giovedì 5 aprile 2001

Aprile 2001. Dublino

Va bene, va bene. Adesso va bene. Prima non tanto, ma adesso… Sarà che non lo puoi mai dire quello che ti aspetta. Non lo puoi mai dire. Allora adesso va bene. Va meglio.
Piero viene a prendermi all’aeroporto, con la macchina. Che adesso lui c’ha la macchina nuova, che prima non ce l’aveva proprio e adesso ce l’ha. Rover centoundici rossa fiammante che sembra una ferrari più piccola. Bella. Si Piero, come stai, bene vero, io pure un po’ stanco ma non ho mica bevuto, io. Io stanco del viaggio e dell’alzataccia. Tu hai bevuto, invece. E si vede, che c’hai una faccia…
Pochi convenevoli, tra me e Piero. Mica come delle volte che vedo certi amici miei, che ci si abbraccia forte, ci si bacia, ci si danno le pacche sulle spalle maschie. Mica come con certi amici miei, che Piero è un grande amico mio proprio, ma purtroppo c’ha il difetto che è sabaudo, come diciamo noi che lo conosciamo, cioè non freddo ma calibrato, ponderato. Eniuéis, ci si saluta comunque, e vale uguale, ma sabaudianamente, come dicevo.
Allora carichiamo in macchina e andiamo. E c’ho una strana sensazione da esame di terza media, da esame scritto e orale, impegnativo, ma pure mezzo scontato, che alle medie non bocciano quasi più. Alle medie al massimo ti scrivono la nota sul diario, e insomma ci si può pure stare, che alla fine ci vuole un attimo a fare la firma. Allora vado. Con questa sensazione da esame scontato, ma pur sempre esame. Vado che tanto lo passo, mi faranno qualche domanda facile. Allora vado, eh?

In casa di Piero ci si sta comodi. Ambiente friendli e polait. Dico così perché ci provo con l’inglese. Che non so se ve lo avevo detto ma io l’inglese non lo so. Per niente. E mi fa proprio fatica capirci e peggio ancora parlare. Ma insomma pure dovrò impararlo, che ci sono venuto anche per questo in Irlanda, oltre che per l’onda che mi ci ha sbattuto che io neanche me l’aspettavo, eh, non me l’aspettavo! Allora penso che se sto qui un po’ di tempo e se faccio funzionare il cervello, se apro le orecchie oltre che la testa, qualcosa del tutto che passa, qualcosa almeno si incaglierà e dovrà restare, penso. Come i detriti che porta il fiume, certi restano. Non tutti, ma certi restano. Lo so.
Friendli e polait, si diceva. Un tè alla menta prima di dormire, la crostata a colazione, Audry che mi parla delle cose d’Irlanda e pensa che capisca, io invece capisco solo che non capisco, e in questo sono un po’ socratico, per analogia, e quindi non ritengo di dover chiedere altre spiegazioni. Sorrisi, o ie o ie, friendli, polait. Conto sui detriti, io, sulle onde che non te le aspetti… Fatalista? No, no caro mio. Io c’ho una teoria mezza socratica, quella del fatto che non capisco, e mezza scientifica, sulle onde cicliche multiple di sette, c’ho una teoria che non la liquidi mica col fatalismo, amico mio, è più complessa, già, più sottile.

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