Ma insomma, teoria a parte, come dice Piero, sabaudianamente e pragmaticamente, teoria a parte, friendli e polait compresi, qui bisogna darsi da fare, dimostrare a quell’altro amico mio che l’onda la prendo, dopo che l’ho aspettata mezzo nascosto, la prendo e la cavalco comediocomanda, la cavalco come una volta, che ero ubriaco, cavalcavo il cavallo di un amico mio, che non c’ero mai andato, io, e sembravo invece proprio un fantino con esperienza, altro che goffo. Allora così devo fare pure stavolta, con destrezza, fare quello che c’è da fare, come John Belushi quando il gioco si indurisce, avete capito, no? Darsi da fare. Cioè luching for a giob, cercare i soldi per campare, che quelli che c’ho sono pochi e precari e non reggono mica il confronto, qui nel nuovo west europeo, facili guadagni, boom economico, nuovi ricchi, nel nuovo west europeo che non ci credi mica alla storia dei mangiatori di patate, non ci credi mica se li vedi adesso, gli irlandesi. Belle macchine e locali alla moda, internet caffè come se piovesse. Non ci credi mica.
Luching for a giob, aim luching for a giob, tutto il giorno con questa frase nella testa che è l’unica che so, o quasi, e mi pare pure che delle volte non la dico tanto bene, perché mi fanno, uoz?
E io allora la scandisco a i m l u c h i n g f o r a g i o b, e allora finalmente lo capiscono che devo lavorare, e mi fanno, ui dont ev, sorri! Io li guardo, perplesso, con l’aria di chi non ha capito. Allora rifanno, u i d o n t e v, s o r r i !
Tutto il giorno che mi fanno male i piedi dal porta a porta che ho messo su, che ogni bar e ristorante di Dublino centro è già stato mio, per quell’attimo di attesa e per quell’altro di rifiuto. Ma io non demordo, che Piero me lo ha detto, la prima settimana ti fai il mazzo, così impari cosa vuol dire lavorare, anzi, prima di tutto impari che per lavorare bisogna prima cercare lavoro, che è un lavoro pure quello, ma più brutto. Piero, parole sante, dico, mentre penso, Piero, ma vaffanculo te e il sudato lavoro, che io mica voglio fare la fine di quelli che poi passano la vita a strisciare e sbavare che fanno schifo, penso, ma poi non lo dico. Che lo so che sono cazzate, queste, ed è meglio che mi sto zitto. Sto zitto, che è meglio, però io a certe cose un po’ ci credo ancora, soprattutto se ho male ai piedi dal porta a porta che ho messo su, soprattutto. Solo che Piero non c’entra mica col mal di piedi, no. Piero dice così perché pure a lui gli hanno fatto male i piedi. Allora sto zitto, che è meglio. Ci provo a fare quello che ha capito che così va, il mondo, così gira, sempre in un verso, non c’è modo, no, di farlo andare in quell’altro.
Dicevo appunto che non demordo, io. Mica mi faccio influenzare da una giornata andata male. E poi non puoi pretendere di trovare lavoro in un giorno, e chi sei, oh, che qua la gente si fa il mazzo, a ventun anni sono laureati, e già lavorano, tu ce ne hai venticinque, si va be’, sei laureato, ma ce ne hai venticinque. E sei laureato, se così si può dire, ma in storia, mica fisica nucleare! E questo è un discorso sacrosanto, che me lo facevano sempre i miei amici che studiavano fisica, e mia madre, e mio padre, e mio fratello che studia ingegneria, e anche qualche perfetto sconosciuto col quale magari ho parlato due secondi, pure lui, diceva, mica sei laureato in fisica nucleare! D’accordo, è vero, fisica nucleare non ci avevo nemmeno pensato quando ero lì a pensarci. Fisica nucleare non mi interessava, che la fisica in generale, come la matematica, non mi ha mai interessato. Però mica per paura. Disinteresse, estraneità all’argomento, che, se vogliamo spingerci a fare qualche considerazione poco sabauda, la fisica nucleare c’ha pure delle grosse responsabilità verso milioni di vittime, eh, che ce lo vogliamo dimenticare, eh? Le sappiamo tutti queste cose, le sanno tutti. Però, poi, se gli dici che sei laureato in storia, ti dicono, mica fisica nucleare! E va be’, meglio così, penso io, non c’ho nessuna tragedia sulla coscienza, io. Io dormo sonni tranquilli. Studio storia, io.
Comunque, qui la gente si fa il mazzo. Che a ventun anni sono già laureati, quelli che hanno studiato. Che poi c’è tutta un’altra parte di giovani irlandesi che neanche ci pensa alla laurea. Che loro a sedici diciassette anni, con ‘sta storia del boom economico, del nuovo west, loro a sedici diciassette anni li trovi già a disegnare pagine web, a programmare per le grandi multinazionali. Mica come noi mammoni italiani, no, loro a sedici diciassette anni magari non c’hanno ancora la patente di guida, ma c’hanno una casa a due piani e un bel conto in banca, loro. Che le multinazionali pagano bene, se le fai arricchire di più, pagano profumato.
Allora qui c’è il futuro, l’occasione della tua vita, l’opportunità che non puoi farti sfuggire. Il business ti aspetta, fratello mio, non farlo aspettare! Ma si comincia con poco, si comincia col farti il mazzo, nei posti sfigati, coi lavori sfigati, con lo stipendio da sfigato. Si comincia come degli sfigati, ma poi lo sai tu dove si arriva. Alle vette, al settimo cielo, più su, più su!
Allora questi sono i discorsi che mi faccio in testa, questi primi giorni di vita dublinese fredda, con qualche scroscio di pioggia, qualche raggio di sole, ma fredda ancora, per noi maschi mediterranei medi. Non sabaudi… medi. Questi sono i discorsi, spalleggiati da Piero, che ne sa qualcosa, lui, e pure da Audry, che pure lei ne sa. Quindi diciamo che, così spalleggiati, mi sembra ci si possa fidare, dell’esattezza dell’analisi, dico, della giustezza dell’osservazione. Allora non rimane altro da fare. Sfigati bisogna cominciare. Poi dopo non si sa cosa ci aspetta, non lo sai mai. Ma certo cose grandi, che siamo intelligenze sopra la media mediterranea, noi, promettiamo bene, pure con la laurea in storia, pure a venticinque anni. Le multinazionali, loro lo sanno, ci guardano mentre ci affaccendiamo, ci scrutano nel profondo imperscrutabile, prendono nota. Poi, come un’onda, zac, ci prendono e ci sbattono chi lo sa dove, come un’onda che non te l’aspettavi, che non eri preparato, ti prendono e ti portano sulle vette. Al settimo cielo. Più su. Più su.
Ho trovato lavoro. Al secondo giorno, ho trovato lavoro. E non mi fanno male i piedi, non faccio più il porta a porta a tentare di vendere i miei muscoli e la mia esperienza, non lo faccio più. Stasera lavoro al pub, raccolgo i bicchieri e svuoto i posacenere per quattro pound e mezzo l’ora. Notbed, se penso che per due giorni nessuno mi pagava per girare da un posto all’altro a chiedere lavoro. Comincio alle sei del pomeriggio, finisco alle tre di notte. Nove ore. Quaranta pound e mezzo al giorno, cioè circa cento sacchi. Notbed. Notgud. Normali.
Un po’ di vento nelle vele, allora. Solo c’ho paura che sto’ lavoro alla fine mi sfianchi. Me lo dicono tutti che quello, il Fitzsimons di temple bar, è un vecchio covo di casinisti che fanno le ore piccole, si ubriacano, rimorchiano come maiali. C’è pure la discoteca, dicono. Per questo non chiude alle undici e mezza come i normali pub di qui. E allora mi immagino, venti bicchieri per mano, a fare l’equilibrista mentre un sacco di turisti spendaccioni non ne vogliono sapere di farmi passare, di lasciarmi lavorare, di andare a dormire. Loro a fare i leoni, a Dublino come fosse la savana, a caccia come vecchi leoni bifolchi. Io lì a camminare sui fili, attento di qua e di là, senza parlare una parola di inglese, tutto il tempo a dire schiusmi pliis, aim sorri, noproblem.
Ma io lo faccio lo stesso e chissenefrega, io lo faccio che ho bisogno di soldi per forza. Mi metto lì, buono buono come l’ultimo degli sfigati. Buono buono, come uno che fa finta di niente, che fa il suo lavoro, che non ci pensa. Buono buono senza guardarmi intorno, solo ogni tanto, ma senza farlo vedere. E aspetto che arrivi, buono buono.
Mi fa male tutto. Prima solo i piedi, che con un pediluvio li mettevi a posto, poi li appoggiavi su un cuscino alto, tu steso sul divano, tempo mezz’ora e tutto tornava come nuovo, le ossa, i muscoli, l’alluce esigente e il mignoletto. Io non c’ero mai stato in un posto così. Forse perché sono sempre stato fortunato. Ma io non c’ero mai stato. Certi posti ci dovrebbero scrivere fuori vietato l’ingresso ai minori e ai deboli di stomaco. Vietato l’ingresso ai minori e alle anime belle. Certi posti… te lo dovrebbero dire prima, che poi, se entri, diventi come loro. Fitzsimons pub, temple bar, Dublino. Non ci andate. Non ci andate se non siete costretti da qualche forza maggiore e incontrastabile. Non varcate quella soglia.
Va be’, che poi dico così per via della vena drammatica, che ogni tanto la faccio pulsare per dare colore alla vita. Un po’ come il detto l’amore è bello se è litigarello, un po’ così. Cioè, certe cose le apprezzi di più quando ti accorgi che non sono scontate come sembrano. Tipo fumare una sigaretta. Non è così scontato, no. Certi posti le sigarette non le puoi fumare. Certi posti le sigarette le fumi solo se sei in pausa. Certi posti se ti vedono che fumi mentre stai lavorando, certi posti ti cacciano. Il Fitzsimons pub, per esempio, è un posto come certi posti che le sigarette te le vai a fumare di nascosto in bagno, mentre pisci. Le accendi, dai due tiri, tre, quattro, le spegni. Certi posti non te le godi le sigarette, che ti vien voglia di smettere tanto non te le godi. Poi non smetti per orgoglio, che tu sei sempre stato un antiproibizionista convinto per tutte le droghe pesanti e leggere, per tutti i comportamenti che non ledono la libertà altrui, tu sei sempre stato così convinto che non gliela daresti mai quella soddisfazione.
Che poi cosa gliene frega a loro se io, mentre carico una lavastoviglie, mentre trasposto qualche decina di chili di rifiuti tossici verso i cassonetti in strada, cosa gliene frega a loro se mi accendo una sigaretta. Eppure loro ti dicono fumi solo se sei in pausa. Allora tu dici quando c’è la pausa? E loro dicono quando ti pare, venti minuti di pausa, te li prendi quando ti pare. Allora dici sono in pausa, mi fumo ‘sta sigaretta. Lui dice come vuoi.
Hai vinto tu! Hai vinto tu contro il padrone sfruttatore, hai vinto perché sei stato all’altezza, non ti sei fatto intimorire. C’avevi chiari i tuoi bisogni, parti da quelli, tu, mica aria fritta, mica politichese, mica. E ce l’hai fatta dove gli altri avevano fallito. Dignità, idee chiare, astuzia… coscienza dei propri diritti di lavoratore. Ce l’hai fatta tu, il primo giorno di lavoro, dove gli altri avevano fallito nonostante le lotte, gli scioperi, il sindacato, le trattative. Spessore morale, altro che parole. Spessore morale, che è qualcosa che il padrone se ne accorge subito se ce l’hai. E’ qualcosa che il padrone se ce l’hai si intimorisce, che a lui gli manca proprio, ma gli piacerebbe, eh, gli piacerebbe.
Allora finisco la mia pausa, imposta autonomamente in virtù dei mie bisogni e non di quelli della produzione, non di quelli del profitto. Finisco la mia pausa di venti minuti, che a dire il vero ci mettevo meno a fumarmene una, ma il capo mi sa che l’ho proprio steso moralmente, che m’ha dato venti minuti, mica cinque. Allora torno a lavoro con l’orgoglio dell’uomo che svolge una mansione dignitosa, che rispetta se stesso, che nessuno gli mangia in testa. Torno a lavoro, e mi vien voglia di dirlo a tutti quello che è successo, mi vien voglia. Ma non lo faccio. Alla prossima pausa che mi prendo, penso, che mi va di fumarmi una sigaretta, alla prossima pausa glielo dico davanti a tutti, al padrone. Io mi prendo venti minuti, gli dico, mi prendo venti minuti che sento il bisogno di fumarmene una!
Allora, mentre penso, Antonio che lo vedo schiacciato sotto al peso di tre casse di beck’s, Antonio che parla spagnolo così ci capiamo, che è spagnolo, lui, mentre penso, mi dice ho visto che ti sei preso la pausa. Hai visto? Faccio io tradendo un po’ di emozione. Si, dice, ma adesso ti tocca fare filate le altre sette ore che ci restano, ti tocca, che qui di pausa ce n’è solo una, che te la prendi quando ti pare, che te la puoi gestire. Io, dice, me la prendo sempre verso le dieci, che è l’ora del pienone. Io, dice, pure stasera me la prendo verso quell’ora, che non mi va di farmi il culo. Ah, trasecolo, no, dico, non mi pesano a me sette ore filate, mi piace, a me, lavorare col pienone, dico. Domani, penso, se sopravvivo, penso, domani mi iscrivo al sindacato.
Sono vivo, allora. Questo è l’importante. Questa, direi, è la cosa fondamentale. Addirittura sento di poter dire che è questa la fantomatica conditiosinequanon, cioè quella specie di stato particolare che ti permette di fare tutto il resto. La condizione base, essenziale, imprescindibile, sinequanon. Sono vivo. Senza la qual cosa, tanto per capirci, tanto per definire pienamente il concetto supportandolo con un esempio calzante, senza la qual cosa non potrei nemmeno, per dire, star qui a scrivere. Ecco, quindi, che l’idea della conditio suddetta mi sembra definitivamente chiarita. Tal conditio non va sottovalutata mica, eh no. Lo dico per chi adesso sbadiglia e si annoia pensando che ‘ste cose sono scontate, che si sanno. Tal conditio non va per niente sottovalutata. Perché è la conditio, la Conditio, che senza non arrivi neanche al Pozzo, che è un bar che sta proprio sotto casa mia a Roma, che ci vado a comprare le sigarette tutti i giorni. Ecco, manco al Pozzo ci arrivi, che al Pozzo davvero ci vai come ti pare. Io per esempio delle volte mi sveglio che non ho più sigarette, ci vado in pigiama. Nessuno ti dice niente, al Pozzo. Ci puoi andare pure spettinato, sudato, scalzo. Ci puoi andare pure con l’alito pesante. Pure senza soldi, ci puoi andare, tanto poi glieli dai il giorno dopo. Ecco perché è importante. Ecco perché in fondo sono contento di essere sopravvissuto. Averci le condizioni, questo davvero conta. Le condizioni di base, essenziali, imprescindibili. Le condizioni, senza le quali non.
(Allora i giorni passano come treni… veloci, dico, ma pure pesanti. Veloci e pesanti. Come i treni. Che se sei furbo ti ci metti sopra, se sei lesto, se sgambetti un po’. E se lo prendi, il treno, se lo prendi poi vai come lui, veloce e pesante, come un treno, vai. Se invece non lo prendi, se lo perdi, se per un pelo proprio non hai fatto in tempo o se proprio non lo sapevi che passava, allora l’importante è starne alla larga, restare alla debita distanza che solitamente è indicata con una striscia gialla ben visibile che non la puoi non vedere. Oppure farti un giro, anche va bene, a prenderti un caffè in qualche bar vicino alla stazione che solitamente vicino alle stazioni li fanno buoni i caffè, solitamente. Ma insomma non fate mai come quel mio amico, un amico mio che non è né quello delle onde né quello del cavallo, un altro amico mio ancora, che un giorno lo voleva prendere da sotto, il treno. Diceva adesso lo prendo da sotto, che non se lo aspetta. Lo prendo da sotto, che io mica faccio come tutti, mica entro di lato, io. Che alla fine, se vuoi entrare di lato devi sgomitare, e fare a pugni con i secchioni che lo aspettano da ore, che vanno là la mattina presto apposta per prendersi i primi posti, le prime file, ‘sti bastardi. Io, diceva, lo prendo da sotto, che mi sembra pure il suo punto debole, meno corazzato, diciamo, sembra. Allora adesso quell’amico mio mica lo so dov’è finito. Quell’amico mio, mica lo so. Però da sotto mi sa che non ha funzionato, se no me lo avrebbe detto. Mi avrebbe scritto almeno una cartolina da un posto qualunque purché lontanissimo. Mi avrebbe scritto per dirmelo, che pure se voleva conservare il segreto, eravamo buoni amici, noi. Se da sotto funzionava, a me lo avrebbe detto di certo.)
Ma poi, pure, oltre alle condizioni, oltre a quelle condizioni lì, c’è da pensare al resto, pure. Che altrimenti si rischia di fossilizzarsi in una specie di sopravvivenza sempre uguale a se stessa. Una specie di stato perpetuo fatto solo di possibilità a venire, di bivi trivi e quatrivi di fronte ai quali restiamo interdetti e pensosi. Allora questo stato di perplessità, di opportunità inespresse, questo ben di dio potenzialmente nostro, in qualche modo ce lo dobbiamo prendere, ce lo dobbiamo godere e trastullare, che non facciamo mica i monaci eremiti e manco viviamo in cima alle montagne.
Quindi ci vuole un piano. Un piano ben studiato, nei dettagli, un piano d’azione. Ma flessibile. Fatto di parti malleabili, intercambiabili, e con lacune evidenti lasciate lì di proposito per dar spazio all’improvvisazione. E non voglio ripetermi, non vorrei. Ma anche qui l’onda, la teoria della ciclicità, che prima o poi ti tocca, ti prende, ti sbatte dove vuole, anche qui, è fondamentale. Che certi si fanno tutti i loro programmini, certi che c’hanno la vita già scritta, che se la portano dietro nel loro organizer. Certi, li vedi poi sconvolti, depressi. Certi che magari non ce l’hanno proprio l’arte d’improvvisare la vita. Non dico tutta, che neanche a me mi riesce bene. Non dico tutta. Ma qualcosa, qualche ora al giorno lasciata al caso, qualche minuto ogni ora, qualche secondo assoluto nel quale ci aspettiamo che tutto accada, senza preavviso. Loro no. Loro le lacune le odiano, non le lasciano apposta. Se se ne accorgono, di qualche passaggio oscuro, lacunoso, lo correggono subito con vergogna. Non sia mai, che mi puoi dire tutto tranne che sono approssimativo, lacunoso. Nonsiamai. Io invece certe lacune ce le lascio a bella posta, che si veda bene che sono intenzionali. Così, qualunque cosa, mica mi preoccupo, io.
Luching for a giob, aim luching for a giob, tutto il giorno con questa frase nella testa che è l’unica che so, o quasi, e mi pare pure che delle volte non la dico tanto bene, perché mi fanno, uoz?
E io allora la scandisco a i m l u c h i n g f o r a g i o b, e allora finalmente lo capiscono che devo lavorare, e mi fanno, ui dont ev, sorri! Io li guardo, perplesso, con l’aria di chi non ha capito. Allora rifanno, u i d o n t e v, s o r r i !
Tutto il giorno che mi fanno male i piedi dal porta a porta che ho messo su, che ogni bar e ristorante di Dublino centro è già stato mio, per quell’attimo di attesa e per quell’altro di rifiuto. Ma io non demordo, che Piero me lo ha detto, la prima settimana ti fai il mazzo, così impari cosa vuol dire lavorare, anzi, prima di tutto impari che per lavorare bisogna prima cercare lavoro, che è un lavoro pure quello, ma più brutto. Piero, parole sante, dico, mentre penso, Piero, ma vaffanculo te e il sudato lavoro, che io mica voglio fare la fine di quelli che poi passano la vita a strisciare e sbavare che fanno schifo, penso, ma poi non lo dico. Che lo so che sono cazzate, queste, ed è meglio che mi sto zitto. Sto zitto, che è meglio, però io a certe cose un po’ ci credo ancora, soprattutto se ho male ai piedi dal porta a porta che ho messo su, soprattutto. Solo che Piero non c’entra mica col mal di piedi, no. Piero dice così perché pure a lui gli hanno fatto male i piedi. Allora sto zitto, che è meglio. Ci provo a fare quello che ha capito che così va, il mondo, così gira, sempre in un verso, non c’è modo, no, di farlo andare in quell’altro.
Dicevo appunto che non demordo, io. Mica mi faccio influenzare da una giornata andata male. E poi non puoi pretendere di trovare lavoro in un giorno, e chi sei, oh, che qua la gente si fa il mazzo, a ventun anni sono laureati, e già lavorano, tu ce ne hai venticinque, si va be’, sei laureato, ma ce ne hai venticinque. E sei laureato, se così si può dire, ma in storia, mica fisica nucleare! E questo è un discorso sacrosanto, che me lo facevano sempre i miei amici che studiavano fisica, e mia madre, e mio padre, e mio fratello che studia ingegneria, e anche qualche perfetto sconosciuto col quale magari ho parlato due secondi, pure lui, diceva, mica sei laureato in fisica nucleare! D’accordo, è vero, fisica nucleare non ci avevo nemmeno pensato quando ero lì a pensarci. Fisica nucleare non mi interessava, che la fisica in generale, come la matematica, non mi ha mai interessato. Però mica per paura. Disinteresse, estraneità all’argomento, che, se vogliamo spingerci a fare qualche considerazione poco sabauda, la fisica nucleare c’ha pure delle grosse responsabilità verso milioni di vittime, eh, che ce lo vogliamo dimenticare, eh? Le sappiamo tutti queste cose, le sanno tutti. Però, poi, se gli dici che sei laureato in storia, ti dicono, mica fisica nucleare! E va be’, meglio così, penso io, non c’ho nessuna tragedia sulla coscienza, io. Io dormo sonni tranquilli. Studio storia, io.
Comunque, qui la gente si fa il mazzo. Che a ventun anni sono già laureati, quelli che hanno studiato. Che poi c’è tutta un’altra parte di giovani irlandesi che neanche ci pensa alla laurea. Che loro a sedici diciassette anni, con ‘sta storia del boom economico, del nuovo west, loro a sedici diciassette anni li trovi già a disegnare pagine web, a programmare per le grandi multinazionali. Mica come noi mammoni italiani, no, loro a sedici diciassette anni magari non c’hanno ancora la patente di guida, ma c’hanno una casa a due piani e un bel conto in banca, loro. Che le multinazionali pagano bene, se le fai arricchire di più, pagano profumato.
Allora qui c’è il futuro, l’occasione della tua vita, l’opportunità che non puoi farti sfuggire. Il business ti aspetta, fratello mio, non farlo aspettare! Ma si comincia con poco, si comincia col farti il mazzo, nei posti sfigati, coi lavori sfigati, con lo stipendio da sfigato. Si comincia come degli sfigati, ma poi lo sai tu dove si arriva. Alle vette, al settimo cielo, più su, più su!
Allora questi sono i discorsi che mi faccio in testa, questi primi giorni di vita dublinese fredda, con qualche scroscio di pioggia, qualche raggio di sole, ma fredda ancora, per noi maschi mediterranei medi. Non sabaudi… medi. Questi sono i discorsi, spalleggiati da Piero, che ne sa qualcosa, lui, e pure da Audry, che pure lei ne sa. Quindi diciamo che, così spalleggiati, mi sembra ci si possa fidare, dell’esattezza dell’analisi, dico, della giustezza dell’osservazione. Allora non rimane altro da fare. Sfigati bisogna cominciare. Poi dopo non si sa cosa ci aspetta, non lo sai mai. Ma certo cose grandi, che siamo intelligenze sopra la media mediterranea, noi, promettiamo bene, pure con la laurea in storia, pure a venticinque anni. Le multinazionali, loro lo sanno, ci guardano mentre ci affaccendiamo, ci scrutano nel profondo imperscrutabile, prendono nota. Poi, come un’onda, zac, ci prendono e ci sbattono chi lo sa dove, come un’onda che non te l’aspettavi, che non eri preparato, ti prendono e ti portano sulle vette. Al settimo cielo. Più su. Più su.
Ho trovato lavoro. Al secondo giorno, ho trovato lavoro. E non mi fanno male i piedi, non faccio più il porta a porta a tentare di vendere i miei muscoli e la mia esperienza, non lo faccio più. Stasera lavoro al pub, raccolgo i bicchieri e svuoto i posacenere per quattro pound e mezzo l’ora. Notbed, se penso che per due giorni nessuno mi pagava per girare da un posto all’altro a chiedere lavoro. Comincio alle sei del pomeriggio, finisco alle tre di notte. Nove ore. Quaranta pound e mezzo al giorno, cioè circa cento sacchi. Notbed. Notgud. Normali.
Un po’ di vento nelle vele, allora. Solo c’ho paura che sto’ lavoro alla fine mi sfianchi. Me lo dicono tutti che quello, il Fitzsimons di temple bar, è un vecchio covo di casinisti che fanno le ore piccole, si ubriacano, rimorchiano come maiali. C’è pure la discoteca, dicono. Per questo non chiude alle undici e mezza come i normali pub di qui. E allora mi immagino, venti bicchieri per mano, a fare l’equilibrista mentre un sacco di turisti spendaccioni non ne vogliono sapere di farmi passare, di lasciarmi lavorare, di andare a dormire. Loro a fare i leoni, a Dublino come fosse la savana, a caccia come vecchi leoni bifolchi. Io lì a camminare sui fili, attento di qua e di là, senza parlare una parola di inglese, tutto il tempo a dire schiusmi pliis, aim sorri, noproblem.
Ma io lo faccio lo stesso e chissenefrega, io lo faccio che ho bisogno di soldi per forza. Mi metto lì, buono buono come l’ultimo degli sfigati. Buono buono, come uno che fa finta di niente, che fa il suo lavoro, che non ci pensa. Buono buono senza guardarmi intorno, solo ogni tanto, ma senza farlo vedere. E aspetto che arrivi, buono buono.
Mi fa male tutto. Prima solo i piedi, che con un pediluvio li mettevi a posto, poi li appoggiavi su un cuscino alto, tu steso sul divano, tempo mezz’ora e tutto tornava come nuovo, le ossa, i muscoli, l’alluce esigente e il mignoletto. Io non c’ero mai stato in un posto così. Forse perché sono sempre stato fortunato. Ma io non c’ero mai stato. Certi posti ci dovrebbero scrivere fuori vietato l’ingresso ai minori e ai deboli di stomaco. Vietato l’ingresso ai minori e alle anime belle. Certi posti… te lo dovrebbero dire prima, che poi, se entri, diventi come loro. Fitzsimons pub, temple bar, Dublino. Non ci andate. Non ci andate se non siete costretti da qualche forza maggiore e incontrastabile. Non varcate quella soglia.
Va be’, che poi dico così per via della vena drammatica, che ogni tanto la faccio pulsare per dare colore alla vita. Un po’ come il detto l’amore è bello se è litigarello, un po’ così. Cioè, certe cose le apprezzi di più quando ti accorgi che non sono scontate come sembrano. Tipo fumare una sigaretta. Non è così scontato, no. Certi posti le sigarette non le puoi fumare. Certi posti le sigarette le fumi solo se sei in pausa. Certi posti se ti vedono che fumi mentre stai lavorando, certi posti ti cacciano. Il Fitzsimons pub, per esempio, è un posto come certi posti che le sigarette te le vai a fumare di nascosto in bagno, mentre pisci. Le accendi, dai due tiri, tre, quattro, le spegni. Certi posti non te le godi le sigarette, che ti vien voglia di smettere tanto non te le godi. Poi non smetti per orgoglio, che tu sei sempre stato un antiproibizionista convinto per tutte le droghe pesanti e leggere, per tutti i comportamenti che non ledono la libertà altrui, tu sei sempre stato così convinto che non gliela daresti mai quella soddisfazione.
Che poi cosa gliene frega a loro se io, mentre carico una lavastoviglie, mentre trasposto qualche decina di chili di rifiuti tossici verso i cassonetti in strada, cosa gliene frega a loro se mi accendo una sigaretta. Eppure loro ti dicono fumi solo se sei in pausa. Allora tu dici quando c’è la pausa? E loro dicono quando ti pare, venti minuti di pausa, te li prendi quando ti pare. Allora dici sono in pausa, mi fumo ‘sta sigaretta. Lui dice come vuoi.
Hai vinto tu! Hai vinto tu contro il padrone sfruttatore, hai vinto perché sei stato all’altezza, non ti sei fatto intimorire. C’avevi chiari i tuoi bisogni, parti da quelli, tu, mica aria fritta, mica politichese, mica. E ce l’hai fatta dove gli altri avevano fallito. Dignità, idee chiare, astuzia… coscienza dei propri diritti di lavoratore. Ce l’hai fatta tu, il primo giorno di lavoro, dove gli altri avevano fallito nonostante le lotte, gli scioperi, il sindacato, le trattative. Spessore morale, altro che parole. Spessore morale, che è qualcosa che il padrone se ne accorge subito se ce l’hai. E’ qualcosa che il padrone se ce l’hai si intimorisce, che a lui gli manca proprio, ma gli piacerebbe, eh, gli piacerebbe.
Allora finisco la mia pausa, imposta autonomamente in virtù dei mie bisogni e non di quelli della produzione, non di quelli del profitto. Finisco la mia pausa di venti minuti, che a dire il vero ci mettevo meno a fumarmene una, ma il capo mi sa che l’ho proprio steso moralmente, che m’ha dato venti minuti, mica cinque. Allora torno a lavoro con l’orgoglio dell’uomo che svolge una mansione dignitosa, che rispetta se stesso, che nessuno gli mangia in testa. Torno a lavoro, e mi vien voglia di dirlo a tutti quello che è successo, mi vien voglia. Ma non lo faccio. Alla prossima pausa che mi prendo, penso, che mi va di fumarmi una sigaretta, alla prossima pausa glielo dico davanti a tutti, al padrone. Io mi prendo venti minuti, gli dico, mi prendo venti minuti che sento il bisogno di fumarmene una!
Allora, mentre penso, Antonio che lo vedo schiacciato sotto al peso di tre casse di beck’s, Antonio che parla spagnolo così ci capiamo, che è spagnolo, lui, mentre penso, mi dice ho visto che ti sei preso la pausa. Hai visto? Faccio io tradendo un po’ di emozione. Si, dice, ma adesso ti tocca fare filate le altre sette ore che ci restano, ti tocca, che qui di pausa ce n’è solo una, che te la prendi quando ti pare, che te la puoi gestire. Io, dice, me la prendo sempre verso le dieci, che è l’ora del pienone. Io, dice, pure stasera me la prendo verso quell’ora, che non mi va di farmi il culo. Ah, trasecolo, no, dico, non mi pesano a me sette ore filate, mi piace, a me, lavorare col pienone, dico. Domani, penso, se sopravvivo, penso, domani mi iscrivo al sindacato.
Sono vivo, allora. Questo è l’importante. Questa, direi, è la cosa fondamentale. Addirittura sento di poter dire che è questa la fantomatica conditiosinequanon, cioè quella specie di stato particolare che ti permette di fare tutto il resto. La condizione base, essenziale, imprescindibile, sinequanon. Sono vivo. Senza la qual cosa, tanto per capirci, tanto per definire pienamente il concetto supportandolo con un esempio calzante, senza la qual cosa non potrei nemmeno, per dire, star qui a scrivere. Ecco, quindi, che l’idea della conditio suddetta mi sembra definitivamente chiarita. Tal conditio non va sottovalutata mica, eh no. Lo dico per chi adesso sbadiglia e si annoia pensando che ‘ste cose sono scontate, che si sanno. Tal conditio non va per niente sottovalutata. Perché è la conditio, la Conditio, che senza non arrivi neanche al Pozzo, che è un bar che sta proprio sotto casa mia a Roma, che ci vado a comprare le sigarette tutti i giorni. Ecco, manco al Pozzo ci arrivi, che al Pozzo davvero ci vai come ti pare. Io per esempio delle volte mi sveglio che non ho più sigarette, ci vado in pigiama. Nessuno ti dice niente, al Pozzo. Ci puoi andare pure spettinato, sudato, scalzo. Ci puoi andare pure con l’alito pesante. Pure senza soldi, ci puoi andare, tanto poi glieli dai il giorno dopo. Ecco perché è importante. Ecco perché in fondo sono contento di essere sopravvissuto. Averci le condizioni, questo davvero conta. Le condizioni di base, essenziali, imprescindibili. Le condizioni, senza le quali non.
(Allora i giorni passano come treni… veloci, dico, ma pure pesanti. Veloci e pesanti. Come i treni. Che se sei furbo ti ci metti sopra, se sei lesto, se sgambetti un po’. E se lo prendi, il treno, se lo prendi poi vai come lui, veloce e pesante, come un treno, vai. Se invece non lo prendi, se lo perdi, se per un pelo proprio non hai fatto in tempo o se proprio non lo sapevi che passava, allora l’importante è starne alla larga, restare alla debita distanza che solitamente è indicata con una striscia gialla ben visibile che non la puoi non vedere. Oppure farti un giro, anche va bene, a prenderti un caffè in qualche bar vicino alla stazione che solitamente vicino alle stazioni li fanno buoni i caffè, solitamente. Ma insomma non fate mai come quel mio amico, un amico mio che non è né quello delle onde né quello del cavallo, un altro amico mio ancora, che un giorno lo voleva prendere da sotto, il treno. Diceva adesso lo prendo da sotto, che non se lo aspetta. Lo prendo da sotto, che io mica faccio come tutti, mica entro di lato, io. Che alla fine, se vuoi entrare di lato devi sgomitare, e fare a pugni con i secchioni che lo aspettano da ore, che vanno là la mattina presto apposta per prendersi i primi posti, le prime file, ‘sti bastardi. Io, diceva, lo prendo da sotto, che mi sembra pure il suo punto debole, meno corazzato, diciamo, sembra. Allora adesso quell’amico mio mica lo so dov’è finito. Quell’amico mio, mica lo so. Però da sotto mi sa che non ha funzionato, se no me lo avrebbe detto. Mi avrebbe scritto almeno una cartolina da un posto qualunque purché lontanissimo. Mi avrebbe scritto per dirmelo, che pure se voleva conservare il segreto, eravamo buoni amici, noi. Se da sotto funzionava, a me lo avrebbe detto di certo.)
Ma poi, pure, oltre alle condizioni, oltre a quelle condizioni lì, c’è da pensare al resto, pure. Che altrimenti si rischia di fossilizzarsi in una specie di sopravvivenza sempre uguale a se stessa. Una specie di stato perpetuo fatto solo di possibilità a venire, di bivi trivi e quatrivi di fronte ai quali restiamo interdetti e pensosi. Allora questo stato di perplessità, di opportunità inespresse, questo ben di dio potenzialmente nostro, in qualche modo ce lo dobbiamo prendere, ce lo dobbiamo godere e trastullare, che non facciamo mica i monaci eremiti e manco viviamo in cima alle montagne.
Quindi ci vuole un piano. Un piano ben studiato, nei dettagli, un piano d’azione. Ma flessibile. Fatto di parti malleabili, intercambiabili, e con lacune evidenti lasciate lì di proposito per dar spazio all’improvvisazione. E non voglio ripetermi, non vorrei. Ma anche qui l’onda, la teoria della ciclicità, che prima o poi ti tocca, ti prende, ti sbatte dove vuole, anche qui, è fondamentale. Che certi si fanno tutti i loro programmini, certi che c’hanno la vita già scritta, che se la portano dietro nel loro organizer. Certi, li vedi poi sconvolti, depressi. Certi che magari non ce l’hanno proprio l’arte d’improvvisare la vita. Non dico tutta, che neanche a me mi riesce bene. Non dico tutta. Ma qualcosa, qualche ora al giorno lasciata al caso, qualche minuto ogni ora, qualche secondo assoluto nel quale ci aspettiamo che tutto accada, senza preavviso. Loro no. Loro le lacune le odiano, non le lasciano apposta. Se se ne accorgono, di qualche passaggio oscuro, lacunoso, lo correggono subito con vergogna. Non sia mai, che mi puoi dire tutto tranne che sono approssimativo, lacunoso. Nonsiamai. Io invece certe lacune ce le lascio a bella posta, che si veda bene che sono intenzionali. Così, qualunque cosa, mica mi preoccupo, io.
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