giovedì 26 luglio 2001

Irish summer



Siamo arrivati così, senza neanche accorgercene, senza sentirlo il tempo che ci è scivolato addosso, siamo arrivati alla fine di luglio, alla fine dell’inizio di un’estate tenue, tiepida, primaverile. Irish summer, cioè poca, precaria, a fasi alterne di luci ed ombre, soli che giocano a nascondersi dietro nuvole pesanti di pioggia. Ti pare estate, questa? Ti pare che io devo stare qua a prender freddo, eh, e tutti gli amici allungati sulle spiagge di Capocotta, a fumarsi cannoni e asciugare le ossa? Ma guarda te!
Comunque. Dicevo. Non lo senti il tempo scivolarti addosso. Tranne poi, un giorno qualche giorno fa, un giorno che uno ti chiede oh, ma te da quanto tempo sei qui? E tu dici due mesi, dici, poi ci pensi e dici, no, tre, oh, cazzo, tre mesi! E sei sorpreso, sei stupito, ci rimani quasi male. E pensi che è già finito un altro luglio, è già finito l’inizio di un’altra estate, anche se non sembra proprio estate. E allora sono giorni, dopo quel giorno, sono giorni che la terra scotta sotto i piedi, che hai voglia di mandare tutti a cacare, andare al mare, andare a ballare la sera, ubriacarti, ridere con gli sconosciuti, mangiare un gelato di domenica pomeriggio. Da Tony magari, che lo fa buono. E a lavorare non ti va più di andarci. E a casa non ci vuoi stare. E non lo sai mica dove andare a sbattere. E ti fai domande che non trovano risposte, e lo sai. Ti fai domande tipo che ci faccio io, qui, dove andrò dopo, dopo quando, perché, eccetera eccetera, girando tutto intorno ad un nodo, girando intorno a un groviglio che c’hai in testa e dentro, in petto e nello stomaco gonfio, un groviglio che sei te e tutte le strade che hai preso e poi lasciato e ripreso e rilasciato e messo da parte ma poi ci ripensi…
Ed è tutto qua. Ma non è poco.
Allora ci sfoghiamo, tutto insieme, ci facciamo un po’ male per star meglio dopo. Andiamo a delle feste, che sono proprio belle feste con tutta una fauna interessante e rara, andiamo portandoci dietro una bottiglia di Bacardi da un litro. E la cocacola. Arriviamo, salutiamo tutti, andiamo diretti in cucina, ci versiamo il primo, forte, tanto è il primo. Nascondiamo la bottiglia nella lavatrice, che già l’abbiamo vista la penuria che c’è in giro, nascondiamo la boccia e tracanniamo, veloci, senza pensare. E poi riapri la lavatrice, rifai, ribevi, richiudi. E poi ancora e ancora e alla fine non lo sai come è finita, che non ti ricordi. Qualcuno ti ha detto qualcosa, ma te non ti ricordi, mica lo sai se è attendibile. Sembra che tu sia finito a dormire in una stanza dove le coppiette fresche si davano il cambio, e facevano tutto con un occhio al dormiente ché non si svegliasse per andare a fare la pipì. Sembra, ma io, come dicevo, non lo so mica.
Poi certi giorni di quest’estate poca, certi giorni passano e ne vengono altri. Ché tutte quelle domande, tutti gli ingorghi, le code al casello, tutte trovano lentamente una sistemazione temporanea nella tua testa. Poi una alla volta, gentili, si illuminano di una luce nuova, e le cose brutte diventano belle o così così, ma insomma va meglio, andiamo meglio, per forza. E usciamo di pomeriggio, uno di quei pomeriggi fortunati perché il sole si fa vedere, usciamo con Piero a farci una birretta, a dirci oh, ma lo sai che sto qua da tre mesi, mica due, oh, e riderci sopra. Poi confidare alcuni dei dubbi sopracitati, comunicare ansia e voglia di fare, cambiare ancora, trovare. Ottenere comprensione, condivisione, sostegno. Lo sapevo!
Ed esce fuori una bella storia, un bel viaggio che magari può diventare reale, chissà, comunque l’idea c’è, ed è buona, mi sa. E nasce proprio da quest’ansia che ci mette addosso quest’estate scarsa, che ti dà come l’impressione di perdere qualcosa per sempre. E io sono stanco di lavorare nove ore al giorno in un ristorante, farmi il culo, correre, per sei pound l’ora. E vorrei qualcosa di mio, qualcosa che mi appassioni. E questo entra in perfetta sincronia con una delle solite idee strampalate di Piero. Facciamo una scuola. Una scuola di lingue, qua, a Dublino. Una specie di centro di lingue e culture straniere. Un nuovo trend per l’Irlanda, che potrebbe imbroccare la via, potrebbe. Perché poi l’analisi è questa: qui ci sono un sacco di stranieri, adesso. Ma tanti, eh, e questi irlandesi non capiscono un cazzo quando li sentono parlare. Poi vanno al ristorante italiano e dicono bruscett, caapcin, poi vanno in vacanza in Spagna e si rinchiudono nei villaggi turistici che sono come colonie inglesi ai tempi delle colonizzazioni. E insomma, adesso che Dublino è così cosmopolita, adesso pure i dublinesi avranno voglia di aprirsi un po’ la mente e sciogliersi la lingua. E questa è l’analisi. Buona, mi sembra. Poi il progetto. Il progetto è una scuola, ma non solo. Un centro culturale, ma non solo. Una biblioteca internazionale, ma non solo. Un luogo tranquillo dove leggere, incontrare persone, ascoltare musica dal mondo, zuccherare un caffè a piacimento, o farsi su una sigaretta col Drum, ma non solo. E’, soprattutto, un trend che infiammerà Dublino, che farà impazzire le donne e gli uomini di questa città, che stabilirà un nuovo primato nell’organizzazione del tempo libero dei nuovi ricchi dublinesi, imparare lingue, imparare a fare la pasta al dente, affacciarsi al mondo che c’è al di là del mare. E’ un marchio che apparirà inesorabilmente su dischi di musica etnica, su libri di grammatica francese, su agende e rubriche telefoniche. Altisonante? Pretenzioso? Eh, lo so, eeeeh. Ma ci vuole, certe volte che hai bisogno di credere in qualcosa, ci vuole.
Ma poi quest’estate irish non finisce così, ché tutto cambia un giorno. Un giorno che viene qua Serena, a trovarmi per tre settimane. E Serena è la mia ragazza, che lo so che non l’avevo ancora mai nominata… che devo dire… eppure c’è. L’ho tenuta nascosta come un piccolo segreto. Pure io, come tutti, c’ho qualche piccolo segreto che tengo nascosto. L’ho nascosta, ed è stato facile, perché lei qui non c’era, fino a poco prima di arrivare, un bel giorno di nuvole leggere, un bel giorno qui a Dublino, a dirmi ciao pisello mio, che mi chiama così, pisello mio, ciao, sono arrivata!

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