venerdì 13 luglio 2001

Intanto

Intanto altre cose succedono nella mia vita. Altre cose come che cambio casa e vado a vivere con un gruppetto svitato composto da: italiano di nome Ruben, brasiliano di nome Fabio, giapponese di nome Takashi, francese, sopra citato, francese di nome, lo sapete, Khalid. Perché? Eh, perché dall’altra casa di Clonsilla mi buttano fuori a fine maggio, per carità, come da contratto, però mi trovo nei casini e per fortuna che questo gruppetto scalmanato che ho conosciuto quando andavo a lezione di inglese, che adesso non ci vado più, questo gruppetto c’ha in casa una stanzetta libera, per due, anche se dalle dimensioni non si direbbe. Dal prezzo sì, si direbbe proprio. Allora io mi cerco qualcuno che conosco per dividere la stanza. E trovo proprio lui, Khalid, e non mi dispiace affatto, anzi. E’ un bel tipo, sveglio, furbo, navigato… vent’anni, quasi saggio. E allora andiamo, una mattina col sole, portiamoci dietro la casetta come le chiocce, portiamoci dietro le nostre cose che più andiamo avanti più aumentano di numero e d’ingombro. Istalliamoci, sì, in questa casetta squassata di Rathmines, che sembra caderci addosso, i primi giorni, sembra che non tenga il peso. Poi dopo ti ci abitui. E in questa casa saremmo in quattro, due stanze doppie, saletta, cucina e bagno. Però non si capisce mica alla fine in quanti ci vivono. Alcuni proprio fissi, Fabio uno di questi, altri ci si appoggiano il venerdì e il sabato sera, altri ancora passano per qualche ora con la ragazza, ti chiedono, c’è Ruben? No, è a lavoro, come sempre a quest’ora. Ah… va be’, magari lo aspettiamo in camera sua. Oh, ma guarda che torna tra tre ore! Non c’è problema, noi non ci abbiamo mica fretta. Poi filano svelti in camera e chiudono la porta. Io alzo il volume dello stereo e faccio finta di niente. Eh, che devi fa’, mica puoi dirgli niente. Mi sembra un po’ di tornare indietro nel tempo. Bologna, alcuni anni fa. Via del Borgo 18, casa mia e di tanti altri amici, conoscenti, amici di amici. E citiamo pure Salvatores, una fassa una rassa, mi casa tu casa…. Quei tempi là, insomma, che non sono poi così lontani, e infatti ci metto poco a riprendere il ritmo. Mi piace? Insomma. Poteva andare peggio? Eh, ai voglia! Allora va bene, va bene anche questa.
Poi c’è da dire, così, per onor del vero, che questa Rathmines è una zona niente male proprio. A poco più di uno sputo dal centro. Vicino al lavoro, al mio, s’intende, non al vostro che non lo so mica dove lavorate, voi. Molto mooolto interessante, viva, colorata. Multirazziale, e spenderei qualche parola al riguardo. Ci sono zone a Dublino dove vivono i dublinesi, questo è ovvio. Ci sono zone dove i colori dei capelli sono quelli, sfumati più sul rosso, più sul biondo, sul rado a volte. Le pelli bianche, lentigginose, un po’ flaccide di chi beve birra e mangia patatine fritte. Ci sono zone che non c’è molto da dire, o forse sì, ma insomma, ci sono altre zone che sono tutta un’altra cosa. Altre zone, come Rathmines, tutta un’altra cosa. Cinesi giapponesi coreani tailandesi malesiani. Europei va be’ di tutte le parti. Poi indiani, pakistani, poi africani dell’Africa tutta, poi sudamericani, poi incrociati mezzi europei mezzi marocchini mezzi chissà che. E questa è Rathmines. Col take away cinese, indiano, arabo. Col ristorante italiano. Con le case rotte e quelle aggiustate, le strade affollate, i locali traboccanti, le fermate degli autobus piene di numeri diversi, tanti, per tutte le direzioni. Il supermercato discunt, la libreria di libri usati che vende anche i dischi usati e altre cose, purché usate. Questa è Rathmines ed è un sollievo, un bel giorno di primavera, una festa di carnevale, è una ventata di aria fresca e odorosa di fritti e kebab, hascish e monossido di carbonio. Rathmines non ce n’è un’altra, a Dublino, almeno.
Allora dicevo che vado a vivere con questo clan sgangherato e cosmopolita. Vado a vivere a Rathmines con questi giovani avventurieri, azzeccati in modo strano, con un codice tutto particolare che comincio ad assimilare dopo alcuni giorni. Un codice, per esempio, che ti fa dire, certe volte, a qualcuno, ti fa dire callate tio! Per dirgli stai zitto, e si usa lo spagnolo e solo quello, non lo so mica perché. Poi per dire che una ragazza ti eccita si dice bochi, così suona almeno, che sarebbe l’aggettivo giapponese che descrive l’organo riproduttivo maschile in posizione eretta, pronto per, insomma. Tua sorella, in italiano, si dice quando qualcuno ti prende in giro. Puoi anche sostituirlo con tua madre, tua zia o tua nonna, ma l’effetto ne risente. Comunque, inglese stentato, sempre.
Poi, dopo un po’ di tempo, quasi un mese, con questo gruppetto ci si sposta in un altro appartamento del quartiere. Peggio, molto peggio. Una cucina all’americana, come si dice, un bagnetto striminzito, una stanza con un letto matrimoniale in un angolo ed un lettino proprio sotto ad una grande finestra. Ci dormiamo in quattro. C’è un letto in meno. Takashi si offre di dormire per terra, pur di non dover dividere il lettone con Ruben, noto per il suo sonno agitato e rumoroso. Io… dormo con Ruben. Questa è una situazione comunque di passaggio, temporanea, solo di un paio di settimane. Perché poi Fabio parte con Takashi, io prendo l’appartamento di fronte, uguale per metratura e stato delle cose, Ruben resta fermo, libero finalmente di russare a più non posso, senza dover subire angherie varie dai suoi compagni di stanza.
E, quindi, siamo circa a metà luglio. Alla fine, dopo tanto navigare, avvistiamo terra. Cioè trovo questa casetta piccolina, che qui la chiamano studio. Trovo questo studio, una specie di monolocale con cucina e bagno, che lo prendo a scatola chiusa, come si dice, lo affitto senza averlo ancora visto. E lo so, lo so che è sbagliato ed è una cosa che è meglio non fare, ma insomma la faccio, la faccio lo stesso. Tanto peggio non può andare! Poi vedo la casa, un giorno, finalmente, che arrivano le chiavi non so bene da dove, non so bene come, fatto sta che Fabio me le lascia proprio affianco al letto una mattina, mi dà una voce, mi dice oh, sono arrivate le chiavi, del tuo studio, dice, non è un sogno eh, oh, sveglia! E io allora salto dal letto e mi precipito, infilo la chiave nella porta del mio studio, la serratura e un po’ duretta, ma va, penso che ci vorrà un po’ d’olio, e memorizzo. Entro. Un casino. Un gran bordello. Sedia squassate, materassi per terra, sozzerie varie un po’ dappertutto. Poi il bagno fa proprio schifo e non ve lo sto neanche a descrivere, che magari leggete che avete appena finito di mangiare, insomma meglio non rovinare al prossimo una buona digestione. Comunque niente, richiudo la porta, devo andare a lavorare nel giro di un paio d’ore. Non c’è tempo per nulla, adesso.
Il giorno dopo sono off, come si dice qui per dire che non sei on, cioè che c’hai il giorno libero e non lavori. Allora sono off, il giorno dopo. Un grande giorno che mi sveglio e faccio un bel saluto al sole, approssimativo, personalizzato, che le mosse non le so tutte, ma mi serve, mi carica, mi accende di energia positiva. Bevo un bel caffè, fumo una sigaretta e caco. Importante cominciare una grossa giornata, un big day, con questi tre fondamentali movimenti. Poi, così, pieno di buoni propositi e ottimismo, infilo di nuovo la chiave nella toppa, è duretta, penso, ci vorrà un po’ d’olio, penso, già mi suona questa, penso. Entro per la seconda volta. Cerco di guardare oltre, con un occhio a quello che c’è ed un altro al futuro, alle potenzialità, come si suol dire. Provo tutti gli interruttori… si! Poi faccio il giro degli elettrodomestici, non tanti, frigo, fornelli, scaldabagno… e vai! Poi tocca alle finestre… non c’è male! Moquette… solo un buco grosso e qualche altro di sigaretta che non si vede! Insomma faccio questa perlustrazione preliminare, badando alla struttura della cosa, della casa, insomma. E c’è. Non sembra ma c’è. Poi via di corsa al supermercato a svuotare il reparto detersivi. Si comincia!
E fu così che passai un lungo giorno chiuso in casa. Un lungo grande giorno, di quelli che guardi al futuro, che pensi al dopo, insomma. E poi, alla sera, già dormivo nella mia stanza. Cucina e bagno no, cucina e bagno ci sarebbero voluti altri due day off, un’altra settimana, approssimativamente.

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