domenica 7 ottobre 2001

Diplomazia

Comunque ricevo alcune altre telefonate. Sono il caso del momento, sono al centro dell’attenzione. Colleghi di lavoro, soprattutto, a farmi le condoglianze, a dire quello è proprio uno stronzo, un affarista senza scrupoli, qualcuno gliela deve far pagare. A dirmi meglio così, quasi ti invidio, almeno te sei fuori da quel luogo di sofferenze e pene e umiliazioni, soprattutto. Eh, pare vero.
Poi, più tardi, attesa come un’ambulanza in ritardo sul luogo dell’incidente, arriva trafelata la telefonata chiave, quella determinante, decisiva. Il grande tessitore, solo un gradino più sotto del boss, Giorgio from Napoli, amico mio, che tesse le fila di tutto nel ristorante, che ordina e disdice e assume e licenzia e sa a memoria pure quanti bicchieri da vino ci sono nel magazzino, e quanti coltelli da bistecca, e quante brocche dell’acqua. Un’istituzione del luogo, un barone rispettato e severo, ma pure un giudice giusto e incorruttibile, per modo di dire. E che sfaccimma, Lu’, che camurria, e che rè, vieni a fatica’, vieni qua che sistemiamo tutt’e cose. Ma io c’ho un certo orgoglio e dico no, non ci vengo, che sono malato, nel mio pieno diritto di essere umano, imperfetto, che certe macchine pure si rompono a volte, e serve l’assistenza tecnica e quelle cose là, e non siamo mica nel ventennio, che pure se qui non ce l’hanno avuto, non per questo possono far finta di non sapere che certe cose non si fanno più. Obsolete, anacronistiche, antistoriche. Eeeeh, guagliò, ‘a pulitica nun è cosa, mo’. Facimmo finta ‘e nente, facimmo finta ca tu stevi off, e dumani veni acca, cumme se nente fosse, vabbuò?
Col cazzo, Gio’, io a lavorare non ci vengo più. Mi sono rotto. Occhei, domani vieni qua, fammi ‘sto piacere, te lo chiedo io, vieni qua che parliamo e cerchiamo di aggiustarci, vabbuò? Glielo fai ‘sto piacere a Giorgio tuo?
E vabbe’, domani parliamo.
E domani arriva, e io vado al ristorante. E spiego a Giorgio quello che è successo. Gli dico di come ho telefonato per dire che stavo male, di come il caso abbia voluto che al telefono rispondesse proprio lui, Tom O’Connells in persona, di come presumibilmente avesse avuto una giornata storta, tanto per cercare una giustificazione qualunque, e di come mi abbia licenziato in tronco contro ogni logica, morale e convenienza.
Poi scatta la trattativa. Posizione Giorgio: Mettici una pietra sopra, torna a lavorare e fai finta di niente, che già c’ho parlato col grande capo e mi ha dato carta bianca. E io ti voglio qua, che come lavori mi piace, e siamo amici, e sei un ragazzo intelligente, svelto, che puoi fare grandi cose eccetera. Posizione manageriale, la definirei. Non si esprime sull’operato del suo proprietario, lascia intendere che è dalla mia parte ma non lo dice. Non vuole perdere un pezzo importante del suo staff. Gio’, ti capisco, non ti stai comportando neanche troppo da stronzo. Poi c’è la mia posizione: incazzato, umiliato, offeso. In più, in crisi esistenziale. Perché questa goccia qua ha fatto traboccare il vaso e comincio a pensare che forse non vale mica la pena farmi nove ore al giorno in un ristorante, per quanto bello in una bella zona di Dublino. Oltretutto mi ribolle dentro una voglia di riscatto politico, mi sento un po’ working class versus explotation, mi sento che i dannati della terra tutti stanno urlando contro quello che è accaduto, e dicono non farti fottere, non abbassare lo sguardo, fatti rispettare!
Poi c’è il compromesso: Lascio il lavoro full time. Lavorerò solo cinque ore al giorno per quattro giorni a settimana invece di cinque. Parlo solo con Giorgio, il grande capo si faccia fottere, non ne voglio sapere più niente, che non mi rivolga più neanche la parola.
Praticamente: nessuna rivoluzione. E’ mancata la solidarietà di classe. Forse perché ancora prima è mancata la coscienza di classe. Forse perché, a monte, non si è trovata proprio la classe. Allora, individualmente, come soggetto cosciente, ho sottratto al capitale il controllo di un po’ del mio tempo. Non so bene cosa ci farò. Non so bene dove me lo metterò, questo giorno liberato ogni settimana. Ma ho un certo presentimento che non mi piace affatto.

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