giovedì 3 maggio 2001

Meeting people

Allora, dicevamo, condizioni. Condizioni, che come dice il saggio, meglio una che nessuna. Allora, noi già ne abbiamo un paio, mi pare di ricordare. Un paio, cioè casa e lavoro, oddio. Non l’avrei mai detto, casa e lavoro, sembra un incubo. Va be’, facciamo finta di niente, che la strada l’abbiamo presa, ormai. La strada è in salita, non ci piace per niente, suona male pure a pronunciarla, ma l’abbiamo presa, ormai. Allora casa. Fatto. Lavoro. Fatto prima ancora. Vita sociale, comunicazione, meeting people. Da fare. Allora, maternamente, che io mi sa che ispiro in certe donne un certo innato spirito materno, maternamente Audrey mi ha procurato, spontaneamente, tutta una lista di scuole e accademie per imparare l’inglese. Cioè realizzare la terza ed ultima delle condizioni, senza le quali, lo sapete già, senza le quali neanche al Pozzo. Allora, facciamo un po’ questo giro di perlustrazione.
David, pliis tu mitiu, come va? Che David parla pure l’italiano, allora poi si opta per quest’ultimo così almeno evitiamo i malintesi. Sai com’è, l’avrai capito, io cercavo un corso d’inglese, ma bello intenso, un corso di quelli che ti bastano non dico due settimane, non dico tre, ma quattro cinque al massimo per sentirti quasi bilingue, insomma. Un corso di quelli fatti apposta per imparare l’inglese velocemente, senza sforzo, senza accorgertene neanche. Di quei corsi che da un giorno all’altro, non si sa bene quando, che dipende dalle capacità soggettive, ma insomma da un giorno all’altro ti ritrovi a parlare in inglese e a pensare pure in inglese. Che magari quando parli con tua mamma al telefono ti scappano certi intercalari tipo so, well, cose di questo genere che tua mamma ti dice povero figlio mio già sei diventato un altro che pure con la tua mamma parli quella lingua strana. E tu gli dici, sai com’è, well, qui senza l’inglese manco al Pozzo… Insomma ci siamo capiti con Devid, che guarda caso gestisce una scuola di inglese per stranieri, una scuola, dice, che fa proprio al caso mio, perché lui pure, quando l’ha messa su, lui pure pensava proprio al tipo di corso di quelli che senza accorgertene, poi, parli con tua madre e dici well, so, e anche altre cose di questo tipo.
Fatto. Questa è stata facile. Scuola, che si torna tra i banchi domani, si torna a imparare le cose. Domani ci si ritrova come quando eravamo bambini, a imparare le cose seduti composti. Mica male, mica da buttare via. Che poi ci penserei due volte prima di buttarla via, ‘sta scuola, con quello che mi costa. Allora di corsa a casa a stirare il grembiule, a fare la cartella. Mi porto la merenda? Boh.
Dawson street, Accademia di studi inglesi, altisonante. Proprio a due passi dal celebre Trinity College, proprio a due passe dall’affollatissima Grafton street, proprio attaccata all’impeccabile giardino di St. Stephen. Zona nevralgica di Dublino. Zona magnetica dell’Irlanda sud orientale. Proprio nel grande centro culturale turistico affaristico faccendiero, proprio nel bel mezzo di un sacco di movimenti energetici, proprio. Certo quando entri poi l’impressione cambia, che non c’è molto di più dello stretto necessario. Banchi sedie lavagnette, un bagno solo, una sala per il break, ma con un solo posacenere da spartire con una gran massa di fumatori dell’estremo oriente. Si, perché poi, con grande sorpresa, ho scoperto cosa ci facevano a Dublino migliaia di infaticabili giovani cinesi. Studiano. Ecco cosa. Studiano inglese e lavorano, alcuni, nei pubs e nei supermercati. Certo alcuni sono giapponesi, ma pochi. Che poi, pure se si somigliano, li distingui comunque, che i giapponesi sembrano sempre indossatori per qualche stilista d’avanguardia, mentre i cinesi ancora lì con le camicie bianche e i pantaloni neri. Che quando li vedi nei loro ristoranti, pensi sia l’uniforme da lavoro, pensi. Invece no. Proprio gli piace quello stile. Abbinamento facile e di poche pretese, poche chiacchiere, insomma. Camicia bianca pulita, pantalone nero che va bene comunque. Allora quando entro nella mia classe, elementary 3, che dà una certa soddisfazione, quel tre dico, quando entro nella mia classe, sono tutti lì. Con le loro divise comode. Tutti lì, con i vocabolari elettronici. Saranno una decina. Poi ci sono io, col collins nuova edizione, il buon vecchio cartaceo tascabile. Dieci contro uno, senza il supporto della tecnologia. Posso farcela, che dite?
Facciamo il presente, i verbi, al presente. Dice che i primi giorni parliamo solo al presente, perché poi gli altri tempi li facciamo dopo, con calma. Allora, penso, al presente non è male. Forse è proprio quello che ci vuole. Un bel presente, non fuggevole, non inafferrabile, un bel presente che c’è solo lui, pure il passato, pure il futuro, sono lì. Che tanto se non li sai i tempi, se non le sai dire le cose al passato o al futuro, ti devi arrangiare col presente. Poi la gente magari pensa che te sei uno di quelli che c’hanno il dono dell’ubiquità, che fai tutto insieme nel tempo presente, pure le cose future, le cose che ancora non hai fatto, se le metti al presente le stai praticamente facendo. Che potrebbe essere una buona soluzione a certi problemi di inconcludenza che è una vita che mi perseguitano. Mi sento bene, in questo eterno attimo fuggente. Canto chi vuol esser lieto sia, senza il peso del tempo passato e l’ansia di quello futuro. Pensateci. Pensateci a questa via grammaticale per la rivoluzione della vita quotidiana. Dal detto parla come mangi, al suo contrario complementare mangia come parli. Io questa cosa, della rivoluzione volontaristica, del linguaggio che è il riflesso del pensiero dominante, che a sua volta riflette distorcendo la vita materiale, ma che a un certo punto potrebbe pure smettere di essere riflesso, cominciare ad avere vita propria ed essere causa di altre vite, questa cosa io l’ho sempre sospettata. Poi un giorno, mi ricordo, un professore esimio di storia moderna, uno che tutti ne dicevano un gran bene, un giorno ci prese da parte, a me e ai miei amici entusiasti e volenterosi, ci prese da parte e ci disse che la nostra era una deriva letteraria. Che la nostra era una velleità artistica. Che la nostra rivoluzione era tutto tranne che rivoluzionaria. Che bisogna andare davanti ai cancelli delle fabbriche alle 5 del mattino, come faceva lui quando stava con l’autonomia, alle 5 del mattino a vendere il giornale e a costruire la coscienza di classe, la consapevolezza e il resto. Allora un amico mio gli dice che davanti ai cancelli delle fabbriche adesso non c’è più nessuno, che le fabbriche hanno chiuso, che nelle poche ancora aperte agli operai non gliene fotte un cazzo della coscienza, che loro vanno in vacanza alle Maldive, adesso. Allora lui dice che i tempi sono cambiati. Che quando lui era giovane era un’altra cosa. Ma andateci lo stesso, dice, andateci che non si sa mai. Qualcuno magari lo trovate. Quest’esimio qua, il professore, questo sa come far crescere le persone. A noi quel giorno c’ha insegnato quello che altrimenti chissà quanto tempo c’avremmo messo a capirlo. Allora poi nessuno di noi ha più parlato seriamente di cambiare le cose. Che una grande tristezza ci coglieva quando parlavamo di cambiare le cose. Così grande, quella tristezza, che alla fine non ne abbiamo parlato più. Alla fine, adesso, solo ogni tanto ripensiamo a quello lì, quell’esimio, e diciamo, ogni tanto, quanto era bravo quel professore, te lo ricordi, eh?

Mi presento, si presenta. Pure gli altri fanno lo stesso. Che bello, finalmente voglia di conoscersi. Allora ci sono: cinesi tanti, già l’abbiamo detto, i nomi no, non ve li dico. Poi spagnoli come se piovesse, spagnoli che a me mi ricordano la Spagna, il sole, le tapas, la mia vita passata felice e fiduciosa. Gli amici baschi, le notti ebbre, l’amore che non muore. Altre cose, poi, che non mi va di dirvi. Ma insomma, sempre la stessa emozione, quella di quando parli di nuovo spagnolo, quella di quando senti uno che ti dice joder, tio, que pasa! E hai voglia di tornare là per sempre. Hai voglia di tornare. Poi sudamericani, pure. Argentini e messicani. Altro amore, altra nostalgia. Italiani pochi, per fortuna, che ci mancano solo loro.
Allora si parla con Josefa, ragazza simpatica e un po’ tirata. Un po’ timida, ma pure maliziosa. Va be’, Josefa, ma tu da dove vieni, da che parte, dico, del Messico sterminato? Chiapas? Ma dai! Io proprio in Chiapas ci sono stato qualche mese fa, proprio al paese tuo. E che fai, che fai in Chiapas? Ma dai, ah. Ho capito. Interessante… Josefa fa la figlia di un ricco signore proprietario di terre e bestiame, in Chiapas. Un ricco signore che la manda a Dublino per imparare l’inglese perché adesso, sai come, mica zappiamo la terra, noi. Noi C’abbiamo un’impresa grossa ed io tengo la contabilità e pure faccio qualche altro lavoretto. E allora, sai, l’inglese è importante, perché a noi chi ci dà da vivere sono gli stranieri, sai, americani e così via. E già, e già. Mi pare d’aver sentito qualcosa al riguardo.
Non so più che dire. Mi trattengo. No, parlo. Sai, io in Chiapas, sai com’è, sono stato in una comunità dove la contabilità la tengono per sapere quanti bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno, avvelenati dall’acqua putrida e malsana. Sai com’è? No? Ah, c’è molta povertà. Eeeh, lo so, lo so. Povera gente.
Compassionevole, Josefa. Cuore grande. Anche se, dice, poi se gli dai la mano si prendono tutto il braccio, dice. Che quelli lì, allude si capisce bene a chi, quelli lì senza dirti niente, senza fartelo sapere, da un giorno all’altro ti possono pure occupare le terre, mandarti in malora il raccolto di una stagione. Quella gente, non rispetta la proprietà, il lavoro degli altri, non sa cosa vuol dire. Allora tu magari li fai studiare, che sei d’accordo che anche loro abbiano un’istruzione, sei d’accordo che se no il Messico non va mica avanti, e quelli si mettono a fare politica, occupano le terre che neanche le sanno sfruttare bene, si fanno le loro scuole autonome…
Mi viene da dirgli qualunque cosa. Ma mica ci voglio finire io in una discussione interminabile, oltre che assurda, pure. Che come glielo spieghi a lei che loro hanno tutto il diritto di prendersi un po’ delle sue sterminate terre. Come glielo spieghi? E poi lei ti dice, e non c’ha torto, tu che ne sai, che ne sai che sei romano de Roma e in Messico ci sei andato a farti le vacanze umanitarie, che ne sai? Ma tant’è, si finisce proprio così, a parlarci addosso, a ferirci a vicenda, ma mai colpi mortali. Colpi mortali no, che non sta bene, che tutti e due c’abbiamo uno status ingombrante da difendere e lo sappiamo.
Allora, poi, una spagnola di Madrid, carina e spensierata, che lei un discorso così non lo sta neanche a sentire, lei, che è proprio carina e deve pensare alle sue carinerie, ai suoi ninnoli e capricci, lei dice io vado a fare shopping, Josefa, te che fai vieni? Ma non le va, a Josefa, di andare a rompersele vetrina per vetrina, non le va. Josefa, un punto per te, proprio adesso che stavi perdendo su tutta la linea. Brava, Josefa, proprio non me lo aspettavo. Così finiamo tutti e tre a mangiarci le patatine fritte in un posto strano, economico, a metà tra la mensa per poveri e il locale hippy. Mica male, nella provincia informatizzata dell’impero europeo.

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