sabato 12 maggio 2001

Storia di nonno Carmen, cacique messicano, e della sua sfortunata figlia

Mio nonno si chiama Carmen Orante. Novantaquattro anni suonati, grande signore del Chiapas orientale, grande possidente di terre e uomini. Potente e rispettato, solo non più tanto ricco, adesso, per via delle enormi spese sostenute per dare grandezza e pregio alla sua famiglia. Grande che non ve lo potete immaginare quanto. Grande che non ci credete se ve lo dico. Nonno Carmen, cacique messicano, sei mogli e settantaquattro figli. Uomo energico, energico davvero.
Josefa, raccontacene un’altra. A noi non ce la fai, settantaquattro, se dicevi trenta, che ne so, forse. Ma niente, irremovibile, non cambia versione. Proprio settantaquattro e non uno di meno. Ma dai, allora, più di dieci figli per moglie. Esagerato tuo nonno, maniacale. Lui si vede che nella vita proprio aveva deciso di dedicarsi a quello. Certo mica male, mica scemo il nonno, eh! Ma invece poi non è che davvero faceva solo su e giù, tutto il giorno, dice Josefa, perché lui c’aveva da pensare alle terre sue, al bestiame, al controllo del territorio. Lui decideva tutto, organizzava, faceva e disfaceva, e non volava una mosca in tutta la regione se lui diceva che non doveva volare. Allora il discorso si fa interessante, e pure la voce narrante comincia a svelare le sue carte. Si capisce che ce l’ha con gli zapatisti e coi rivoltosi, Josefa, mica puoi essere la nipote dell’immenso Carmen Orante e andare coi morti di fame a fare le rivoluzioni. Cioè potresti pure, ma è difficile, è proprio difficile.
Dice che adesso non è più come prima. Dice che adesso, per via dell’età, mi sa che non ci prende più tanto col cervello. Poi si è pure speso un sacco di soldi per sfamare tutti i figli, farli studiare, costruirgli le case, e insomma si sa che un figlio è pure una spesa, uno. Settantaquattro, settantaquattro spese. E le mogli. Ma gli è andata bene, che lui faceva sgobbare un sacco di campesinos analfabeti e affamati, e li teneva a stecco con un bel po’ di guardie stipendiate, uomini duri e violenti, mercenari dal grilletto facile. E ci metteva poco a concludere le vertenze sindacali, nonno Carmen, proprio poco. Proprio bravo. Poi ogni tanto qualche testa calda spariva dalla circolazione. Qualche saputello che voleva insegnarli le buone maniere al nonno, lo trovavano morto ammazzato nella polvere di qualche strada secondaria. Allora il nonno era, se così si può dire, un grande consigliere, che tutti andavano da lui, pure i politici, pure i giudici, pure la polizia, tutti a chiedergli che dobbiamo fare, chi dobbiamo far vincere, chi invece lo dobbiamo mandare al creatore. E nonno Carmen consigliava, spiegava, faceva i nomi. Poi la domenica si godeva i figli. Li portava a messa, tutti belli eleganti nei primi banchi, i primi dieci probabilmente, tutti rendere grazie e a confessare le marachelle. Il pomeriggio partitona a pallone, presumo. Un bel torneo andata e ritorno. Le bambine invece a fare i centrini, che non c’era ancora il calcio femminile.
E fin qui tutto bene. Cioè, fin qui la cosa non fa una piega. Sappiamo da che parte stare. Mica col nonno Carmen, e manco coi parenti suoi, famiglia sterminata di parassiti e filibustieri. Famiglia che quando se ne sposa uno è un casino, a organizzare il pranzo per settantaquattro famiglie, prolifiche, magari, che la stirpe è quella. Allora, poi, Josefa si lascia andare e ci racconta pure le storie allucinanti a sua volta apprese dalla voce della madre, quando era bambina. Storie che sembrano uscite da qualche pagina di Isabel Allende. C’era una sua zia, dice, una Orante, innamorata persa di un forestiero. Un pistolero capitato da quelle parti non si sa bene perché. Lei si chiamava Maria, lui Angelito. Un amore focoso, passionale, sudamericano proprio, pare. Allora si vedevano di nascosto, quasi, senza dare troppo nell’occhio. Ma al temibile Carmen gli arriva la voce. Questa, e pure quell’altra che Angelito sarebbe arrivato dalle sue parti per ucciderlo, mandato da chissà che mandante, che quando si fa del bene, si sa, ci si fanno poi un sacco di nemici. Allora lui non lo sapeva mica se era vero o no. Non lo sapeva, ma decide di tagliare la testa al toro. Uccidetemelo, dice. E manda un suo uomo di fiducia, un grezzo bellicoso avvezzo all’uso delle armi e all’abuso di potere, lo manda a fargli la pelle al povero Angelito. Poi non si sa come, Angelito che si vede tanto povero e inesperto non era, e magari pure se lo aspettava, forse, quando quello arriva, lo prende di sorpresa e gli ficca un coltello in pancia. Apriti cielo! Carmen Orante offeso e umiliato, mette su tutto un casino che non ci si crede. Tanto per cominciare chiama Maria, le molla due belle sberle e la manda in un convento o qualcosa di simile. Poi spedizioni, ricerche, cani sguinzagliati, ma niente. Angelito come volatilizzato. Angelito che si vede che aveva fiutato qualcosa, già c’aveva pronto un suo piano per tagliare la corda. E passano i mesi, Angelito dov’è, Angelito chi me lo trova lo faccio ricco di colpo, ma niente, Angelito come neve al sole, s'è sciolto. Poi, a Carmen il furioso, gli passa un poco l’incazzatura. Decide che è meglio lasciar perdere, che magari poi quello lì stava solo facendo il filo alla figlia, magari. Magari quelli che avevano messo in giro la voce erano solo degli invidiosi, si sa, come vanno queste cose. Ma si, mettiamoci una pietra sopra, mettiamoci. Che questo è il modo peggiore per curarmi ‘sta colite che mi perseguita, che non mi godo in pace una siesta che sia una. Così un giorno che era di buon umore, il savio Carmen Orante, pensa che magari è il caso pure di perdonare Maria, quella sgambettata, che in fondo è una pischelletta e poi è pure mia figlia, dice, e i figli so pezzi ‘e core, pensa, ricordandosi una vecchia canzone messicana dei suoi tempi. Allora prende il carro deciso, vado e la riporto a casa, ‘sta figlia mia, sangue del mio sangue, tutt’a papà, che pure io cazzate ne ho fatte da ragazzino, eh, pensa sentimentale Carmen. E mentre pensa e ripensa a quella figlia sua, una delle migliori che m’è venuta, valuta, mentre quasi gli esce la lacrima, al Carmen Orante il magnanimo, non ti vede sbucare dalla porta del convento o quello che è, insomma, non ti vede sbucare l’introvabile Angelito, il prestigiatore, l’illusionista, quel rotto in culo là che m’ha ucciso uno dei miei migliori alfieri e adesso si scopa pure la mia figliola, povera figliola mia, pensa mentre la rabbia gli scatta al cervello e col movimento calcolato e famigliare impugna l’arma e gli piazza due colpi dritti in petto, che l’Angelito cambia colore e il sorriso gli si ghiaccia sulla faccia. Cade mezzo morto, agonizzante, dice Maria m’hai tradito, glielo hai detto, Maria? E spira.
Allora Maria che era proprio dall’altro lato della porta, che non usciva per evitare gli sguardi indiscreti, Maria urla no, no che non gli ho detto niente, che non lo so mica come l’è venuto a sapere, ma niente. Angelito già non sente più. Angelito proprio non ce l’ha fatta a resistere fino alla risposta. E’ morto col dubbio, povero Angelito, e Maria è impazzita che oltre al dolore le rodeva proprio questo fatto di non essere riuscita a dirglielo bene, ad Angelito, guardandolo dritto negli occhi, Angelito mio, ti amo lo sai, non ti tradirei per nulla al mondo.
Josefa, madonna, che storie dell’altro mondo che ci racconti, oh, ma che davvero?

giovedì 3 maggio 2001

Meeting people

Allora, dicevamo, condizioni. Condizioni, che come dice il saggio, meglio una che nessuna. Allora, noi già ne abbiamo un paio, mi pare di ricordare. Un paio, cioè casa e lavoro, oddio. Non l’avrei mai detto, casa e lavoro, sembra un incubo. Va be’, facciamo finta di niente, che la strada l’abbiamo presa, ormai. La strada è in salita, non ci piace per niente, suona male pure a pronunciarla, ma l’abbiamo presa, ormai. Allora casa. Fatto. Lavoro. Fatto prima ancora. Vita sociale, comunicazione, meeting people. Da fare. Allora, maternamente, che io mi sa che ispiro in certe donne un certo innato spirito materno, maternamente Audrey mi ha procurato, spontaneamente, tutta una lista di scuole e accademie per imparare l’inglese. Cioè realizzare la terza ed ultima delle condizioni, senza le quali, lo sapete già, senza le quali neanche al Pozzo. Allora, facciamo un po’ questo giro di perlustrazione.
David, pliis tu mitiu, come va? Che David parla pure l’italiano, allora poi si opta per quest’ultimo così almeno evitiamo i malintesi. Sai com’è, l’avrai capito, io cercavo un corso d’inglese, ma bello intenso, un corso di quelli che ti bastano non dico due settimane, non dico tre, ma quattro cinque al massimo per sentirti quasi bilingue, insomma. Un corso di quelli fatti apposta per imparare l’inglese velocemente, senza sforzo, senza accorgertene neanche. Di quei corsi che da un giorno all’altro, non si sa bene quando, che dipende dalle capacità soggettive, ma insomma da un giorno all’altro ti ritrovi a parlare in inglese e a pensare pure in inglese. Che magari quando parli con tua mamma al telefono ti scappano certi intercalari tipo so, well, cose di questo genere che tua mamma ti dice povero figlio mio già sei diventato un altro che pure con la tua mamma parli quella lingua strana. E tu gli dici, sai com’è, well, qui senza l’inglese manco al Pozzo… Insomma ci siamo capiti con Devid, che guarda caso gestisce una scuola di inglese per stranieri, una scuola, dice, che fa proprio al caso mio, perché lui pure, quando l’ha messa su, lui pure pensava proprio al tipo di corso di quelli che senza accorgertene, poi, parli con tua madre e dici well, so, e anche altre cose di questo tipo.
Fatto. Questa è stata facile. Scuola, che si torna tra i banchi domani, si torna a imparare le cose. Domani ci si ritrova come quando eravamo bambini, a imparare le cose seduti composti. Mica male, mica da buttare via. Che poi ci penserei due volte prima di buttarla via, ‘sta scuola, con quello che mi costa. Allora di corsa a casa a stirare il grembiule, a fare la cartella. Mi porto la merenda? Boh.
Dawson street, Accademia di studi inglesi, altisonante. Proprio a due passi dal celebre Trinity College, proprio a due passe dall’affollatissima Grafton street, proprio attaccata all’impeccabile giardino di St. Stephen. Zona nevralgica di Dublino. Zona magnetica dell’Irlanda sud orientale. Proprio nel grande centro culturale turistico affaristico faccendiero, proprio nel bel mezzo di un sacco di movimenti energetici, proprio. Certo quando entri poi l’impressione cambia, che non c’è molto di più dello stretto necessario. Banchi sedie lavagnette, un bagno solo, una sala per il break, ma con un solo posacenere da spartire con una gran massa di fumatori dell’estremo oriente. Si, perché poi, con grande sorpresa, ho scoperto cosa ci facevano a Dublino migliaia di infaticabili giovani cinesi. Studiano. Ecco cosa. Studiano inglese e lavorano, alcuni, nei pubs e nei supermercati. Certo alcuni sono giapponesi, ma pochi. Che poi, pure se si somigliano, li distingui comunque, che i giapponesi sembrano sempre indossatori per qualche stilista d’avanguardia, mentre i cinesi ancora lì con le camicie bianche e i pantaloni neri. Che quando li vedi nei loro ristoranti, pensi sia l’uniforme da lavoro, pensi. Invece no. Proprio gli piace quello stile. Abbinamento facile e di poche pretese, poche chiacchiere, insomma. Camicia bianca pulita, pantalone nero che va bene comunque. Allora quando entro nella mia classe, elementary 3, che dà una certa soddisfazione, quel tre dico, quando entro nella mia classe, sono tutti lì. Con le loro divise comode. Tutti lì, con i vocabolari elettronici. Saranno una decina. Poi ci sono io, col collins nuova edizione, il buon vecchio cartaceo tascabile. Dieci contro uno, senza il supporto della tecnologia. Posso farcela, che dite?
Facciamo il presente, i verbi, al presente. Dice che i primi giorni parliamo solo al presente, perché poi gli altri tempi li facciamo dopo, con calma. Allora, penso, al presente non è male. Forse è proprio quello che ci vuole. Un bel presente, non fuggevole, non inafferrabile, un bel presente che c’è solo lui, pure il passato, pure il futuro, sono lì. Che tanto se non li sai i tempi, se non le sai dire le cose al passato o al futuro, ti devi arrangiare col presente. Poi la gente magari pensa che te sei uno di quelli che c’hanno il dono dell’ubiquità, che fai tutto insieme nel tempo presente, pure le cose future, le cose che ancora non hai fatto, se le metti al presente le stai praticamente facendo. Che potrebbe essere una buona soluzione a certi problemi di inconcludenza che è una vita che mi perseguitano. Mi sento bene, in questo eterno attimo fuggente. Canto chi vuol esser lieto sia, senza il peso del tempo passato e l’ansia di quello futuro. Pensateci. Pensateci a questa via grammaticale per la rivoluzione della vita quotidiana. Dal detto parla come mangi, al suo contrario complementare mangia come parli. Io questa cosa, della rivoluzione volontaristica, del linguaggio che è il riflesso del pensiero dominante, che a sua volta riflette distorcendo la vita materiale, ma che a un certo punto potrebbe pure smettere di essere riflesso, cominciare ad avere vita propria ed essere causa di altre vite, questa cosa io l’ho sempre sospettata. Poi un giorno, mi ricordo, un professore esimio di storia moderna, uno che tutti ne dicevano un gran bene, un giorno ci prese da parte, a me e ai miei amici entusiasti e volenterosi, ci prese da parte e ci disse che la nostra era una deriva letteraria. Che la nostra era una velleità artistica. Che la nostra rivoluzione era tutto tranne che rivoluzionaria. Che bisogna andare davanti ai cancelli delle fabbriche alle 5 del mattino, come faceva lui quando stava con l’autonomia, alle 5 del mattino a vendere il giornale e a costruire la coscienza di classe, la consapevolezza e il resto. Allora un amico mio gli dice che davanti ai cancelli delle fabbriche adesso non c’è più nessuno, che le fabbriche hanno chiuso, che nelle poche ancora aperte agli operai non gliene fotte un cazzo della coscienza, che loro vanno in vacanza alle Maldive, adesso. Allora lui dice che i tempi sono cambiati. Che quando lui era giovane era un’altra cosa. Ma andateci lo stesso, dice, andateci che non si sa mai. Qualcuno magari lo trovate. Quest’esimio qua, il professore, questo sa come far crescere le persone. A noi quel giorno c’ha insegnato quello che altrimenti chissà quanto tempo c’avremmo messo a capirlo. Allora poi nessuno di noi ha più parlato seriamente di cambiare le cose. Che una grande tristezza ci coglieva quando parlavamo di cambiare le cose. Così grande, quella tristezza, che alla fine non ne abbiamo parlato più. Alla fine, adesso, solo ogni tanto ripensiamo a quello lì, quell’esimio, e diciamo, ogni tanto, quanto era bravo quel professore, te lo ricordi, eh?

Mi presento, si presenta. Pure gli altri fanno lo stesso. Che bello, finalmente voglia di conoscersi. Allora ci sono: cinesi tanti, già l’abbiamo detto, i nomi no, non ve li dico. Poi spagnoli come se piovesse, spagnoli che a me mi ricordano la Spagna, il sole, le tapas, la mia vita passata felice e fiduciosa. Gli amici baschi, le notti ebbre, l’amore che non muore. Altre cose, poi, che non mi va di dirvi. Ma insomma, sempre la stessa emozione, quella di quando parli di nuovo spagnolo, quella di quando senti uno che ti dice joder, tio, que pasa! E hai voglia di tornare là per sempre. Hai voglia di tornare. Poi sudamericani, pure. Argentini e messicani. Altro amore, altra nostalgia. Italiani pochi, per fortuna, che ci mancano solo loro.
Allora si parla con Josefa, ragazza simpatica e un po’ tirata. Un po’ timida, ma pure maliziosa. Va be’, Josefa, ma tu da dove vieni, da che parte, dico, del Messico sterminato? Chiapas? Ma dai! Io proprio in Chiapas ci sono stato qualche mese fa, proprio al paese tuo. E che fai, che fai in Chiapas? Ma dai, ah. Ho capito. Interessante… Josefa fa la figlia di un ricco signore proprietario di terre e bestiame, in Chiapas. Un ricco signore che la manda a Dublino per imparare l’inglese perché adesso, sai come, mica zappiamo la terra, noi. Noi C’abbiamo un’impresa grossa ed io tengo la contabilità e pure faccio qualche altro lavoretto. E allora, sai, l’inglese è importante, perché a noi chi ci dà da vivere sono gli stranieri, sai, americani e così via. E già, e già. Mi pare d’aver sentito qualcosa al riguardo.
Non so più che dire. Mi trattengo. No, parlo. Sai, io in Chiapas, sai com’è, sono stato in una comunità dove la contabilità la tengono per sapere quanti bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno, avvelenati dall’acqua putrida e malsana. Sai com’è? No? Ah, c’è molta povertà. Eeeh, lo so, lo so. Povera gente.
Compassionevole, Josefa. Cuore grande. Anche se, dice, poi se gli dai la mano si prendono tutto il braccio, dice. Che quelli lì, allude si capisce bene a chi, quelli lì senza dirti niente, senza fartelo sapere, da un giorno all’altro ti possono pure occupare le terre, mandarti in malora il raccolto di una stagione. Quella gente, non rispetta la proprietà, il lavoro degli altri, non sa cosa vuol dire. Allora tu magari li fai studiare, che sei d’accordo che anche loro abbiano un’istruzione, sei d’accordo che se no il Messico non va mica avanti, e quelli si mettono a fare politica, occupano le terre che neanche le sanno sfruttare bene, si fanno le loro scuole autonome…
Mi viene da dirgli qualunque cosa. Ma mica ci voglio finire io in una discussione interminabile, oltre che assurda, pure. Che come glielo spieghi a lei che loro hanno tutto il diritto di prendersi un po’ delle sue sterminate terre. Come glielo spieghi? E poi lei ti dice, e non c’ha torto, tu che ne sai, che ne sai che sei romano de Roma e in Messico ci sei andato a farti le vacanze umanitarie, che ne sai? Ma tant’è, si finisce proprio così, a parlarci addosso, a ferirci a vicenda, ma mai colpi mortali. Colpi mortali no, che non sta bene, che tutti e due c’abbiamo uno status ingombrante da difendere e lo sappiamo.
Allora, poi, una spagnola di Madrid, carina e spensierata, che lei un discorso così non lo sta neanche a sentire, lei, che è proprio carina e deve pensare alle sue carinerie, ai suoi ninnoli e capricci, lei dice io vado a fare shopping, Josefa, te che fai vieni? Ma non le va, a Josefa, di andare a rompersele vetrina per vetrina, non le va. Josefa, un punto per te, proprio adesso che stavi perdendo su tutta la linea. Brava, Josefa, proprio non me lo aspettavo. Così finiamo tutti e tre a mangiarci le patatine fritte in un posto strano, economico, a metà tra la mensa per poveri e il locale hippy. Mica male, nella provincia informatizzata dell’impero europeo.