Mio nonno si chiama Carmen Orante. Novantaquattro anni suonati, grande signore del Chiapas orientale, grande possidente di terre e uomini. Potente e rispettato, solo non più tanto ricco, adesso, per via delle enormi spese sostenute per dare grandezza e pregio alla sua famiglia. Grande che non ve lo potete immaginare quanto. Grande che non ci credete se ve lo dico. Nonno Carmen, cacique messicano, sei mogli e settantaquattro figli. Uomo energico, energico davvero.
Josefa, raccontacene un’altra. A noi non ce la fai, settantaquattro, se dicevi trenta, che ne so, forse. Ma niente, irremovibile, non cambia versione. Proprio settantaquattro e non uno di meno. Ma dai, allora, più di dieci figli per moglie. Esagerato tuo nonno, maniacale. Lui si vede che nella vita proprio aveva deciso di dedicarsi a quello. Certo mica male, mica scemo il nonno, eh! Ma invece poi non è che davvero faceva solo su e giù, tutto il giorno, dice Josefa, perché lui c’aveva da pensare alle terre sue, al bestiame, al controllo del territorio. Lui decideva tutto, organizzava, faceva e disfaceva, e non volava una mosca in tutta la regione se lui diceva che non doveva volare. Allora il discorso si fa interessante, e pure la voce narrante comincia a svelare le sue carte. Si capisce che ce l’ha con gli zapatisti e coi rivoltosi, Josefa, mica puoi essere la nipote dell’immenso Carmen Orante e andare coi morti di fame a fare le rivoluzioni. Cioè potresti pure, ma è difficile, è proprio difficile.
Dice che adesso non è più come prima. Dice che adesso, per via dell’età, mi sa che non ci prende più tanto col cervello. Poi si è pure speso un sacco di soldi per sfamare tutti i figli, farli studiare, costruirgli le case, e insomma si sa che un figlio è pure una spesa, uno. Settantaquattro, settantaquattro spese. E le mogli. Ma gli è andata bene, che lui faceva sgobbare un sacco di campesinos analfabeti e affamati, e li teneva a stecco con un bel po’ di guardie stipendiate, uomini duri e violenti, mercenari dal grilletto facile. E ci metteva poco a concludere le vertenze sindacali, nonno Carmen, proprio poco. Proprio bravo. Poi ogni tanto qualche testa calda spariva dalla circolazione. Qualche saputello che voleva insegnarli le buone maniere al nonno, lo trovavano morto ammazzato nella polvere di qualche strada secondaria. Allora il nonno era, se così si può dire, un grande consigliere, che tutti andavano da lui, pure i politici, pure i giudici, pure la polizia, tutti a chiedergli che dobbiamo fare, chi dobbiamo far vincere, chi invece lo dobbiamo mandare al creatore. E nonno Carmen consigliava, spiegava, faceva i nomi. Poi la domenica si godeva i figli. Li portava a messa, tutti belli eleganti nei primi banchi, i primi dieci probabilmente, tutti rendere grazie e a confessare le marachelle. Il pomeriggio partitona a pallone, presumo. Un bel torneo andata e ritorno. Le bambine invece a fare i centrini, che non c’era ancora il calcio femminile.
E fin qui tutto bene. Cioè, fin qui la cosa non fa una piega. Sappiamo da che parte stare. Mica col nonno Carmen, e manco coi parenti suoi, famiglia sterminata di parassiti e filibustieri. Famiglia che quando se ne sposa uno è un casino, a organizzare il pranzo per settantaquattro famiglie, prolifiche, magari, che la stirpe è quella. Allora, poi, Josefa si lascia andare e ci racconta pure le storie allucinanti a sua volta apprese dalla voce della madre, quando era bambina. Storie che sembrano uscite da qualche pagina di Isabel Allende. C’era una sua zia, dice, una Orante, innamorata persa di un forestiero. Un pistolero capitato da quelle parti non si sa bene perché. Lei si chiamava Maria, lui Angelito. Un amore focoso, passionale, sudamericano proprio, pare. Allora si vedevano di nascosto, quasi, senza dare troppo nell’occhio. Ma al temibile Carmen gli arriva la voce. Questa, e pure quell’altra che Angelito sarebbe arrivato dalle sue parti per ucciderlo, mandato da chissà che mandante, che quando si fa del bene, si sa, ci si fanno poi un sacco di nemici. Allora lui non lo sapeva mica se era vero o no. Non lo sapeva, ma decide di tagliare la testa al toro. Uccidetemelo, dice. E manda un suo uomo di fiducia, un grezzo bellicoso avvezzo all’uso delle armi e all’abuso di potere, lo manda a fargli la pelle al povero Angelito. Poi non si sa come, Angelito che si vede tanto povero e inesperto non era, e magari pure se lo aspettava, forse, quando quello arriva, lo prende di sorpresa e gli ficca un coltello in pancia. Apriti cielo! Carmen Orante offeso e umiliato, mette su tutto un casino che non ci si crede. Tanto per cominciare chiama Maria, le molla due belle sberle e la manda in un convento o qualcosa di simile. Poi spedizioni, ricerche, cani sguinzagliati, ma niente. Angelito come volatilizzato. Angelito che si vede che aveva fiutato qualcosa, già c’aveva pronto un suo piano per tagliare la corda. E passano i mesi, Angelito dov’è, Angelito chi me lo trova lo faccio ricco di colpo, ma niente, Angelito come neve al sole, s'è sciolto. Poi, a Carmen il furioso, gli passa un poco l’incazzatura. Decide che è meglio lasciar perdere, che magari poi quello lì stava solo facendo il filo alla figlia, magari. Magari quelli che avevano messo in giro la voce erano solo degli invidiosi, si sa, come vanno queste cose. Ma si, mettiamoci una pietra sopra, mettiamoci. Che questo è il modo peggiore per curarmi ‘sta colite che mi perseguita, che non mi godo in pace una siesta che sia una. Così un giorno che era di buon umore, il savio Carmen Orante, pensa che magari è il caso pure di perdonare Maria, quella sgambettata, che in fondo è una pischelletta e poi è pure mia figlia, dice, e i figli so pezzi ‘e core, pensa, ricordandosi una vecchia canzone messicana dei suoi tempi. Allora prende il carro deciso, vado e la riporto a casa, ‘sta figlia mia, sangue del mio sangue, tutt’a papà, che pure io cazzate ne ho fatte da ragazzino, eh, pensa sentimentale Carmen. E mentre pensa e ripensa a quella figlia sua, una delle migliori che m’è venuta, valuta, mentre quasi gli esce la lacrima, al Carmen Orante il magnanimo, non ti vede sbucare dalla porta del convento o quello che è, insomma, non ti vede sbucare l’introvabile Angelito, il prestigiatore, l’illusionista, quel rotto in culo là che m’ha ucciso uno dei miei migliori alfieri e adesso si scopa pure la mia figliola, povera figliola mia, pensa mentre la rabbia gli scatta al cervello e col movimento calcolato e famigliare impugna l’arma e gli piazza due colpi dritti in petto, che l’Angelito cambia colore e il sorriso gli si ghiaccia sulla faccia. Cade mezzo morto, agonizzante, dice Maria m’hai tradito, glielo hai detto, Maria? E spira.
Allora Maria che era proprio dall’altro lato della porta, che non usciva per evitare gli sguardi indiscreti, Maria urla no, no che non gli ho detto niente, che non lo so mica come l’è venuto a sapere, ma niente. Angelito già non sente più. Angelito proprio non ce l’ha fatta a resistere fino alla risposta. E’ morto col dubbio, povero Angelito, e Maria è impazzita che oltre al dolore le rodeva proprio questo fatto di non essere riuscita a dirglielo bene, ad Angelito, guardandolo dritto negli occhi, Angelito mio, ti amo lo sai, non ti tradirei per nulla al mondo.
Josefa, madonna, che storie dell’altro mondo che ci racconti, oh, ma che davvero?
Josefa, raccontacene un’altra. A noi non ce la fai, settantaquattro, se dicevi trenta, che ne so, forse. Ma niente, irremovibile, non cambia versione. Proprio settantaquattro e non uno di meno. Ma dai, allora, più di dieci figli per moglie. Esagerato tuo nonno, maniacale. Lui si vede che nella vita proprio aveva deciso di dedicarsi a quello. Certo mica male, mica scemo il nonno, eh! Ma invece poi non è che davvero faceva solo su e giù, tutto il giorno, dice Josefa, perché lui c’aveva da pensare alle terre sue, al bestiame, al controllo del territorio. Lui decideva tutto, organizzava, faceva e disfaceva, e non volava una mosca in tutta la regione se lui diceva che non doveva volare. Allora il discorso si fa interessante, e pure la voce narrante comincia a svelare le sue carte. Si capisce che ce l’ha con gli zapatisti e coi rivoltosi, Josefa, mica puoi essere la nipote dell’immenso Carmen Orante e andare coi morti di fame a fare le rivoluzioni. Cioè potresti pure, ma è difficile, è proprio difficile.
Dice che adesso non è più come prima. Dice che adesso, per via dell’età, mi sa che non ci prende più tanto col cervello. Poi si è pure speso un sacco di soldi per sfamare tutti i figli, farli studiare, costruirgli le case, e insomma si sa che un figlio è pure una spesa, uno. Settantaquattro, settantaquattro spese. E le mogli. Ma gli è andata bene, che lui faceva sgobbare un sacco di campesinos analfabeti e affamati, e li teneva a stecco con un bel po’ di guardie stipendiate, uomini duri e violenti, mercenari dal grilletto facile. E ci metteva poco a concludere le vertenze sindacali, nonno Carmen, proprio poco. Proprio bravo. Poi ogni tanto qualche testa calda spariva dalla circolazione. Qualche saputello che voleva insegnarli le buone maniere al nonno, lo trovavano morto ammazzato nella polvere di qualche strada secondaria. Allora il nonno era, se così si può dire, un grande consigliere, che tutti andavano da lui, pure i politici, pure i giudici, pure la polizia, tutti a chiedergli che dobbiamo fare, chi dobbiamo far vincere, chi invece lo dobbiamo mandare al creatore. E nonno Carmen consigliava, spiegava, faceva i nomi. Poi la domenica si godeva i figli. Li portava a messa, tutti belli eleganti nei primi banchi, i primi dieci probabilmente, tutti rendere grazie e a confessare le marachelle. Il pomeriggio partitona a pallone, presumo. Un bel torneo andata e ritorno. Le bambine invece a fare i centrini, che non c’era ancora il calcio femminile.
E fin qui tutto bene. Cioè, fin qui la cosa non fa una piega. Sappiamo da che parte stare. Mica col nonno Carmen, e manco coi parenti suoi, famiglia sterminata di parassiti e filibustieri. Famiglia che quando se ne sposa uno è un casino, a organizzare il pranzo per settantaquattro famiglie, prolifiche, magari, che la stirpe è quella. Allora, poi, Josefa si lascia andare e ci racconta pure le storie allucinanti a sua volta apprese dalla voce della madre, quando era bambina. Storie che sembrano uscite da qualche pagina di Isabel Allende. C’era una sua zia, dice, una Orante, innamorata persa di un forestiero. Un pistolero capitato da quelle parti non si sa bene perché. Lei si chiamava Maria, lui Angelito. Un amore focoso, passionale, sudamericano proprio, pare. Allora si vedevano di nascosto, quasi, senza dare troppo nell’occhio. Ma al temibile Carmen gli arriva la voce. Questa, e pure quell’altra che Angelito sarebbe arrivato dalle sue parti per ucciderlo, mandato da chissà che mandante, che quando si fa del bene, si sa, ci si fanno poi un sacco di nemici. Allora lui non lo sapeva mica se era vero o no. Non lo sapeva, ma decide di tagliare la testa al toro. Uccidetemelo, dice. E manda un suo uomo di fiducia, un grezzo bellicoso avvezzo all’uso delle armi e all’abuso di potere, lo manda a fargli la pelle al povero Angelito. Poi non si sa come, Angelito che si vede tanto povero e inesperto non era, e magari pure se lo aspettava, forse, quando quello arriva, lo prende di sorpresa e gli ficca un coltello in pancia. Apriti cielo! Carmen Orante offeso e umiliato, mette su tutto un casino che non ci si crede. Tanto per cominciare chiama Maria, le molla due belle sberle e la manda in un convento o qualcosa di simile. Poi spedizioni, ricerche, cani sguinzagliati, ma niente. Angelito come volatilizzato. Angelito che si vede che aveva fiutato qualcosa, già c’aveva pronto un suo piano per tagliare la corda. E passano i mesi, Angelito dov’è, Angelito chi me lo trova lo faccio ricco di colpo, ma niente, Angelito come neve al sole, s'è sciolto. Poi, a Carmen il furioso, gli passa un poco l’incazzatura. Decide che è meglio lasciar perdere, che magari poi quello lì stava solo facendo il filo alla figlia, magari. Magari quelli che avevano messo in giro la voce erano solo degli invidiosi, si sa, come vanno queste cose. Ma si, mettiamoci una pietra sopra, mettiamoci. Che questo è il modo peggiore per curarmi ‘sta colite che mi perseguita, che non mi godo in pace una siesta che sia una. Così un giorno che era di buon umore, il savio Carmen Orante, pensa che magari è il caso pure di perdonare Maria, quella sgambettata, che in fondo è una pischelletta e poi è pure mia figlia, dice, e i figli so pezzi ‘e core, pensa, ricordandosi una vecchia canzone messicana dei suoi tempi. Allora prende il carro deciso, vado e la riporto a casa, ‘sta figlia mia, sangue del mio sangue, tutt’a papà, che pure io cazzate ne ho fatte da ragazzino, eh, pensa sentimentale Carmen. E mentre pensa e ripensa a quella figlia sua, una delle migliori che m’è venuta, valuta, mentre quasi gli esce la lacrima, al Carmen Orante il magnanimo, non ti vede sbucare dalla porta del convento o quello che è, insomma, non ti vede sbucare l’introvabile Angelito, il prestigiatore, l’illusionista, quel rotto in culo là che m’ha ucciso uno dei miei migliori alfieri e adesso si scopa pure la mia figliola, povera figliola mia, pensa mentre la rabbia gli scatta al cervello e col movimento calcolato e famigliare impugna l’arma e gli piazza due colpi dritti in petto, che l’Angelito cambia colore e il sorriso gli si ghiaccia sulla faccia. Cade mezzo morto, agonizzante, dice Maria m’hai tradito, glielo hai detto, Maria? E spira.
Allora Maria che era proprio dall’altro lato della porta, che non usciva per evitare gli sguardi indiscreti, Maria urla no, no che non gli ho detto niente, che non lo so mica come l’è venuto a sapere, ma niente. Angelito già non sente più. Angelito proprio non ce l’ha fatta a resistere fino alla risposta. E’ morto col dubbio, povero Angelito, e Maria è impazzita che oltre al dolore le rodeva proprio questo fatto di non essere riuscita a dirglielo bene, ad Angelito, guardandolo dritto negli occhi, Angelito mio, ti amo lo sai, non ti tradirei per nulla al mondo.
Josefa, madonna, che storie dell’altro mondo che ci racconti, oh, ma che davvero?