mercoledì 25 aprile 2001

Luching for a flet

Però la base, la sostanza, la concretezza, quella ce la dobbiamo procurare. E non è certo roba da lasciare al caso, quella. Che aspetti aspetti, l’onda magari arriva che te sei già bello che andato. Cioè stecchito, stirato, morto di stenti. Quindi nel mio bel piano, non proprio completo, con qualche lacuna in vista, nel mio bel piano ci metto: trovare una casa. Non tutta, nooo. Una stanza, ecco. Col letto, certamente. Con l’acqua, anche calda. La cucina. Riscaldata qualche ora al giorno. Sarà troppo? Nooo. Va bene, va bene così.
E allora mi affido, come no, mi affido al miglior procuratore personale della mia vita, al miglior allenatore dei miei muscoli, al miglior maneggione piacione che io conosca. Come no, Piero, ti pare che non mi trovi una casa, tu, con tutti gli agganci che c’hai qua, con tutti quelli che hai conosciuto lisciato e preso per il culo. Ma certo, presto detto, presto fatto, presto risolto il caso per l’infallibile inarrestabile. E arriva questa casa, che ce la andiamo a vedere tutti e due, insieme, in un pomeriggio spento che non promette nulla di buono. Ma mai fidarsi, mai fidarsi delle promesse dei pomeriggi spenti. Soprattutto qui in terra di celti, qui dove li vedi, questi celti, uscire la mattina con gli occhiali da sole e l’ombrello nella destra. Mai fidarsi dei pomeriggi spenti. Che in un momento il sole si tramuta in pioggia e con un balzo, se sei lesto, con un balzo e due movimenti rapidi del corpo, togli gli occhiali e fai partire l’ombrello a serramanico. Se sei lesto, come certi celti di qui, neanche una goccia, nemmeno una.
Allora in questo caso, dicevo, siamo partiti con la splendida rossa di Piero, e il cielo plumbeo quasi ci schiacciava. Ma niente paura, noi si va verso Clonsilla road, sobborgo per facoltosi dublinesi e nuovi ricchi di tutta Europa, si va con la rossa mangiastrada, piccola ma affidabile, tra le mani prudenti del suo padrone. Ma è lontana, Clonsilla sembra si sposti sempre più in là, come i sogni più grandi, come i miraggi, Clonsilla si fa desiderare... Un po’ di plastica, questa Clonsilla, penso quando arriviamo, un po’ provincia americana come la vedi nei film. Cioè tutte le casette schierate, i giardinetti curati, i bambini che scorrazzano sui monopattini… C’è un pub, uno, che rompe la monotonia del paesaggio e delle serate davanti alla televisione. Uno, che si chiama, indovinate, non ci credereste, si chiama Clonsilla Inn. Immaginazione, questi clonsilliani. Eccentrici, fantasiosi.
Pliis tu mitiu, nais tu mitiu… eccoci qua. Bella, proprio. Casetta per parvenu, da scalata sociale, bella. Tu come ti chiami, tu? Ah, Natasha, bel nome. Poi gli altri non ci sono, no, ma verranno, si, poi li vedrai, se decidi di prenderla. Va be’, do un’occhiata in giro. Eh, non male. Questi nuovi ricchi arricchitisi con le multinazionali. Niente male proprio. Pure il bagno in camera, ma dai, pure il bagno. Allora si. E si. Col bagno in camera… ma quando la trovo una così. Allora si, la prendo, deciso. Si eh, Natasha, oh, d’accordo? Non è che poi viene un altro e gliela date a lui, eh? Dico, siamo sicuri? Mah, mai fidarsi, però sembra onesta. No perché poi magari viene uno, che ne so, che c’ha magari il videoregistratore, per esempio, e gliela danno a lui, magari. Allora meglio tornare domani di buon ora, coi soldi contati, con la valigia che la piazzo proprio al centro della stanza, proprio. Bella pesante, ci metto pura qualche libro che la fissi bene al suolo. Così occupo il posto, insomma. E se viene quello là, quello col video, se viene già la cosa assume tutto un altro aspetto. Poi appena posso porto pure lo zaino con le altre cose. Metto le lenzuola, l’accappatoio in bagno, la sveglia sul comodino. Qualche vestito nell’armadio e un po’ di panni sporchi sparsi in giro per la stanza. Così proprio si vede che io là ci vivo e a nessuno gli verrebbe mai in mente di buttarmi fuori, una volta dentro con tutte le cose sistemate, una volta tolta quell’aria di precarietà che dà la valigia messa là, proprio al centro della stanza.
Piero bravo, hai fatto proprio le cose fatte bene. Adesso che t’ho ringraziato, ah grazie, grazie tante, adesso che t’ho ringraziato, volevo sapere quanto ci si mette secondo te, all’incirca, ad andare in centro con l’autobus. Ah, però, pensavo peggio. Un’oretta, oretta e qualcosa. Certo, un buon libro e ti passa che quando devi scendere non c’hai manco voglia. Certo, ceeerto. Si, Piero, non c’è problema. Mi piace a me l’autobus, non te l’avevo mai detto? Si, proprio così. Ma proprio la passione, dico, che da bambino certi avevano quella per i treni, tutta gente che adesso lavora nelle ferrovie, macchinisti, controllori, che se c’hai la passione… Io invece da piccolo sempre gli autobus. Ma proprio appassionato, eh. Solo che sai com’è, mica sempre si riesce. Io malauguratamente sempre vicino al centro, sempre a pochi minuti. L’autobus, ultimamente, solo certi giorni che avevo tempo, così, prendevo e mi facevo un giro capolinea-capolinea, così, ma raramente, che ci vuole tempo e denaro. Che fortuna, che colpo di culo, chi l’avrebbe detto.
Che? Quando c’è traffico pure un’ora e mezza? Ma dai?

Allora saluto Piero, oh, Piero, ti saluto, e grazie eh, grazie tante, quando ti pare facciamo una bella cena, quando vuoi te, e invita pure Audrey, naturalmente. E non ci provare a portarmi niente, che non mi devi niente tu, che io semmai ti devo qualcosa, allora non ci provare che penso a tutto io. Una bella cena, poi qua, se ti va, ci puoi venire pure a dormire, come se fosse casa tua, no problem, mi casa tu casa, e grazie tante assai. Certo un po’ prolisso, ma ci vuole, che poi, non si sa mai, magari un giorno Piero viene e mi fa, neanche grazie mi hai detto quella volta. Allora così se lo dovrebbe ricordare per un bel pezzo. Poi facciamo una bella cena, col vino e la pasta italiana, una bella cena che magari compro pure una bottiglia del buono, tanto per farci un cicchetto digestivo. E speriamo che funzioni, che non si sa mai, noi che romanamente ci prodighiamo, non si sa mai se poi sabaudianamente sortisce l’effetto. Troppa insistenza? Poca insistenza? Lo sapete voi? Io ancora non ci capisco.
Allora saluto Piero di nuovo, Ciao Piero, eh, ciao e tante belle cose, ce la farai, senza di me? Lo so che sei qua da due anni, ma insomma ormai a me ti ci eri abituato, bel feeling, belle chiacchierate, sostegno morale che vuol dire tanto. Va be’, prendo le mie cose e ti saluto, ci vediamo, comunque. Ah, ti volevo dire, bello comodo il tuo divano, proprio una bella postazione notte. Quasi quasi ci torno, quasi, che lo so già che mi mancherà, tre posti rivestito in simil-camoscio, coperta di piume d’oca che riscalda una bellezza. Va be’, coraggio, si va. Allora qualunque cosa mi fai uno squillo, eh, non ci pensare due volte.
Piero, speriamo di rivederlo. Che le metropoli, si sa, la vita moderna, il traffico, i take away, i videoregistratori, le cucine robotizzate. Poi le carriere importanti, le cene di lavoro, lo shopping per vestirsi eleganti. E il tempo libero, le palestre, le piscine, il parco per andare a ossigenarsi.
Piero speriamo di rivederlo. Che le metropoli, la vita moderna, si sa.

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