, imparare lingue, imparare a fare la pasta al dente, affacciarsi al mondo che c’è al di là del mare. E’ un marchio che apparirà inesorabilmente su dischi di musica etnica, su libri di grammatica francese, su agende e rubriche telefoniche. Altisonante? Pretenzioso? Eh, lo so, eeeeh. Ma ci vuole, certe volte che hai bisogno di credere in qualcosa, ci vuole.
Ma poi quest’estate irish non finisce così, ché tutto cambia un giorno. Un giorno che viene qua Serena, a trovarmi per tre settimane. E Serena è la mia ragazza, che lo so che non l’avevo ancora mai nominata… che devo dire… eppure c’è. L’ho tenuta nascosta come un piccolo segreto. Pure io, come tutti, c’ho qualche piccolo segreto che tengo nascosto. L’ho nascosta, ed è stato facile, perché lei qui non c’era, fino a poco prima di arrivare, un bel giorno di nuvole leggere, un bel giorno qui a Dublino, a dirmi ciao pisello mio, che mi chiama così, pisello mio, ciao, sono arrivata!
venerdì 13 luglio 2001
Intanto
Intanto altre cose succedono nella mia vita. Altre cose come che cambio casa e vado a vivere con un gruppetto svitato composto da: italiano di nome Ruben, brasiliano di nome Fabio, giapponese di nome Takashi, francese, sopra citato, francese di nome, lo sapete, Khalid. Perché? Eh, perché dall’altra casa di Clonsilla mi buttano fuori a fine maggio, per carità, come da contratto, però mi trovo nei casini e per fortuna che questo gruppetto scalmanato che ho conosciuto quando andavo a lezione di inglese, che adesso non ci vado più, questo gruppetto c’ha in casa una stanzetta libera, per due, anche se dalle dimensioni non si direbbe. Dal prezzo sì, si direbbe proprio. Allora io mi cerco qualcuno che conosco per dividere la stanza. E trovo proprio lui, Khalid, e non mi dispiace affatto, anzi. E’ un bel tipo, sveglio, furbo, navigato… vent’anni, quasi saggio. E allora andiamo, una mattina col sole, portiamoci dietro la casetta come le chiocce, portiamoci dietro le nostre cose che più andiamo avanti più aumentano di numero e d’ingombro. Istalliamoci, sì, in questa casetta squassata di Rathmines, che sembra caderci addosso, i primi giorni, sembra che non tenga il peso. Poi dopo ti ci abitui. E in questa casa saremmo in quattro, due stanze doppie, saletta, cucina e bagno. Però non si capisce mica alla fine in quanti ci vivono. Alcuni proprio fissi, Fabio uno di questi, altri ci si appoggiano il venerdì e il sabato sera, altri ancora passano per qualche ora con la ragazza, ti chiedono, c’è Ruben? No, è a lavoro, come sempre a quest’ora. Ah… va be’, magari lo aspettiamo in camera sua. Oh, ma guarda che torna tra tre ore! Non c’è problema, noi non ci abbiamo mica fretta. Poi filano svelti in camera e chiudono la porta. Io alzo il volume dello stereo e faccio finta di niente. Eh, che devi fa’, mica puoi dirgli niente. Mi sembra un po’ di tornare indietro nel tempo. Bologna, alcuni anni fa. Via del Borgo 18, casa mia e di tanti altri amici, conoscenti, amici di amici. E citiamo pure Salvatores, una fassa una rassa, mi casa tu casa…. Quei tempi là, insomma, che non sono poi così lontani, e infatti ci metto poco a riprendere il ritmo. Mi piace? Insomma. Poteva andare peggio? Eh, ai voglia! Allora va bene, va bene anche questa.
Poi c’è da dire, così, per onor del vero, che questa Rathmines è una zona niente male proprio. A poco più di uno sputo dal centro. Vicino al lavoro, al mio, s’intende, non al vostro che non lo so mica dove lavorate, voi. Molto mooolto interessante, viva, colorata. Multirazziale, e spenderei qualche parola al riguardo. Ci sono zone a Dublino dove vivono i dublinesi, questo è ovvio. Ci sono zone dove i colori dei capelli sono quelli, sfumati più sul rosso, più sul biondo, sul rado a volte. Le pelli bianche, lentigginose, un po’ flaccide di chi beve birra e mangia patatine fritte. Ci sono zone che non c’è molto da dire, o forse sì, ma insomma, ci sono altre zone che sono tutta un’altra cosa. Altre zone, come Rathmines, tutta un’altra cosa. Cinesi giapponesi coreani tailandesi malesiani. Europei va be’ di tutte le parti. Poi indiani, pakistani, poi africani dell’Africa tutta, poi sudamericani, poi incrociati mezzi europei mezzi marocchini mezzi chissà che. E questa è Rathmines. Col take away cinese, indiano, arabo. Col ristorante italiano. Con le case rotte e quelle aggiustate, le strade affollate, i locali traboccanti, le fermate degli autobus piene di numeri diversi, tanti, per tutte le direzioni. Il supermercato discunt, la libreria di libri usati che vende anche i dischi usati e altre cose, purché usate. Questa è Rathmines ed è un sollievo, un bel giorno di primavera, una festa di carnevale, è una ventata di aria fresca e odorosa di fritti e kebab, hascish e monossido di carbonio. Rathmines non ce n’è un’altra, a Dublino, almeno.
Allora dicevo che vado a vivere con questo clan sgangherato e cosmopolita. Vado a vivere a Rathmines con questi giovani avventurieri, azzeccati in modo strano, con un codice tutto particolare che comincio ad assimilare dopo alcuni giorni. Un codice, per esempio, che ti fa dire, certe volte, a qualcuno, ti fa dire callate tio! Per dirgli stai zitto, e si usa lo spagnolo e solo quello, non lo so mica perché. Poi per dire che una ragazza ti eccita si dice bochi, così suona almeno, che sarebbe l’aggettivo giapponese che descrive l’organo riproduttivo maschile in posizione eretta, pronto per, insomma. Tua sorella, in italiano, si dice quando qualcuno ti prende in giro. Puoi anche sostituirlo con tua madre, tua zia o tua nonna, ma l’effetto ne risente. Comunque, inglese stentato, sempre.
Poi, dopo un po’ di tempo, quasi un mese, con questo gruppetto ci si sposta in un altro appartamento del quartiere. Peggio, molto peggio. Una cucina all’americana, come si dice, un bagnetto striminzito, una stanza con un letto matrimoniale in un angolo ed un lettino proprio sotto ad una grande finestra. Ci dormiamo in quattro. C’è un letto in meno. Takashi si offre di dormire per terra, pur di non dover dividere il lettone con Ruben, noto per il suo sonno agitato e rumoroso. Io… dormo con Ruben. Questa è una situazione comunque di passaggio, temporanea, solo di un paio di settimane. Perché poi Fabio parte con Takashi, io prendo l’appartamento di fronte, uguale per metratura e stato delle cose, Ruben resta fermo, libero finalmente di russare a più non posso, senza dover subire angherie varie dai suoi compagni di stanza.
E, quindi, siamo circa a metà luglio. Alla fine, dopo tanto navigare, avvistiamo terra. Cioè trovo questa casetta piccolina, che qui la chiamano studio. Trovo questo studio, una specie di monolocale con cucina e bagno, che lo prendo a scatola chiusa, come si dice, lo affitto senza averlo ancora visto. E lo so, lo so che è sbagliato ed è una cosa che è meglio non fare, ma insomma la faccio, la faccio lo stesso. Tanto peggio non può andare! Poi vedo la casa, un giorno, finalmente, che arrivano le chiavi non so bene da dove, non so bene come, fatto sta che Fabio me le lascia proprio affianco al letto una mattina, mi dà una voce, mi dice oh, sono arrivate le chiavi, del tuo studio, dice, non è un sogno eh, oh, sveglia! E io allora salto dal letto e mi precipito, infilo la chiave nella porta del mio studio, la serratura e un po’ duretta, ma va, penso che ci vorrà un po’ d’olio, e memorizzo. Entro. Un casino. Un gran bordello. Sedia squassate, materassi per terra, sozzerie varie un po’ dappertutto. Poi il bagno fa proprio schifo e non ve lo sto neanche a descrivere, che magari leggete che avete appena finito di mangiare, insomma meglio non rovinare al prossimo una buona digestione. Comunque niente, richiudo la porta, devo andare a lavorare nel giro di un paio d’ore. Non c’è tempo per nulla, adesso.
Il giorno dopo sono off, come si dice qui per dire che non sei on, cioè che c’hai il giorno libero e non lavori. Allora sono off, il giorno dopo. Un grande giorno che mi sveglio e faccio un bel saluto al sole, approssimativo, personalizzato, che le mosse non le so tutte, ma mi serve, mi carica, mi accende di energia positiva. Bevo un bel caffè, fumo una sigaretta e caco. Importante cominciare una grossa giornata, un big day, con questi tre fondamentali movimenti. Poi, così, pieno di buoni propositi e ottimismo, infilo di nuovo la chiave nella toppa, è duretta, penso, ci vorrà un po’ d’olio, penso, già mi suona questa, penso. Entro per la seconda volta. Cerco di guardare oltre, con un occhio a quello che c’è ed un altro al futuro, alle potenzialità, come si suol dire. Provo tutti gli interruttori… si! Poi faccio il giro degli elettrodomestici, non tanti, frigo, fornelli, scaldabagno… e vai! Poi tocca alle finestre… non c’è male! Moquette… solo un buco grosso e qualche altro di sigaretta che non si vede! Insomma faccio questa perlustrazione preliminare, badando alla struttura della cosa, della casa, insomma. E c’è. Non sembra ma c’è. Poi via di corsa al supermercato a svuotare il reparto detersivi. Si comincia!
E fu così che passai un lungo giorno chiuso in casa. Un lungo grande giorno, di quelli che guardi al futuro, che pensi al dopo, insomma. E poi, alla sera, già dormivo nella mia stanza. Cucina e bagno no, cucina e bagno ci sarebbero voluti altri due day off, un’altra settimana, approssimativamente.
Poi c’è da dire, così, per onor del vero, che questa Rathmines è una zona niente male proprio. A poco più di uno sputo dal centro. Vicino al lavoro, al mio, s’intende, non al vostro che non lo so mica dove lavorate, voi. Molto mooolto interessante, viva, colorata. Multirazziale, e spenderei qualche parola al riguardo. Ci sono zone a Dublino dove vivono i dublinesi, questo è ovvio. Ci sono zone dove i colori dei capelli sono quelli, sfumati più sul rosso, più sul biondo, sul rado a volte. Le pelli bianche, lentigginose, un po’ flaccide di chi beve birra e mangia patatine fritte. Ci sono zone che non c’è molto da dire, o forse sì, ma insomma, ci sono altre zone che sono tutta un’altra cosa. Altre zone, come Rathmines, tutta un’altra cosa. Cinesi giapponesi coreani tailandesi malesiani. Europei va be’ di tutte le parti. Poi indiani, pakistani, poi africani dell’Africa tutta, poi sudamericani, poi incrociati mezzi europei mezzi marocchini mezzi chissà che. E questa è Rathmines. Col take away cinese, indiano, arabo. Col ristorante italiano. Con le case rotte e quelle aggiustate, le strade affollate, i locali traboccanti, le fermate degli autobus piene di numeri diversi, tanti, per tutte le direzioni. Il supermercato discunt, la libreria di libri usati che vende anche i dischi usati e altre cose, purché usate. Questa è Rathmines ed è un sollievo, un bel giorno di primavera, una festa di carnevale, è una ventata di aria fresca e odorosa di fritti e kebab, hascish e monossido di carbonio. Rathmines non ce n’è un’altra, a Dublino, almeno.
Allora dicevo che vado a vivere con questo clan sgangherato e cosmopolita. Vado a vivere a Rathmines con questi giovani avventurieri, azzeccati in modo strano, con un codice tutto particolare che comincio ad assimilare dopo alcuni giorni. Un codice, per esempio, che ti fa dire, certe volte, a qualcuno, ti fa dire callate tio! Per dirgli stai zitto, e si usa lo spagnolo e solo quello, non lo so mica perché. Poi per dire che una ragazza ti eccita si dice bochi, così suona almeno, che sarebbe l’aggettivo giapponese che descrive l’organo riproduttivo maschile in posizione eretta, pronto per, insomma. Tua sorella, in italiano, si dice quando qualcuno ti prende in giro. Puoi anche sostituirlo con tua madre, tua zia o tua nonna, ma l’effetto ne risente. Comunque, inglese stentato, sempre.
Poi, dopo un po’ di tempo, quasi un mese, con questo gruppetto ci si sposta in un altro appartamento del quartiere. Peggio, molto peggio. Una cucina all’americana, come si dice, un bagnetto striminzito, una stanza con un letto matrimoniale in un angolo ed un lettino proprio sotto ad una grande finestra. Ci dormiamo in quattro. C’è un letto in meno. Takashi si offre di dormire per terra, pur di non dover dividere il lettone con Ruben, noto per il suo sonno agitato e rumoroso. Io… dormo con Ruben. Questa è una situazione comunque di passaggio, temporanea, solo di un paio di settimane. Perché poi Fabio parte con Takashi, io prendo l’appartamento di fronte, uguale per metratura e stato delle cose, Ruben resta fermo, libero finalmente di russare a più non posso, senza dover subire angherie varie dai suoi compagni di stanza.
E, quindi, siamo circa a metà luglio. Alla fine, dopo tanto navigare, avvistiamo terra. Cioè trovo questa casetta piccolina, che qui la chiamano studio. Trovo questo studio, una specie di monolocale con cucina e bagno, che lo prendo a scatola chiusa, come si dice, lo affitto senza averlo ancora visto. E lo so, lo so che è sbagliato ed è una cosa che è meglio non fare, ma insomma la faccio, la faccio lo stesso. Tanto peggio non può andare! Poi vedo la casa, un giorno, finalmente, che arrivano le chiavi non so bene da dove, non so bene come, fatto sta che Fabio me le lascia proprio affianco al letto una mattina, mi dà una voce, mi dice oh, sono arrivate le chiavi, del tuo studio, dice, non è un sogno eh, oh, sveglia! E io allora salto dal letto e mi precipito, infilo la chiave nella porta del mio studio, la serratura e un po’ duretta, ma va, penso che ci vorrà un po’ d’olio, e memorizzo. Entro. Un casino. Un gran bordello. Sedia squassate, materassi per terra, sozzerie varie un po’ dappertutto. Poi il bagno fa proprio schifo e non ve lo sto neanche a descrivere, che magari leggete che avete appena finito di mangiare, insomma meglio non rovinare al prossimo una buona digestione. Comunque niente, richiudo la porta, devo andare a lavorare nel giro di un paio d’ore. Non c’è tempo per nulla, adesso.
Il giorno dopo sono off, come si dice qui per dire che non sei on, cioè che c’hai il giorno libero e non lavori. Allora sono off, il giorno dopo. Un grande giorno che mi sveglio e faccio un bel saluto al sole, approssimativo, personalizzato, che le mosse non le so tutte, ma mi serve, mi carica, mi accende di energia positiva. Bevo un bel caffè, fumo una sigaretta e caco. Importante cominciare una grossa giornata, un big day, con questi tre fondamentali movimenti. Poi, così, pieno di buoni propositi e ottimismo, infilo di nuovo la chiave nella toppa, è duretta, penso, ci vorrà un po’ d’olio, penso, già mi suona questa, penso. Entro per la seconda volta. Cerco di guardare oltre, con un occhio a quello che c’è ed un altro al futuro, alle potenzialità, come si suol dire. Provo tutti gli interruttori… si! Poi faccio il giro degli elettrodomestici, non tanti, frigo, fornelli, scaldabagno… e vai! Poi tocca alle finestre… non c’è male! Moquette… solo un buco grosso e qualche altro di sigaretta che non si vede! Insomma faccio questa perlustrazione preliminare, badando alla struttura della cosa, della casa, insomma. E c’è. Non sembra ma c’è. Poi via di corsa al supermercato a svuotare il reparto detersivi. Si comincia!
E fu così che passai un lungo giorno chiuso in casa. Un lungo grande giorno, di quelli che guardi al futuro, che pensi al dopo, insomma. E poi, alla sera, già dormivo nella mia stanza. Cucina e bagno no, cucina e bagno ci sarebbero voluti altri due day off, un’altra settimana, approssimativamente.
martedì 3 luglio 2001
Runner
Correre. Correre sempre correre, fermarsi pochi secondi per bere un bicchiere d’acqua, correre ancora. Questo è quello che facciamo noi, della categoria dei runners. Sottostimati, sottopagati, sottopressione. Runner viene visto come un lavoro di secondaria importanza, in un grande ristorante. Lo chef è lo chef. Non si discute. Guai… discutere con lo chef. Sguardo basso e sempre perpiacere, sempre. I camerieri ai tavoli, tutti impettiti, con la loro stazione che la scambiano alcuni per un feudo, che se ci metti piede paghi il dazio, loro nemmeno li puoi mettere in discussione. Che sono loro che parlano coi clienti, li consigliano, li invitano a spendere e a tornare a farlo. Loro non li discuti mica. Allora chi discuti? Il runner! Il runner sempre lì in mezzo, né carne né pesce, ibrido tra sala e cucina, sfuggente e indefinibile… il ranner sì… in discussione! Portami questo, fai quello, è colpa sua che non è abbastanza veloce, dammi una sistemata ai tavoli, la bistecca è troppo cotta, è poco cotta, è mezza cotta. Il runner funziona bene da capro espiatorio di ogni guaio.
Solo pochi, i più attenti e brillanti, solo loro sanno del ruolo essenziale e imprescindibile cui assolve la nostra vituperata categoria. Comunicazione! Ecco cosa. Senza la quale, lo sappiamo tutti, senza la quale non vai da nessuna parte. Runners, come il buon Caronte, traghettiamo le anime di polli agnelli vacche e maiali, nonché salmoni trote tonni e merluzzi e, se è vero come credo che anche i vegetali ne hanno una, allora ci facciamo carico anche delle anime numerosissime di patate arrosto, lattughe, piselli e fagioli, pomodoretti gialli e rossi, asparagi, foglie di menta e di basilico, aglio e cipolle. E poi, pure, delle animelle rinsecchite che pur sempre giacciono in certi estratti come oli aceti e salse di diversa specie. Ecco cosa, mica solo correre senza una meta!
Allora, importantissimo se si vuole conservare la propria dignità, avere coscienza della propria funzione. Non esaltarla, nooo. Non serve. Ma nemmeno sentirsi umiliati, nemmeno nascondersi dagli sguardi degli altri quando, durante il briefting, il supervisore o il manager dicono come sempre Luca stasera runner! Proprio al suono di quelle sei lettere, proprio in quel momento, alzare lo sguardo fiero, rapida carrellata su tutti i presenti, soffermandosi sui più recidivi alcuni attimi in più, rapida carrellata che significa in campana, stasera siete nelle mie mani, come tutte le sere! E poi saper fare, saper imparare da tutti, saper rispettare il lavoro di tutti, nello stesso modo, quello del manager e quello del kitchen porter. Anzi, più di questo che di quello. Ecco il succo. Questo sto imparando in queste prime settimane di haute cusine, in queste settimane selvagge nel selvaggio west della ristorazione pubblica. Ma mai, mai, mai mai mai, abbassare lo sguardo. Mai farsi umiliare. Che il rispetto bisogna guadagnarselo, e te lo guadagni come il primo giorno di scuola da piccolo, nel bagno durante l’ora di ricreazione, quando il gruppetto di ripetenti ripete il gioco di tutti gli anni. Stai là, cerca di schivare i pugni, se puoi, e cerca di mollarne un paio pure se ti vengono male. Basta che arrivino. Basta che sia chiaro l’intento.
Così, tanto per fare un po’ di autocelebrazione, che tanto ormai ho preso il via, adesso vi racconto la breve storia della mio primo vero banco di prova, qui, all’O’Connells restaurant.
Capita un giorno, che sto in cucina per prendere un vassoio diretto ad un tavolo, quando mi accorgo di qualcosa che non quadra nell'ordinazione.... allora perdo tempo cercando la risposta esatta. Arriva il capo cuoco temuto e riverito che se lui parla non fiata una mosca, arriva e comincia a gridare prendi quel
vassoio e portalo al tavolo adesso! E io dico, oh, aspetta, guarda che mi sa che è sbagliato l'ordine, aspetta un attimo.
Lui, allora, si innervosisce e fa, ti ho detto prendi quei piatti e
portali al tavolo, adesso! e grida che lo sentono pure i clienti.
Io conservo il controllo, anche se dentro sto esplodendo, conservo il
controllo e gli dico li sto prendendo... ma non li prendo e lo fisso negli
occhi! (eh!). Lui diventa rosso come un peperone rosso, agita un forchettone
con la mano destra e ripete a squarciagola, ripete la stessa stupida frase,
e io rispondo lo stesso, continuo a guardarlo, piano piano prendo il
vassoio, ormai non mi interessa più controllare l'ordinazione, prendo il
vassoio piano piano e lo porto ai tavoli, ma non distolgo gli occhi dai suoi
fin quando posso. Poi torno in cucina con una rabbia dentro che sta per esplodere, torno in cucina che se qualcuno mi tocca lo incenerisco, torno in cucina e in due
secondi arriva il cameriere del tavolo suddetto e fa aoh, ma che gli avete
portato al tavolo 9, che ‘st’ordine è tutto da rifare! E io zitto, dentro mi
si spalanca una risata cattiva, ma serio serio dico, chef, what's up? E lui che non
è stupido come sembra, coglie l'ironia nella mia domanda ingenua, la
capisce e non gli piace e si scatena il putiferio.... oh falla finita, gli dico, e a me non mi parlare così, a me non mi gridare in faccia, ok? tu a me così non mi ci
parli! la prossima volta pensa, non parlare! proprio così gli dico, e lui mi
dice fuck off, che non ha bisogno di traduzioni, allora io fuck off you, e
pure goodbye, e me ne vado e lo lascio nei casini, in cucina, con un sacco
di piatti da portare, un sacco di piatti che aspettano il runner diligente e sottomesso che non c'è.
Poi, dopo tre minuti, viene il manager, Luca che succede? Niente, Tom,
niente. E aggiungo vago, che problema c'è? E lui, guarda che lo so quello che è successo, dai non ti preoccupare, you are a good man, don't worry, ci parlo io con lo chef. Io niente, gli dico, a me così non mi ci tratta nessuno! E lui allora
va dallo chef che riconosce le sue colpe e mi chiede scusa, ma non
direttamente, che lui è il capo della cucina, e non si abbassa a chiedere
scusa a me. Mi chiede scusa tramite il manager, che lo dice all'assistant
manager, che lo dice a me. L'incidente diplomatico sembra risolto. Sala e
cucina sono di nuovo una cosa sola, grazie alla mia buona volontà. Poi
prendo da parte Giorgio, assistent manager napoletano, Giorgio, gli dico,
ascoltami che non sono mai stato così serio: a me se qualcuno mi grida in
faccia un'altra volta, qualcuno chiunque esso sia, a me non me ne frega
niente. Prima gli sbatto in faccia un vassoio di piatti bollenti, poi vi
pianto a tutti e me ne vado così, su due piedi, ok? questa è una condizione,
irrinunciabile, mia. Giorgio ci pensa, dice sta bene, c'hai ragione pure te, poi va dallo chef, dai supervisori, e dice: oh, sto guagliolo lasciatemelo stare ok cumpa'?
lasciatemelo stare e qualunque cosa ci parlo io, vabbuo'?
Eh… lezioni di vita, eeeh!
Solo pochi, i più attenti e brillanti, solo loro sanno del ruolo essenziale e imprescindibile cui assolve la nostra vituperata categoria. Comunicazione! Ecco cosa. Senza la quale, lo sappiamo tutti, senza la quale non vai da nessuna parte. Runners, come il buon Caronte, traghettiamo le anime di polli agnelli vacche e maiali, nonché salmoni trote tonni e merluzzi e, se è vero come credo che anche i vegetali ne hanno una, allora ci facciamo carico anche delle anime numerosissime di patate arrosto, lattughe, piselli e fagioli, pomodoretti gialli e rossi, asparagi, foglie di menta e di basilico, aglio e cipolle. E poi, pure, delle animelle rinsecchite che pur sempre giacciono in certi estratti come oli aceti e salse di diversa specie. Ecco cosa, mica solo correre senza una meta!
Allora, importantissimo se si vuole conservare la propria dignità, avere coscienza della propria funzione. Non esaltarla, nooo. Non serve. Ma nemmeno sentirsi umiliati, nemmeno nascondersi dagli sguardi degli altri quando, durante il briefting, il supervisore o il manager dicono come sempre Luca stasera runner! Proprio al suono di quelle sei lettere, proprio in quel momento, alzare lo sguardo fiero, rapida carrellata su tutti i presenti, soffermandosi sui più recidivi alcuni attimi in più, rapida carrellata che significa in campana, stasera siete nelle mie mani, come tutte le sere! E poi saper fare, saper imparare da tutti, saper rispettare il lavoro di tutti, nello stesso modo, quello del manager e quello del kitchen porter. Anzi, più di questo che di quello. Ecco il succo. Questo sto imparando in queste prime settimane di haute cusine, in queste settimane selvagge nel selvaggio west della ristorazione pubblica. Ma mai, mai, mai mai mai, abbassare lo sguardo. Mai farsi umiliare. Che il rispetto bisogna guadagnarselo, e te lo guadagni come il primo giorno di scuola da piccolo, nel bagno durante l’ora di ricreazione, quando il gruppetto di ripetenti ripete il gioco di tutti gli anni. Stai là, cerca di schivare i pugni, se puoi, e cerca di mollarne un paio pure se ti vengono male. Basta che arrivino. Basta che sia chiaro l’intento.
Così, tanto per fare un po’ di autocelebrazione, che tanto ormai ho preso il via, adesso vi racconto la breve storia della mio primo vero banco di prova, qui, all’O’Connells restaurant.
Capita un giorno, che sto in cucina per prendere un vassoio diretto ad un tavolo, quando mi accorgo di qualcosa che non quadra nell'ordinazione.... allora perdo tempo cercando la risposta esatta. Arriva il capo cuoco temuto e riverito che se lui parla non fiata una mosca, arriva e comincia a gridare prendi quel
vassoio e portalo al tavolo adesso! E io dico, oh, aspetta, guarda che mi sa che è sbagliato l'ordine, aspetta un attimo.
Lui, allora, si innervosisce e fa, ti ho detto prendi quei piatti e
portali al tavolo, adesso! e grida che lo sentono pure i clienti.
Io conservo il controllo, anche se dentro sto esplodendo, conservo il
controllo e gli dico li sto prendendo... ma non li prendo e lo fisso negli
occhi! (eh!). Lui diventa rosso come un peperone rosso, agita un forchettone
con la mano destra e ripete a squarciagola, ripete la stessa stupida frase,
e io rispondo lo stesso, continuo a guardarlo, piano piano prendo il
vassoio, ormai non mi interessa più controllare l'ordinazione, prendo il
vassoio piano piano e lo porto ai tavoli, ma non distolgo gli occhi dai suoi
fin quando posso. Poi torno in cucina con una rabbia dentro che sta per esplodere, torno in cucina che se qualcuno mi tocca lo incenerisco, torno in cucina e in due
secondi arriva il cameriere del tavolo suddetto e fa aoh, ma che gli avete
portato al tavolo 9, che ‘st’ordine è tutto da rifare! E io zitto, dentro mi
si spalanca una risata cattiva, ma serio serio dico, chef, what's up? E lui che non
è stupido come sembra, coglie l'ironia nella mia domanda ingenua, la
capisce e non gli piace e si scatena il putiferio.... oh falla finita, gli dico, e a me non mi parlare così, a me non mi gridare in faccia, ok? tu a me così non mi ci
parli! la prossima volta pensa, non parlare! proprio così gli dico, e lui mi
dice fuck off, che non ha bisogno di traduzioni, allora io fuck off you, e
pure goodbye, e me ne vado e lo lascio nei casini, in cucina, con un sacco
di piatti da portare, un sacco di piatti che aspettano il runner diligente e sottomesso che non c'è.
Poi, dopo tre minuti, viene il manager, Luca che succede? Niente, Tom,
niente. E aggiungo vago, che problema c'è? E lui, guarda che lo so quello che è successo, dai non ti preoccupare, you are a good man, don't worry, ci parlo io con lo chef. Io niente, gli dico, a me così non mi ci tratta nessuno! E lui allora
va dallo chef che riconosce le sue colpe e mi chiede scusa, ma non
direttamente, che lui è il capo della cucina, e non si abbassa a chiedere
scusa a me. Mi chiede scusa tramite il manager, che lo dice all'assistant
manager, che lo dice a me. L'incidente diplomatico sembra risolto. Sala e
cucina sono di nuovo una cosa sola, grazie alla mia buona volontà. Poi
prendo da parte Giorgio, assistent manager napoletano, Giorgio, gli dico,
ascoltami che non sono mai stato così serio: a me se qualcuno mi grida in
faccia un'altra volta, qualcuno chiunque esso sia, a me non me ne frega
niente. Prima gli sbatto in faccia un vassoio di piatti bollenti, poi vi
pianto a tutti e me ne vado così, su due piedi, ok? questa è una condizione,
irrinunciabile, mia. Giorgio ci pensa, dice sta bene, c'hai ragione pure te, poi va dallo chef, dai supervisori, e dice: oh, sto guagliolo lasciatemelo stare ok cumpa'?
lasciatemelo stare e qualunque cosa ci parlo io, vabbuo'?
Eh… lezioni di vita, eeeh!
mercoledì 20 giugno 2001
Wild world restaurant!
Grandi ristoranti, piccoli mondi selvaggi! Grandi ristoranti, abitati da una fauna strana, devi farci l’occhio, fauna abituata alla strada, in cattività otto nove ore al giorno, poi esplode nei locali fumosi, quelli aperti fino a tardi, che ci vai dopo il lavoro, quando i clienti, la gente normale, va a casa a dormire.
Cos’è un grande ristorante? Ancora non lo so. Me lo chiedo mentre lavoro, me lo chiedo quando finisco il mio turno, mi cambio, mi lavo le ascelle sudate, me ne vado a bere qualcosa con qualche cameriere o cuoco o lavapiatti. Me lo chiedo ancora. Mi piace? Si, mi piace. Perché? Non lo so, me lo chiedo, ma non lo so.
Cook line, per assemblare i piatti, c’è il capo cuoco, lo chef, che controlla e dà il tocco finale tipo spruzzatina di prezzemolo sul cosciotto d’agnello, pomodorino rosso e coriandoli di cipolla fritta che sembrano sculture, mica piatti da trangugiare. Cook line è fatta poi pure di altre persone meno remunerate, che cuociono bistecche, che preparano le salse, che friggono patate e vegetali vari in grossi padelloni anneriti. I piatti finiti, tutti sotto alla luce calda del bancone della cucina, aspettano di essere controllati, puliti sul bordo con panno umido, e raggruppati per numero di ordinazione: tutti i clienti di uno stesso tavolo devono essere serviti contemporaneamente, non si sgarra! E ogni piatto vuole il suo accompagnamento particolare, mint souce o patate fritte che siano, quello deve essere e quello sarà. E questo lavoro di controllare che un’ordinazione sia completa, di pulire il bordo dei piatti, di metterli su uno o più vassoi e di portarli presto presto ai tavoli, che se no poi le cibarie si freddano, questo lavoro che viene indicato con l’appellativo che lascia intendere molto ma non tutto, appellativo che è quello di runner, questo lavoro lo faccio io, e non mi dispiace affatto. Cioè, poteva andare peggio, no?
Poi, continuando, il runner porta i vassoi fuori, in sala, li appoggia su una specie di cavalletto detto stand, li serve velocemente e con grazia come lui sa fare, da destra, come si deve fare, usando un panno per non scottarsi le dita perché, pare, nei grandi ristoranti i piatti si servono bollenti, i piatti proprio, non i cibi. Allora il bravo runner non si scotta mai, che usa il panno con destrezza e abilità, non si scotta mai e avverte pure i clienti, dice, attenzione, be carefull, il piatto è bello caldo. Loro allora tirano indietro le mani di scatto, poi sorridono compiaciuti, che lo sanno anche loro che nei grandi ristoranti i piatti sono bollenti, lo sanno. Alcuni poi si scottano lo stesso, quelli meno abituati allo sfarzo, sicuramente. Quelli che volevano farsi la serata ma che non ci sono abituati mica. Continuando ancora, il cameriere addetto alla stazione, che si chiama cosi un gruppetto di tavoli vicini tra loro, il cameriere addetto, lo stesso che prima si era incaricato di prendere l’ordine, lui serve il vino, sparecchia il tavolo, chiede tutto bene? e prende i soldi quando è il momento. Ogni cosa finisce, poi, in una zona nascosta, poco ambita, un po’ sporca, dove per lavorarci ci vuole pazienza, tanta. Una zona detta kitchen porter. Girone dantesco dove uomini rigorosamente in tuta blu da operaio fiat espiano colpe che non ci è dato sapere. Questi peccatori sono addetti alla pulizia delle stoviglie, dei pavimenti, di tutto quello che c’è da pulire. Sono brave persone, e secondo me quella fine non se la meritavano, secondo me.
Cos’è un grande ristorante? Ancora non lo so. Me lo chiedo mentre lavoro, me lo chiedo quando finisco il mio turno, mi cambio, mi lavo le ascelle sudate, me ne vado a bere qualcosa con qualche cameriere o cuoco o lavapiatti. Me lo chiedo ancora. Mi piace? Si, mi piace. Perché? Non lo so, me lo chiedo, ma non lo so.
Cook line, per assemblare i piatti, c’è il capo cuoco, lo chef, che controlla e dà il tocco finale tipo spruzzatina di prezzemolo sul cosciotto d’agnello, pomodorino rosso e coriandoli di cipolla fritta che sembrano sculture, mica piatti da trangugiare. Cook line è fatta poi pure di altre persone meno remunerate, che cuociono bistecche, che preparano le salse, che friggono patate e vegetali vari in grossi padelloni anneriti. I piatti finiti, tutti sotto alla luce calda del bancone della cucina, aspettano di essere controllati, puliti sul bordo con panno umido, e raggruppati per numero di ordinazione: tutti i clienti di uno stesso tavolo devono essere serviti contemporaneamente, non si sgarra! E ogni piatto vuole il suo accompagnamento particolare, mint souce o patate fritte che siano, quello deve essere e quello sarà. E questo lavoro di controllare che un’ordinazione sia completa, di pulire il bordo dei piatti, di metterli su uno o più vassoi e di portarli presto presto ai tavoli, che se no poi le cibarie si freddano, questo lavoro che viene indicato con l’appellativo che lascia intendere molto ma non tutto, appellativo che è quello di runner, questo lavoro lo faccio io, e non mi dispiace affatto. Cioè, poteva andare peggio, no?
Poi, continuando, il runner porta i vassoi fuori, in sala, li appoggia su una specie di cavalletto detto stand, li serve velocemente e con grazia come lui sa fare, da destra, come si deve fare, usando un panno per non scottarsi le dita perché, pare, nei grandi ristoranti i piatti si servono bollenti, i piatti proprio, non i cibi. Allora il bravo runner non si scotta mai, che usa il panno con destrezza e abilità, non si scotta mai e avverte pure i clienti, dice, attenzione, be carefull, il piatto è bello caldo. Loro allora tirano indietro le mani di scatto, poi sorridono compiaciuti, che lo sanno anche loro che nei grandi ristoranti i piatti sono bollenti, lo sanno. Alcuni poi si scottano lo stesso, quelli meno abituati allo sfarzo, sicuramente. Quelli che volevano farsi la serata ma che non ci sono abituati mica. Continuando ancora, il cameriere addetto alla stazione, che si chiama cosi un gruppetto di tavoli vicini tra loro, il cameriere addetto, lo stesso che prima si era incaricato di prendere l’ordine, lui serve il vino, sparecchia il tavolo, chiede tutto bene? e prende i soldi quando è il momento. Ogni cosa finisce, poi, in una zona nascosta, poco ambita, un po’ sporca, dove per lavorarci ci vuole pazienza, tanta. Una zona detta kitchen porter. Girone dantesco dove uomini rigorosamente in tuta blu da operaio fiat espiano colpe che non ci è dato sapere. Questi peccatori sono addetti alla pulizia delle stoviglie, dei pavimenti, di tutto quello che c’è da pulire. Sono brave persone, e secondo me quella fine non se la meritavano, secondo me.
lunedì 4 giugno 2001
Giorni che ci proviamo
Allora, siam qua. Poca estate. Estate non ancora e già finita. Che dicono maggio il mese più bello di certo, qua, sole caldo, dicono. E infatti tutti ignudi lasciano le case e si spandono per il villaggio, tutti a godersi la bella estate fuggevole, ma proprio fuggevole, che pare duri non più di due tre settimane l’anno, al massimo, se va bene. Io invece mica me la riesco a godere. Che c’ho freddo, io. Mica c’ho la pelle dura come questi nordici discendenti dei vichinghi, io. Io inverno. Io inizio primavera, tie’, al massimo, se proprio vuoi farla rosea. Ma estate proprio no. Noo. Estate è un’altra cosa. Estate me la ricordo, a Roma, o giù in Salento, caldo torrido. Oppure a Bologna, che è umido, è diverso. E’ un altro tipo di estate. Ma questa no, proprio estate non si può dire. Comunque, niente. Ci provo, a godermi questo inizio primavera, che la faccio rosea per farmi coraggio, ci provo.
Allora il mese di maggio è un mese che ci provo. Sono giorni che ci proviamo, a farli passare con dignità. Sono giorni che vado a scuola la mattina, non sempre, quando posso. Che me l’ero scordato cosa significa alzarsi la mattina e andare a scuola. L’avevo sapientemente cancellato dai miei ricordi. Adesso, niente. M’è tornato attuale. Il problema, la questione, la condizione dello studente. Allora delle volte non ci vado, faccio sega, come una volta. Faccio sega, che è una bella soddisfazione. Che sono ore di sonno in più che le stai rubando al tuo io cosciente, le sottrai quatto quatto e il tuo io onirico gode. Il tuo io onirico, che ultimamente l’avevi un po’ trascurato, con ‘sta storia del fare fare e fare, il tuo io onirico ci gode da morire. Che è un’eterna battaglia, non so se lo sapete, è un’eterna lotta e ultimamente s’era un po’ sbilanciata verso quell’altro io. Allora adesso ogni tanto faccio sega, che c’ho bisogno di ristabilire un attimo l’equilibrio dei miei io, io. Che se poi uno dei due prende il sopravvento, non so se lo sapete, quale che sia, non so se lo sapete che può essere pericoloso. Che c’è gente che va a finire nei manicomi per questo. Altri no. Altri scrivono le canzoni, dipingono, si tagliano le orecchie. Fanno cose strane, ma non proprio da manicomio. E allora diventano famosi. Anche se alcuni solo dopo morti, che non è tanto bello, ma ci si può stare lo stesso.
Questi giorni, poi, dopo la scuola, quando ci vado, dopo la scuola mi trastullo al sole per un’oretta. Mi trastullo al sole steso come una lucertola del St. Stephen’s Green. Al St. Stephen’s Green, di solito. Poi, dopo ancora, vado a lavorare. Che ho trovato un altro lavoro. Ah, questa è una storia che mi è capitata, che posso definirla proprio un bel colpo di culo. Uno di quelli sacrosanti, che te li sei meritati, che se non fossero arrivati avresti cominciato a dare di matto. Avresti cominciato a dare troppo spazio, che ne so, magari al tuo io onirico, o a quell’altro, e insomma casini, manicomi, orecchie tagliate, autoritratti con le bende sanguinanti. Grandi casini, se certi colpi di culo non arrivano in tempo.
Un amico mio, Khalid, amico di quegli amici freschi freschi, che l’ho conosciuto proprio da poco, questo amico mio, mentre beviamo una birra in uno di quei pub per turisti che ci sono in Temple bar, che io ero appena uscito dal lavoro, mentre beviamo mi dice, oh, lo sai che io ho lasciato da poco un bel posto da cameriere in un bell’hotel elegante di una bella zona qua di Dublino? No che non lo so, dico, che io mica lo sapevo che lavoravi in un hotel, mica le cose le so da solo, io. A proposito, che lavoro fai, gli chiedo, che non te lo avevo chiesto, che lavoro fai? Non dimostro tutta la mia intelligenza, mai con qualcuno che conosco da poco. Infatti mi dice, per l’appunto facevo il cameriere in un bell’hotel di una bella zona qua di Dublino, ma l’ho lasciato. E perché l’hai lasciato, questo bel lavoro in questa bella zona qua, eh? E lui sorvola, non si capisce, poi dice enivueis, comunque, se ti va ti ci porto io, in questo bel posto, che m’han detto che cercano, adesso. Allora a me la cosa un po’ mi puzza, che se il posto è così bello, in questa bella zona di Dublino, perché mai lasciarlo a me, giusto? Ma, però, siccome ho imparato a non fare troppe domande tutte insieme, che se no lo risposte poi non c’hai il tempo di ascoltarle, siccome ho imparato questa cosa che la ritengo di fondamentale importanza nelle relazioni sociali di ognuno, allora tiro dritto per questa bella strada che mi si prospetta, in questo bell’hotel di questa zona, bella di Dublino.
Così, qualche giorno più tardi, ci vado davvero in questo hotel, che si chiama Bewley’s in Ballsbridge, per differenziarlo da altri Bewley’s che ci stanno in giro, come il Bewley’s in Grafton street e altri che non conosco. Ci vado davvero. Dopo qualche giorno. Compilo il modulo, qualche domanda, qualche risposta. Che dici è andato bene, ‘sto colloquio, oh, Khalid, che dici, che pensi, oh. No bene, bene, fa lui, non ti preoccupare, non c’è problema, questi li conosco bene io, ti chiamano sicuro. E va be’, faccio come dici tu. Non mi preoccupo, io. Che tu questi li conosci. Ma speriamo, Khalid, speriamo, che io non ce la faccio più al Fitzsimons di Temple bar, manco un giorno di più, davvero.
Allora certe storie finiscono bene. Certe storie finiscono male. Certe storie finiscono così così, che non lo sai dire bene o male. Dici è finita, e basta. Questa storia è della prima specie, per fortuna. Per fortuna non è della seconda, dio ci scampi, e nemmeno è della terza, come quasi tutte. E’ della prima specie. Cioè mi chiamano, mi dicono venerdì cominci, ok? Dico Sciur, che qui è un modo per dire senz’altro, ma ti pare, non aspettavo altro. E poi arriva venerdì, e comincio davvero.
Mi presento in questo bell’hotel, raffinato, elegante, fighetto. Ci vado, come no, con i pantaloni neri che me li sono appena comprati in un grande magazzino di qui, uno di quelli popolari. Ma belli, i pantaloni, dico, belli davvero, che quasi mi dispiace usarli a lavoro. Mi presento, dico, devo lavorare qua, io, da oggi comincio, non so se lo sapevate. E chi mi risponde è una bella ragazza sulla trentina, irlandese, che la capisco poco ma quanto basta per capire il suo nome, che si chiama Linda, la ragazza, che lei è la manager del posto, assieme a un altro, che poi c’è tutta una gerarchia di assistent manager e supervisor, poi altri camerieri esperti, poi altri camerieri anziani, poi, dopo, io. Ma non demordere, mi dico, lo dico a una parte di me sempre in agguato, sempre lì pronta a boicottare ogni situazione nuova e imbarazzate. A questa parte gli dico va be’ che sei l’ultimo arrivato, va be’, non c’è mica problema, è normale che il primo giorno sei l’ultimo arrivato. Poi, dopo, quando arriverà qualcun altro, nuovo, quando arriverà, poi, non sarai più l’ultimo arrivato. Poi sarai già uno con esperienza, o anziano, o non so cos’altro. Facciamo questi discorsi, io con me stesso, quando ci si presentano certe situazioni nuove, certe situazioni che devi affrontare brillantemente, impavido, se no poi ti licenziano. Per fortuna dopo mi presentano l’assistent manager, italiano di Napoli che è un piacere parlarci e capire quasi tutto quello che dice. E la cosa allora prende una piega diversa, più facile, che questo italiano di Napoli qui, Giorgio, si chiama, emana tutto uno spirito patriottico e solidale che un po’ mi tranquillizza, un po’ mi da il voltastomaco. Ma va bene, mi dice, la prima cosa che devi imparare, la prima cosa che se no tutte le altre non ti servono a niente, la prima condizione imprescindibile per lavorare in un ristorante di un hotel di questa levatura qua che vedi, è senz’altro la pulizia, senza ombra di dubbio. Allora, va be’, a romano, vatti a fare la barba e stirati la camicia, che c’abbiamo il ferro da stiro, noi, qua, in questo ristorante di una certa levatura che lo vedi da solo, che te ne accorgi che mica puoi servire a tavola con la barba di un giorno e la camicia stropicciata, e levati pure l’anello al naso, che lui lo chiama così, levatelo che non siamo mica al carnevale di Rio, dice. E c’ha ragione, come no, ragionissima, presto fatto, leva il pearcing, fai la barba e stira la camicia. Non è mica il carnevale di Rio, dico a me stesso, riprendendo certi discorsi che ci facciamo, in certe situazioni che se no ti licenziano.
Allora il mese di maggio è un mese che ci provo. Sono giorni che ci proviamo, a farli passare con dignità. Sono giorni che vado a scuola la mattina, non sempre, quando posso. Che me l’ero scordato cosa significa alzarsi la mattina e andare a scuola. L’avevo sapientemente cancellato dai miei ricordi. Adesso, niente. M’è tornato attuale. Il problema, la questione, la condizione dello studente. Allora delle volte non ci vado, faccio sega, come una volta. Faccio sega, che è una bella soddisfazione. Che sono ore di sonno in più che le stai rubando al tuo io cosciente, le sottrai quatto quatto e il tuo io onirico gode. Il tuo io onirico, che ultimamente l’avevi un po’ trascurato, con ‘sta storia del fare fare e fare, il tuo io onirico ci gode da morire. Che è un’eterna battaglia, non so se lo sapete, è un’eterna lotta e ultimamente s’era un po’ sbilanciata verso quell’altro io. Allora adesso ogni tanto faccio sega, che c’ho bisogno di ristabilire un attimo l’equilibrio dei miei io, io. Che se poi uno dei due prende il sopravvento, non so se lo sapete, quale che sia, non so se lo sapete che può essere pericoloso. Che c’è gente che va a finire nei manicomi per questo. Altri no. Altri scrivono le canzoni, dipingono, si tagliano le orecchie. Fanno cose strane, ma non proprio da manicomio. E allora diventano famosi. Anche se alcuni solo dopo morti, che non è tanto bello, ma ci si può stare lo stesso.
Questi giorni, poi, dopo la scuola, quando ci vado, dopo la scuola mi trastullo al sole per un’oretta. Mi trastullo al sole steso come una lucertola del St. Stephen’s Green. Al St. Stephen’s Green, di solito. Poi, dopo ancora, vado a lavorare. Che ho trovato un altro lavoro. Ah, questa è una storia che mi è capitata, che posso definirla proprio un bel colpo di culo. Uno di quelli sacrosanti, che te li sei meritati, che se non fossero arrivati avresti cominciato a dare di matto. Avresti cominciato a dare troppo spazio, che ne so, magari al tuo io onirico, o a quell’altro, e insomma casini, manicomi, orecchie tagliate, autoritratti con le bende sanguinanti. Grandi casini, se certi colpi di culo non arrivano in tempo.
Un amico mio, Khalid, amico di quegli amici freschi freschi, che l’ho conosciuto proprio da poco, questo amico mio, mentre beviamo una birra in uno di quei pub per turisti che ci sono in Temple bar, che io ero appena uscito dal lavoro, mentre beviamo mi dice, oh, lo sai che io ho lasciato da poco un bel posto da cameriere in un bell’hotel elegante di una bella zona qua di Dublino? No che non lo so, dico, che io mica lo sapevo che lavoravi in un hotel, mica le cose le so da solo, io. A proposito, che lavoro fai, gli chiedo, che non te lo avevo chiesto, che lavoro fai? Non dimostro tutta la mia intelligenza, mai con qualcuno che conosco da poco. Infatti mi dice, per l’appunto facevo il cameriere in un bell’hotel di una bella zona qua di Dublino, ma l’ho lasciato. E perché l’hai lasciato, questo bel lavoro in questa bella zona qua, eh? E lui sorvola, non si capisce, poi dice enivueis, comunque, se ti va ti ci porto io, in questo bel posto, che m’han detto che cercano, adesso. Allora a me la cosa un po’ mi puzza, che se il posto è così bello, in questa bella zona di Dublino, perché mai lasciarlo a me, giusto? Ma, però, siccome ho imparato a non fare troppe domande tutte insieme, che se no lo risposte poi non c’hai il tempo di ascoltarle, siccome ho imparato questa cosa che la ritengo di fondamentale importanza nelle relazioni sociali di ognuno, allora tiro dritto per questa bella strada che mi si prospetta, in questo bell’hotel di questa zona, bella di Dublino.
Così, qualche giorno più tardi, ci vado davvero in questo hotel, che si chiama Bewley’s in Ballsbridge, per differenziarlo da altri Bewley’s che ci stanno in giro, come il Bewley’s in Grafton street e altri che non conosco. Ci vado davvero. Dopo qualche giorno. Compilo il modulo, qualche domanda, qualche risposta. Che dici è andato bene, ‘sto colloquio, oh, Khalid, che dici, che pensi, oh. No bene, bene, fa lui, non ti preoccupare, non c’è problema, questi li conosco bene io, ti chiamano sicuro. E va be’, faccio come dici tu. Non mi preoccupo, io. Che tu questi li conosci. Ma speriamo, Khalid, speriamo, che io non ce la faccio più al Fitzsimons di Temple bar, manco un giorno di più, davvero.
Allora certe storie finiscono bene. Certe storie finiscono male. Certe storie finiscono così così, che non lo sai dire bene o male. Dici è finita, e basta. Questa storia è della prima specie, per fortuna. Per fortuna non è della seconda, dio ci scampi, e nemmeno è della terza, come quasi tutte. E’ della prima specie. Cioè mi chiamano, mi dicono venerdì cominci, ok? Dico Sciur, che qui è un modo per dire senz’altro, ma ti pare, non aspettavo altro. E poi arriva venerdì, e comincio davvero.
Mi presento in questo bell’hotel, raffinato, elegante, fighetto. Ci vado, come no, con i pantaloni neri che me li sono appena comprati in un grande magazzino di qui, uno di quelli popolari. Ma belli, i pantaloni, dico, belli davvero, che quasi mi dispiace usarli a lavoro. Mi presento, dico, devo lavorare qua, io, da oggi comincio, non so se lo sapevate. E chi mi risponde è una bella ragazza sulla trentina, irlandese, che la capisco poco ma quanto basta per capire il suo nome, che si chiama Linda, la ragazza, che lei è la manager del posto, assieme a un altro, che poi c’è tutta una gerarchia di assistent manager e supervisor, poi altri camerieri esperti, poi altri camerieri anziani, poi, dopo, io. Ma non demordere, mi dico, lo dico a una parte di me sempre in agguato, sempre lì pronta a boicottare ogni situazione nuova e imbarazzate. A questa parte gli dico va be’ che sei l’ultimo arrivato, va be’, non c’è mica problema, è normale che il primo giorno sei l’ultimo arrivato. Poi, dopo, quando arriverà qualcun altro, nuovo, quando arriverà, poi, non sarai più l’ultimo arrivato. Poi sarai già uno con esperienza, o anziano, o non so cos’altro. Facciamo questi discorsi, io con me stesso, quando ci si presentano certe situazioni nuove, certe situazioni che devi affrontare brillantemente, impavido, se no poi ti licenziano. Per fortuna dopo mi presentano l’assistent manager, italiano di Napoli che è un piacere parlarci e capire quasi tutto quello che dice. E la cosa allora prende una piega diversa, più facile, che questo italiano di Napoli qui, Giorgio, si chiama, emana tutto uno spirito patriottico e solidale che un po’ mi tranquillizza, un po’ mi da il voltastomaco. Ma va bene, mi dice, la prima cosa che devi imparare, la prima cosa che se no tutte le altre non ti servono a niente, la prima condizione imprescindibile per lavorare in un ristorante di un hotel di questa levatura qua che vedi, è senz’altro la pulizia, senza ombra di dubbio. Allora, va be’, a romano, vatti a fare la barba e stirati la camicia, che c’abbiamo il ferro da stiro, noi, qua, in questo ristorante di una certa levatura che lo vedi da solo, che te ne accorgi che mica puoi servire a tavola con la barba di un giorno e la camicia stropicciata, e levati pure l’anello al naso, che lui lo chiama così, levatelo che non siamo mica al carnevale di Rio, dice. E c’ha ragione, come no, ragionissima, presto fatto, leva il pearcing, fai la barba e stira la camicia. Non è mica il carnevale di Rio, dico a me stesso, riprendendo certi discorsi che ci facciamo, in certe situazioni che se no ti licenziano.
sabato 12 maggio 2001
Storia di nonno Carmen, cacique messicano, e della sua sfortunata figlia
Mio nonno si chiama Carmen Orante. Novantaquattro anni suonati, grande signore del Chiapas orientale, grande possidente di terre e uomini. Potente e rispettato, solo non più tanto ricco, adesso, per via delle enormi spese sostenute per dare grandezza e pregio alla sua famiglia. Grande che non ve lo potete immaginare quanto. Grande che non ci credete se ve lo dico. Nonno Carmen, cacique messicano, sei mogli e settantaquattro figli. Uomo energico, energico davvero.
Josefa, raccontacene un’altra. A noi non ce la fai, settantaquattro, se dicevi trenta, che ne so, forse. Ma niente, irremovibile, non cambia versione. Proprio settantaquattro e non uno di meno. Ma dai, allora, più di dieci figli per moglie. Esagerato tuo nonno, maniacale. Lui si vede che nella vita proprio aveva deciso di dedicarsi a quello. Certo mica male, mica scemo il nonno, eh! Ma invece poi non è che davvero faceva solo su e giù, tutto il giorno, dice Josefa, perché lui c’aveva da pensare alle terre sue, al bestiame, al controllo del territorio. Lui decideva tutto, organizzava, faceva e disfaceva, e non volava una mosca in tutta la regione se lui diceva che non doveva volare. Allora il discorso si fa interessante, e pure la voce narrante comincia a svelare le sue carte. Si capisce che ce l’ha con gli zapatisti e coi rivoltosi, Josefa, mica puoi essere la nipote dell’immenso Carmen Orante e andare coi morti di fame a fare le rivoluzioni. Cioè potresti pure, ma è difficile, è proprio difficile.
Dice che adesso non è più come prima. Dice che adesso, per via dell’età, mi sa che non ci prende più tanto col cervello. Poi si è pure speso un sacco di soldi per sfamare tutti i figli, farli studiare, costruirgli le case, e insomma si sa che un figlio è pure una spesa, uno. Settantaquattro, settantaquattro spese. E le mogli. Ma gli è andata bene, che lui faceva sgobbare un sacco di campesinos analfabeti e affamati, e li teneva a stecco con un bel po’ di guardie stipendiate, uomini duri e violenti, mercenari dal grilletto facile. E ci metteva poco a concludere le vertenze sindacali, nonno Carmen, proprio poco. Proprio bravo. Poi ogni tanto qualche testa calda spariva dalla circolazione. Qualche saputello che voleva insegnarli le buone maniere al nonno, lo trovavano morto ammazzato nella polvere di qualche strada secondaria. Allora il nonno era, se così si può dire, un grande consigliere, che tutti andavano da lui, pure i politici, pure i giudici, pure la polizia, tutti a chiedergli che dobbiamo fare, chi dobbiamo far vincere, chi invece lo dobbiamo mandare al creatore. E nonno Carmen consigliava, spiegava, faceva i nomi. Poi la domenica si godeva i figli. Li portava a messa, tutti belli eleganti nei primi banchi, i primi dieci probabilmente, tutti rendere grazie e a confessare le marachelle. Il pomeriggio partitona a pallone, presumo. Un bel torneo andata e ritorno. Le bambine invece a fare i centrini, che non c’era ancora il calcio femminile.
E fin qui tutto bene. Cioè, fin qui la cosa non fa una piega. Sappiamo da che parte stare. Mica col nonno Carmen, e manco coi parenti suoi, famiglia sterminata di parassiti e filibustieri. Famiglia che quando se ne sposa uno è un casino, a organizzare il pranzo per settantaquattro famiglie, prolifiche, magari, che la stirpe è quella. Allora, poi, Josefa si lascia andare e ci racconta pure le storie allucinanti a sua volta apprese dalla voce della madre, quando era bambina. Storie che sembrano uscite da qualche pagina di Isabel Allende. C’era una sua zia, dice, una Orante, innamorata persa di un forestiero. Un pistolero capitato da quelle parti non si sa bene perché. Lei si chiamava Maria, lui Angelito. Un amore focoso, passionale, sudamericano proprio, pare. Allora si vedevano di nascosto, quasi, senza dare troppo nell’occhio. Ma al temibile Carmen gli arriva la voce. Questa, e pure quell’altra che Angelito sarebbe arrivato dalle sue parti per ucciderlo, mandato da chissà che mandante, che quando si fa del bene, si sa, ci si fanno poi un sacco di nemici. Allora lui non lo sapeva mica se era vero o no. Non lo sapeva, ma decide di tagliare la testa al toro. Uccidetemelo, dice. E manda un suo uomo di fiducia, un grezzo bellicoso avvezzo all’uso delle armi e all’abuso di potere, lo manda a fargli la pelle al povero Angelito. Poi non si sa come, Angelito che si vede tanto povero e inesperto non era, e magari pure se lo aspettava, forse, quando quello arriva, lo prende di sorpresa e gli ficca un coltello in pancia. Apriti cielo! Carmen Orante offeso e umiliato, mette su tutto un casino che non ci si crede. Tanto per cominciare chiama Maria, le molla due belle sberle e la manda in un convento o qualcosa di simile. Poi spedizioni, ricerche, cani sguinzagliati, ma niente. Angelito come volatilizzato. Angelito che si vede che aveva fiutato qualcosa, già c’aveva pronto un suo piano per tagliare la corda. E passano i mesi, Angelito dov’è, Angelito chi me lo trova lo faccio ricco di colpo, ma niente, Angelito come neve al sole, s'è sciolto. Poi, a Carmen il furioso, gli passa un poco l’incazzatura. Decide che è meglio lasciar perdere, che magari poi quello lì stava solo facendo il filo alla figlia, magari. Magari quelli che avevano messo in giro la voce erano solo degli invidiosi, si sa, come vanno queste cose. Ma si, mettiamoci una pietra sopra, mettiamoci. Che questo è il modo peggiore per curarmi ‘sta colite che mi perseguita, che non mi godo in pace una siesta che sia una. Così un giorno che era di buon umore, il savio Carmen Orante, pensa che magari è il caso pure di perdonare Maria, quella sgambettata, che in fondo è una pischelletta e poi è pure mia figlia, dice, e i figli so pezzi ‘e core, pensa, ricordandosi una vecchia canzone messicana dei suoi tempi. Allora prende il carro deciso, vado e la riporto a casa, ‘sta figlia mia, sangue del mio sangue, tutt’a papà, che pure io cazzate ne ho fatte da ragazzino, eh, pensa sentimentale Carmen. E mentre pensa e ripensa a quella figlia sua, una delle migliori che m’è venuta, valuta, mentre quasi gli esce la lacrima, al Carmen Orante il magnanimo, non ti vede sbucare dalla porta del convento o quello che è, insomma, non ti vede sbucare l’introvabile Angelito, il prestigiatore, l’illusionista, quel rotto in culo là che m’ha ucciso uno dei miei migliori alfieri e adesso si scopa pure la mia figliola, povera figliola mia, pensa mentre la rabbia gli scatta al cervello e col movimento calcolato e famigliare impugna l’arma e gli piazza due colpi dritti in petto, che l’Angelito cambia colore e il sorriso gli si ghiaccia sulla faccia. Cade mezzo morto, agonizzante, dice Maria m’hai tradito, glielo hai detto, Maria? E spira.
Allora Maria che era proprio dall’altro lato della porta, che non usciva per evitare gli sguardi indiscreti, Maria urla no, no che non gli ho detto niente, che non lo so mica come l’è venuto a sapere, ma niente. Angelito già non sente più. Angelito proprio non ce l’ha fatta a resistere fino alla risposta. E’ morto col dubbio, povero Angelito, e Maria è impazzita che oltre al dolore le rodeva proprio questo fatto di non essere riuscita a dirglielo bene, ad Angelito, guardandolo dritto negli occhi, Angelito mio, ti amo lo sai, non ti tradirei per nulla al mondo.
Josefa, madonna, che storie dell’altro mondo che ci racconti, oh, ma che davvero?
Josefa, raccontacene un’altra. A noi non ce la fai, settantaquattro, se dicevi trenta, che ne so, forse. Ma niente, irremovibile, non cambia versione. Proprio settantaquattro e non uno di meno. Ma dai, allora, più di dieci figli per moglie. Esagerato tuo nonno, maniacale. Lui si vede che nella vita proprio aveva deciso di dedicarsi a quello. Certo mica male, mica scemo il nonno, eh! Ma invece poi non è che davvero faceva solo su e giù, tutto il giorno, dice Josefa, perché lui c’aveva da pensare alle terre sue, al bestiame, al controllo del territorio. Lui decideva tutto, organizzava, faceva e disfaceva, e non volava una mosca in tutta la regione se lui diceva che non doveva volare. Allora il discorso si fa interessante, e pure la voce narrante comincia a svelare le sue carte. Si capisce che ce l’ha con gli zapatisti e coi rivoltosi, Josefa, mica puoi essere la nipote dell’immenso Carmen Orante e andare coi morti di fame a fare le rivoluzioni. Cioè potresti pure, ma è difficile, è proprio difficile.
Dice che adesso non è più come prima. Dice che adesso, per via dell’età, mi sa che non ci prende più tanto col cervello. Poi si è pure speso un sacco di soldi per sfamare tutti i figli, farli studiare, costruirgli le case, e insomma si sa che un figlio è pure una spesa, uno. Settantaquattro, settantaquattro spese. E le mogli. Ma gli è andata bene, che lui faceva sgobbare un sacco di campesinos analfabeti e affamati, e li teneva a stecco con un bel po’ di guardie stipendiate, uomini duri e violenti, mercenari dal grilletto facile. E ci metteva poco a concludere le vertenze sindacali, nonno Carmen, proprio poco. Proprio bravo. Poi ogni tanto qualche testa calda spariva dalla circolazione. Qualche saputello che voleva insegnarli le buone maniere al nonno, lo trovavano morto ammazzato nella polvere di qualche strada secondaria. Allora il nonno era, se così si può dire, un grande consigliere, che tutti andavano da lui, pure i politici, pure i giudici, pure la polizia, tutti a chiedergli che dobbiamo fare, chi dobbiamo far vincere, chi invece lo dobbiamo mandare al creatore. E nonno Carmen consigliava, spiegava, faceva i nomi. Poi la domenica si godeva i figli. Li portava a messa, tutti belli eleganti nei primi banchi, i primi dieci probabilmente, tutti rendere grazie e a confessare le marachelle. Il pomeriggio partitona a pallone, presumo. Un bel torneo andata e ritorno. Le bambine invece a fare i centrini, che non c’era ancora il calcio femminile.
E fin qui tutto bene. Cioè, fin qui la cosa non fa una piega. Sappiamo da che parte stare. Mica col nonno Carmen, e manco coi parenti suoi, famiglia sterminata di parassiti e filibustieri. Famiglia che quando se ne sposa uno è un casino, a organizzare il pranzo per settantaquattro famiglie, prolifiche, magari, che la stirpe è quella. Allora, poi, Josefa si lascia andare e ci racconta pure le storie allucinanti a sua volta apprese dalla voce della madre, quando era bambina. Storie che sembrano uscite da qualche pagina di Isabel Allende. C’era una sua zia, dice, una Orante, innamorata persa di un forestiero. Un pistolero capitato da quelle parti non si sa bene perché. Lei si chiamava Maria, lui Angelito. Un amore focoso, passionale, sudamericano proprio, pare. Allora si vedevano di nascosto, quasi, senza dare troppo nell’occhio. Ma al temibile Carmen gli arriva la voce. Questa, e pure quell’altra che Angelito sarebbe arrivato dalle sue parti per ucciderlo, mandato da chissà che mandante, che quando si fa del bene, si sa, ci si fanno poi un sacco di nemici. Allora lui non lo sapeva mica se era vero o no. Non lo sapeva, ma decide di tagliare la testa al toro. Uccidetemelo, dice. E manda un suo uomo di fiducia, un grezzo bellicoso avvezzo all’uso delle armi e all’abuso di potere, lo manda a fargli la pelle al povero Angelito. Poi non si sa come, Angelito che si vede tanto povero e inesperto non era, e magari pure se lo aspettava, forse, quando quello arriva, lo prende di sorpresa e gli ficca un coltello in pancia. Apriti cielo! Carmen Orante offeso e umiliato, mette su tutto un casino che non ci si crede. Tanto per cominciare chiama Maria, le molla due belle sberle e la manda in un convento o qualcosa di simile. Poi spedizioni, ricerche, cani sguinzagliati, ma niente. Angelito come volatilizzato. Angelito che si vede che aveva fiutato qualcosa, già c’aveva pronto un suo piano per tagliare la corda. E passano i mesi, Angelito dov’è, Angelito chi me lo trova lo faccio ricco di colpo, ma niente, Angelito come neve al sole, s'è sciolto. Poi, a Carmen il furioso, gli passa un poco l’incazzatura. Decide che è meglio lasciar perdere, che magari poi quello lì stava solo facendo il filo alla figlia, magari. Magari quelli che avevano messo in giro la voce erano solo degli invidiosi, si sa, come vanno queste cose. Ma si, mettiamoci una pietra sopra, mettiamoci. Che questo è il modo peggiore per curarmi ‘sta colite che mi perseguita, che non mi godo in pace una siesta che sia una. Così un giorno che era di buon umore, il savio Carmen Orante, pensa che magari è il caso pure di perdonare Maria, quella sgambettata, che in fondo è una pischelletta e poi è pure mia figlia, dice, e i figli so pezzi ‘e core, pensa, ricordandosi una vecchia canzone messicana dei suoi tempi. Allora prende il carro deciso, vado e la riporto a casa, ‘sta figlia mia, sangue del mio sangue, tutt’a papà, che pure io cazzate ne ho fatte da ragazzino, eh, pensa sentimentale Carmen. E mentre pensa e ripensa a quella figlia sua, una delle migliori che m’è venuta, valuta, mentre quasi gli esce la lacrima, al Carmen Orante il magnanimo, non ti vede sbucare dalla porta del convento o quello che è, insomma, non ti vede sbucare l’introvabile Angelito, il prestigiatore, l’illusionista, quel rotto in culo là che m’ha ucciso uno dei miei migliori alfieri e adesso si scopa pure la mia figliola, povera figliola mia, pensa mentre la rabbia gli scatta al cervello e col movimento calcolato e famigliare impugna l’arma e gli piazza due colpi dritti in petto, che l’Angelito cambia colore e il sorriso gli si ghiaccia sulla faccia. Cade mezzo morto, agonizzante, dice Maria m’hai tradito, glielo hai detto, Maria? E spira.
Allora Maria che era proprio dall’altro lato della porta, che non usciva per evitare gli sguardi indiscreti, Maria urla no, no che non gli ho detto niente, che non lo so mica come l’è venuto a sapere, ma niente. Angelito già non sente più. Angelito proprio non ce l’ha fatta a resistere fino alla risposta. E’ morto col dubbio, povero Angelito, e Maria è impazzita che oltre al dolore le rodeva proprio questo fatto di non essere riuscita a dirglielo bene, ad Angelito, guardandolo dritto negli occhi, Angelito mio, ti amo lo sai, non ti tradirei per nulla al mondo.
Josefa, madonna, che storie dell’altro mondo che ci racconti, oh, ma che davvero?
giovedì 3 maggio 2001
Meeting people
Allora, dicevamo, condizioni. Condizioni, che come dice il saggio, meglio una che nessuna. Allora, noi già ne abbiamo un paio, mi pare di ricordare. Un paio, cioè casa e lavoro, oddio. Non l’avrei mai detto, casa e lavoro, sembra un incubo. Va be’, facciamo finta di niente, che la strada l’abbiamo presa, ormai. La strada è in salita, non ci piace per niente, suona male pure a pronunciarla, ma l’abbiamo presa, ormai. Allora casa. Fatto. Lavoro. Fatto prima ancora. Vita sociale, comunicazione, meeting people. Da fare. Allora, maternamente, che io mi sa che ispiro in certe donne un certo innato spirito materno, maternamente Audrey mi ha procurato, spontaneamente, tutta una lista di scuole e accademie per imparare l’inglese. Cioè realizzare la terza ed ultima delle condizioni, senza le quali, lo sapete già, senza le quali neanche al Pozzo. Allora, facciamo un po’ questo giro di perlustrazione.
David, pliis tu mitiu, come va? Che David parla pure l’italiano, allora poi si opta per quest’ultimo così almeno evitiamo i malintesi. Sai com’è, l’avrai capito, io cercavo un corso d’inglese, ma bello intenso, un corso di quelli che ti bastano non dico due settimane, non dico tre, ma quattro cinque al massimo per sentirti quasi bilingue, insomma. Un corso di quelli fatti apposta per imparare l’inglese velocemente, senza sforzo, senza accorgertene neanche. Di quei corsi che da un giorno all’altro, non si sa bene quando, che dipende dalle capacità soggettive, ma insomma da un giorno all’altro ti ritrovi a parlare in inglese e a pensare pure in inglese. Che magari quando parli con tua mamma al telefono ti scappano certi intercalari tipo so, well, cose di questo genere che tua mamma ti dice povero figlio mio già sei diventato un altro che pure con la tua mamma parli quella lingua strana. E tu gli dici, sai com’è, well, qui senza l’inglese manco al Pozzo… Insomma ci siamo capiti con Devid, che guarda caso gestisce una scuola di inglese per stranieri, una scuola, dice, che fa proprio al caso mio, perché lui pure, quando l’ha messa su, lui pure pensava proprio al tipo di corso di quelli che senza accorgertene, poi, parli con tua madre e dici well, so, e anche altre cose di questo tipo.
Fatto. Questa è stata facile. Scuola, che si torna tra i banchi domani, si torna a imparare le cose. Domani ci si ritrova come quando eravamo bambini, a imparare le cose seduti composti. Mica male, mica da buttare via. Che poi ci penserei due volte prima di buttarla via, ‘sta scuola, con quello che mi costa. Allora di corsa a casa a stirare il grembiule, a fare la cartella. Mi porto la merenda? Boh.
Dawson street, Accademia di studi inglesi, altisonante. Proprio a due passi dal celebre Trinity College, proprio a due passe dall’affollatissima Grafton street, proprio attaccata all’impeccabile giardino di St. Stephen. Zona nevralgica di Dublino. Zona magnetica dell’Irlanda sud orientale. Proprio nel grande centro culturale turistico affaristico faccendiero, proprio nel bel mezzo di un sacco di movimenti energetici, proprio. Certo quando entri poi l’impressione cambia, che non c’è molto di più dello stretto necessario. Banchi sedie lavagnette, un bagno solo, una sala per il break, ma con un solo posacenere da spartire con una gran massa di fumatori dell’estremo oriente. Si, perché poi, con grande sorpresa, ho scoperto cosa ci facevano a Dublino migliaia di infaticabili giovani cinesi. Studiano. Ecco cosa. Studiano inglese e lavorano, alcuni, nei pubs e nei supermercati. Certo alcuni sono giapponesi, ma pochi. Che poi, pure se si somigliano, li distingui comunque, che i giapponesi sembrano sempre indossatori per qualche stilista d’avanguardia, mentre i cinesi ancora lì con le camicie bianche e i pantaloni neri. Che quando li vedi nei loro ristoranti, pensi sia l’uniforme da lavoro, pensi. Invece no. Proprio gli piace quello stile. Abbinamento facile e di poche pretese, poche chiacchiere, insomma. Camicia bianca pulita, pantalone nero che va bene comunque. Allora quando entro nella mia classe, elementary 3, che dà una certa soddisfazione, quel tre dico, quando entro nella mia classe, sono tutti lì. Con le loro divise comode. Tutti lì, con i vocabolari elettronici. Saranno una decina. Poi ci sono io, col collins nuova edizione, il buon vecchio cartaceo tascabile. Dieci contro uno, senza il supporto della tecnologia. Posso farcela, che dite?
Facciamo il presente, i verbi, al presente. Dice che i primi giorni parliamo solo al presente, perché poi gli altri tempi li facciamo dopo, con calma. Allora, penso, al presente non è male. Forse è proprio quello che ci vuole. Un bel presente, non fuggevole, non inafferrabile, un bel presente che c’è solo lui, pure il passato, pure il futuro, sono lì. Che tanto se non li sai i tempi, se non le sai dire le cose al passato o al futuro, ti devi arrangiare col presente. Poi la gente magari pensa che te sei uno di quelli che c’hanno il dono dell’ubiquità, che fai tutto insieme nel tempo presente, pure le cose future, le cose che ancora non hai fatto, se le metti al presente le stai praticamente facendo. Che potrebbe essere una buona soluzione a certi problemi di inconcludenza che è una vita che mi perseguitano. Mi sento bene, in questo eterno attimo fuggente. Canto chi vuol esser lieto sia, senza il peso del tempo passato e l’ansia di quello futuro. Pensateci. Pensateci a questa via grammaticale per la rivoluzione della vita quotidiana. Dal detto parla come mangi, al suo contrario complementare mangia come parli. Io questa cosa, della rivoluzione volontaristica, del linguaggio che è il riflesso del pensiero dominante, che a sua volta riflette distorcendo la vita materiale, ma che a un certo punto potrebbe pure smettere di essere riflesso, cominciare ad avere vita propria ed essere causa di altre vite, questa cosa io l’ho sempre sospettata. Poi un giorno, mi ricordo, un professore esimio di storia moderna, uno che tutti ne dicevano un gran bene, un giorno ci prese da parte, a me e ai miei amici entusiasti e volenterosi, ci prese da parte e ci disse che la nostra era una deriva letteraria. Che la nostra era una velleità artistica. Che la nostra rivoluzione era tutto tranne che rivoluzionaria. Che bisogna andare davanti ai cancelli delle fabbriche alle 5 del mattino, come faceva lui quando stava con l’autonomia, alle 5 del mattino a vendere il giornale e a costruire la coscienza di classe, la consapevolezza e il resto. Allora un amico mio gli dice che davanti ai cancelli delle fabbriche adesso non c’è più nessuno, che le fabbriche hanno chiuso, che nelle poche ancora aperte agli operai non gliene fotte un cazzo della coscienza, che loro vanno in vacanza alle Maldive, adesso. Allora lui dice che i tempi sono cambiati. Che quando lui era giovane era un’altra cosa. Ma andateci lo stesso, dice, andateci che non si sa mai. Qualcuno magari lo trovate. Quest’esimio qua, il professore, questo sa come far crescere le persone. A noi quel giorno c’ha insegnato quello che altrimenti chissà quanto tempo c’avremmo messo a capirlo. Allora poi nessuno di noi ha più parlato seriamente di cambiare le cose. Che una grande tristezza ci coglieva quando parlavamo di cambiare le cose. Così grande, quella tristezza, che alla fine non ne abbiamo parlato più. Alla fine, adesso, solo ogni tanto ripensiamo a quello lì, quell’esimio, e diciamo, ogni tanto, quanto era bravo quel professore, te lo ricordi, eh?
Mi presento, si presenta. Pure gli altri fanno lo stesso. Che bello, finalmente voglia di conoscersi. Allora ci sono: cinesi tanti, già l’abbiamo detto, i nomi no, non ve li dico. Poi spagnoli come se piovesse, spagnoli che a me mi ricordano la Spagna, il sole, le tapas, la mia vita passata felice e fiduciosa. Gli amici baschi, le notti ebbre, l’amore che non muore. Altre cose, poi, che non mi va di dirvi. Ma insomma, sempre la stessa emozione, quella di quando parli di nuovo spagnolo, quella di quando senti uno che ti dice joder, tio, que pasa! E hai voglia di tornare là per sempre. Hai voglia di tornare. Poi sudamericani, pure. Argentini e messicani. Altro amore, altra nostalgia. Italiani pochi, per fortuna, che ci mancano solo loro.
Allora si parla con Josefa, ragazza simpatica e un po’ tirata. Un po’ timida, ma pure maliziosa. Va be’, Josefa, ma tu da dove vieni, da che parte, dico, del Messico sterminato? Chiapas? Ma dai! Io proprio in Chiapas ci sono stato qualche mese fa, proprio al paese tuo. E che fai, che fai in Chiapas? Ma dai, ah. Ho capito. Interessante… Josefa fa la figlia di un ricco signore proprietario di terre e bestiame, in Chiapas. Un ricco signore che la manda a Dublino per imparare l’inglese perché adesso, sai come, mica zappiamo la terra, noi. Noi C’abbiamo un’impresa grossa ed io tengo la contabilità e pure faccio qualche altro lavoretto. E allora, sai, l’inglese è importante, perché a noi chi ci dà da vivere sono gli stranieri, sai, americani e così via. E già, e già. Mi pare d’aver sentito qualcosa al riguardo.
Non so più che dire. Mi trattengo. No, parlo. Sai, io in Chiapas, sai com’è, sono stato in una comunità dove la contabilità la tengono per sapere quanti bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno, avvelenati dall’acqua putrida e malsana. Sai com’è? No? Ah, c’è molta povertà. Eeeh, lo so, lo so. Povera gente.
Compassionevole, Josefa. Cuore grande. Anche se, dice, poi se gli dai la mano si prendono tutto il braccio, dice. Che quelli lì, allude si capisce bene a chi, quelli lì senza dirti niente, senza fartelo sapere, da un giorno all’altro ti possono pure occupare le terre, mandarti in malora il raccolto di una stagione. Quella gente, non rispetta la proprietà, il lavoro degli altri, non sa cosa vuol dire. Allora tu magari li fai studiare, che sei d’accordo che anche loro abbiano un’istruzione, sei d’accordo che se no il Messico non va mica avanti, e quelli si mettono a fare politica, occupano le terre che neanche le sanno sfruttare bene, si fanno le loro scuole autonome…
Mi viene da dirgli qualunque cosa. Ma mica ci voglio finire io in una discussione interminabile, oltre che assurda, pure. Che come glielo spieghi a lei che loro hanno tutto il diritto di prendersi un po’ delle sue sterminate terre. Come glielo spieghi? E poi lei ti dice, e non c’ha torto, tu che ne sai, che ne sai che sei romano de Roma e in Messico ci sei andato a farti le vacanze umanitarie, che ne sai? Ma tant’è, si finisce proprio così, a parlarci addosso, a ferirci a vicenda, ma mai colpi mortali. Colpi mortali no, che non sta bene, che tutti e due c’abbiamo uno status ingombrante da difendere e lo sappiamo.
Allora, poi, una spagnola di Madrid, carina e spensierata, che lei un discorso così non lo sta neanche a sentire, lei, che è proprio carina e deve pensare alle sue carinerie, ai suoi ninnoli e capricci, lei dice io vado a fare shopping, Josefa, te che fai vieni? Ma non le va, a Josefa, di andare a rompersele vetrina per vetrina, non le va. Josefa, un punto per te, proprio adesso che stavi perdendo su tutta la linea. Brava, Josefa, proprio non me lo aspettavo. Così finiamo tutti e tre a mangiarci le patatine fritte in un posto strano, economico, a metà tra la mensa per poveri e il locale hippy. Mica male, nella provincia informatizzata dell’impero europeo.
David, pliis tu mitiu, come va? Che David parla pure l’italiano, allora poi si opta per quest’ultimo così almeno evitiamo i malintesi. Sai com’è, l’avrai capito, io cercavo un corso d’inglese, ma bello intenso, un corso di quelli che ti bastano non dico due settimane, non dico tre, ma quattro cinque al massimo per sentirti quasi bilingue, insomma. Un corso di quelli fatti apposta per imparare l’inglese velocemente, senza sforzo, senza accorgertene neanche. Di quei corsi che da un giorno all’altro, non si sa bene quando, che dipende dalle capacità soggettive, ma insomma da un giorno all’altro ti ritrovi a parlare in inglese e a pensare pure in inglese. Che magari quando parli con tua mamma al telefono ti scappano certi intercalari tipo so, well, cose di questo genere che tua mamma ti dice povero figlio mio già sei diventato un altro che pure con la tua mamma parli quella lingua strana. E tu gli dici, sai com’è, well, qui senza l’inglese manco al Pozzo… Insomma ci siamo capiti con Devid, che guarda caso gestisce una scuola di inglese per stranieri, una scuola, dice, che fa proprio al caso mio, perché lui pure, quando l’ha messa su, lui pure pensava proprio al tipo di corso di quelli che senza accorgertene, poi, parli con tua madre e dici well, so, e anche altre cose di questo tipo.
Fatto. Questa è stata facile. Scuola, che si torna tra i banchi domani, si torna a imparare le cose. Domani ci si ritrova come quando eravamo bambini, a imparare le cose seduti composti. Mica male, mica da buttare via. Che poi ci penserei due volte prima di buttarla via, ‘sta scuola, con quello che mi costa. Allora di corsa a casa a stirare il grembiule, a fare la cartella. Mi porto la merenda? Boh.
Dawson street, Accademia di studi inglesi, altisonante. Proprio a due passi dal celebre Trinity College, proprio a due passe dall’affollatissima Grafton street, proprio attaccata all’impeccabile giardino di St. Stephen. Zona nevralgica di Dublino. Zona magnetica dell’Irlanda sud orientale. Proprio nel grande centro culturale turistico affaristico faccendiero, proprio nel bel mezzo di un sacco di movimenti energetici, proprio. Certo quando entri poi l’impressione cambia, che non c’è molto di più dello stretto necessario. Banchi sedie lavagnette, un bagno solo, una sala per il break, ma con un solo posacenere da spartire con una gran massa di fumatori dell’estremo oriente. Si, perché poi, con grande sorpresa, ho scoperto cosa ci facevano a Dublino migliaia di infaticabili giovani cinesi. Studiano. Ecco cosa. Studiano inglese e lavorano, alcuni, nei pubs e nei supermercati. Certo alcuni sono giapponesi, ma pochi. Che poi, pure se si somigliano, li distingui comunque, che i giapponesi sembrano sempre indossatori per qualche stilista d’avanguardia, mentre i cinesi ancora lì con le camicie bianche e i pantaloni neri. Che quando li vedi nei loro ristoranti, pensi sia l’uniforme da lavoro, pensi. Invece no. Proprio gli piace quello stile. Abbinamento facile e di poche pretese, poche chiacchiere, insomma. Camicia bianca pulita, pantalone nero che va bene comunque. Allora quando entro nella mia classe, elementary 3, che dà una certa soddisfazione, quel tre dico, quando entro nella mia classe, sono tutti lì. Con le loro divise comode. Tutti lì, con i vocabolari elettronici. Saranno una decina. Poi ci sono io, col collins nuova edizione, il buon vecchio cartaceo tascabile. Dieci contro uno, senza il supporto della tecnologia. Posso farcela, che dite?
Facciamo il presente, i verbi, al presente. Dice che i primi giorni parliamo solo al presente, perché poi gli altri tempi li facciamo dopo, con calma. Allora, penso, al presente non è male. Forse è proprio quello che ci vuole. Un bel presente, non fuggevole, non inafferrabile, un bel presente che c’è solo lui, pure il passato, pure il futuro, sono lì. Che tanto se non li sai i tempi, se non le sai dire le cose al passato o al futuro, ti devi arrangiare col presente. Poi la gente magari pensa che te sei uno di quelli che c’hanno il dono dell’ubiquità, che fai tutto insieme nel tempo presente, pure le cose future, le cose che ancora non hai fatto, se le metti al presente le stai praticamente facendo. Che potrebbe essere una buona soluzione a certi problemi di inconcludenza che è una vita che mi perseguitano. Mi sento bene, in questo eterno attimo fuggente. Canto chi vuol esser lieto sia, senza il peso del tempo passato e l’ansia di quello futuro. Pensateci. Pensateci a questa via grammaticale per la rivoluzione della vita quotidiana. Dal detto parla come mangi, al suo contrario complementare mangia come parli. Io questa cosa, della rivoluzione volontaristica, del linguaggio che è il riflesso del pensiero dominante, che a sua volta riflette distorcendo la vita materiale, ma che a un certo punto potrebbe pure smettere di essere riflesso, cominciare ad avere vita propria ed essere causa di altre vite, questa cosa io l’ho sempre sospettata. Poi un giorno, mi ricordo, un professore esimio di storia moderna, uno che tutti ne dicevano un gran bene, un giorno ci prese da parte, a me e ai miei amici entusiasti e volenterosi, ci prese da parte e ci disse che la nostra era una deriva letteraria. Che la nostra era una velleità artistica. Che la nostra rivoluzione era tutto tranne che rivoluzionaria. Che bisogna andare davanti ai cancelli delle fabbriche alle 5 del mattino, come faceva lui quando stava con l’autonomia, alle 5 del mattino a vendere il giornale e a costruire la coscienza di classe, la consapevolezza e il resto. Allora un amico mio gli dice che davanti ai cancelli delle fabbriche adesso non c’è più nessuno, che le fabbriche hanno chiuso, che nelle poche ancora aperte agli operai non gliene fotte un cazzo della coscienza, che loro vanno in vacanza alle Maldive, adesso. Allora lui dice che i tempi sono cambiati. Che quando lui era giovane era un’altra cosa. Ma andateci lo stesso, dice, andateci che non si sa mai. Qualcuno magari lo trovate. Quest’esimio qua, il professore, questo sa come far crescere le persone. A noi quel giorno c’ha insegnato quello che altrimenti chissà quanto tempo c’avremmo messo a capirlo. Allora poi nessuno di noi ha più parlato seriamente di cambiare le cose. Che una grande tristezza ci coglieva quando parlavamo di cambiare le cose. Così grande, quella tristezza, che alla fine non ne abbiamo parlato più. Alla fine, adesso, solo ogni tanto ripensiamo a quello lì, quell’esimio, e diciamo, ogni tanto, quanto era bravo quel professore, te lo ricordi, eh?
Mi presento, si presenta. Pure gli altri fanno lo stesso. Che bello, finalmente voglia di conoscersi. Allora ci sono: cinesi tanti, già l’abbiamo detto, i nomi no, non ve li dico. Poi spagnoli come se piovesse, spagnoli che a me mi ricordano la Spagna, il sole, le tapas, la mia vita passata felice e fiduciosa. Gli amici baschi, le notti ebbre, l’amore che non muore. Altre cose, poi, che non mi va di dirvi. Ma insomma, sempre la stessa emozione, quella di quando parli di nuovo spagnolo, quella di quando senti uno che ti dice joder, tio, que pasa! E hai voglia di tornare là per sempre. Hai voglia di tornare. Poi sudamericani, pure. Argentini e messicani. Altro amore, altra nostalgia. Italiani pochi, per fortuna, che ci mancano solo loro.
Allora si parla con Josefa, ragazza simpatica e un po’ tirata. Un po’ timida, ma pure maliziosa. Va be’, Josefa, ma tu da dove vieni, da che parte, dico, del Messico sterminato? Chiapas? Ma dai! Io proprio in Chiapas ci sono stato qualche mese fa, proprio al paese tuo. E che fai, che fai in Chiapas? Ma dai, ah. Ho capito. Interessante… Josefa fa la figlia di un ricco signore proprietario di terre e bestiame, in Chiapas. Un ricco signore che la manda a Dublino per imparare l’inglese perché adesso, sai come, mica zappiamo la terra, noi. Noi C’abbiamo un’impresa grossa ed io tengo la contabilità e pure faccio qualche altro lavoretto. E allora, sai, l’inglese è importante, perché a noi chi ci dà da vivere sono gli stranieri, sai, americani e così via. E già, e già. Mi pare d’aver sentito qualcosa al riguardo.
Non so più che dire. Mi trattengo. No, parlo. Sai, io in Chiapas, sai com’è, sono stato in una comunità dove la contabilità la tengono per sapere quanti bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno, avvelenati dall’acqua putrida e malsana. Sai com’è? No? Ah, c’è molta povertà. Eeeh, lo so, lo so. Povera gente.
Compassionevole, Josefa. Cuore grande. Anche se, dice, poi se gli dai la mano si prendono tutto il braccio, dice. Che quelli lì, allude si capisce bene a chi, quelli lì senza dirti niente, senza fartelo sapere, da un giorno all’altro ti possono pure occupare le terre, mandarti in malora il raccolto di una stagione. Quella gente, non rispetta la proprietà, il lavoro degli altri, non sa cosa vuol dire. Allora tu magari li fai studiare, che sei d’accordo che anche loro abbiano un’istruzione, sei d’accordo che se no il Messico non va mica avanti, e quelli si mettono a fare politica, occupano le terre che neanche le sanno sfruttare bene, si fanno le loro scuole autonome…
Mi viene da dirgli qualunque cosa. Ma mica ci voglio finire io in una discussione interminabile, oltre che assurda, pure. Che come glielo spieghi a lei che loro hanno tutto il diritto di prendersi un po’ delle sue sterminate terre. Come glielo spieghi? E poi lei ti dice, e non c’ha torto, tu che ne sai, che ne sai che sei romano de Roma e in Messico ci sei andato a farti le vacanze umanitarie, che ne sai? Ma tant’è, si finisce proprio così, a parlarci addosso, a ferirci a vicenda, ma mai colpi mortali. Colpi mortali no, che non sta bene, che tutti e due c’abbiamo uno status ingombrante da difendere e lo sappiamo.
Allora, poi, una spagnola di Madrid, carina e spensierata, che lei un discorso così non lo sta neanche a sentire, lei, che è proprio carina e deve pensare alle sue carinerie, ai suoi ninnoli e capricci, lei dice io vado a fare shopping, Josefa, te che fai vieni? Ma non le va, a Josefa, di andare a rompersele vetrina per vetrina, non le va. Josefa, un punto per te, proprio adesso che stavi perdendo su tutta la linea. Brava, Josefa, proprio non me lo aspettavo. Così finiamo tutti e tre a mangiarci le patatine fritte in un posto strano, economico, a metà tra la mensa per poveri e il locale hippy. Mica male, nella provincia informatizzata dell’impero europeo.
Iscriviti a:
Post (Atom)