Poi, dopo che Serena va via, dopo che mi ci ero abituato, che è la cosa peggiore, abituarsi a qualcosa di piacevole e precario, dopo che lei se ne va, tornano a farmi compagnia i fantasmi assopiti dei miei anni, più di venti e meno di trenta, che è un’età difficile, penso, più di certe età difficili per definizione, come l’età Adolescenza, che io invece l’ho vissuta con un certo equilibrio che non mi posso proprio lamentare.
Che un sacco di persone l’adolescenza le ha divorate subito, come dice Guccini, le ha divorate tutte o in parte, ma insomma tanto da lasciargli bei segni visibili, che li vedi e dici, questi li ha divorati l’adolescenza. E infatti adesso non c’hanno mica tutti i problemi che c’ho io, loro, che hanno fatto già la loro gavetta, hanno dato, a tempo debito, e mo’, tra i venti e i trenta, come passeggiare sui prati in fiore, mica carboni ardenti come quelli dove cammino io.
Allora c’ho i piedi bruciacchiati, un po’ ovunque, c’ho le piante dei piedi piene di scottature e piaghe e non posso farci niente, che non trovo mica una pozza d’acqua fresca dove immergerli, non trovo. La mia tecnica adesso, che l’ho sviluppata in pochi minuti, non appena mi sono accorto che la terra scottava sotto i piedi, di nuovo, la mia tecnica è quella antica e semplice e raffinata del saltello. Tecnica del saltello, non calcare mai il piede, subito sostituirlo con l’altro fresco, cercare sollievo alternato, concentrandosi sempre sul piede momentaneamente a riposo, godere dell’istante, non far caso all’odore di bruciato che emana quell’altro. Saltellare, dissociare, lievitare, annullare le contraddizioni, cercare l’estasi di un secondo, saltellare ancora.
I fantasmi con i quali combatto. Paura di essere inconcludente. Questo è uno. Paura di deludere le mie aspettative. Ma, pure, di deludere quelle degli altri. Che i mie amici di Roma, quando li sento, ogni tanto, mi dicono oh, ma che ci stai a fare a Dublino, a fare il cameriere, che poi ti si gonfiano i piedi e ti fan male le braccia. Ma che ci stai a fare, a Lu’?! E io dico che è un periodo limitato, dico che sto qua per imparare l’inglese, per fare un’esperienza diversa, ed è vero, in parte. E loro mi dicono, oh, non fare cazzate frate’, non fare cazzate che te dovevi scrivere un libro, dovevi fare i dottorati, dovevi diventare un bravo professore che poi i miei figli li mandavo a studiare da te, li mandavo. E a me allora mi viene un senso di nostalgia e ribellione, misto, ambiguo, che non capisco se significa levatele proprio queste idee dalla testa, oppure, forse, è ora che ricominci a pensare a te, ai tuoi sogni, al tuo futuro. Perché è, come dicevo, un senso di nostalgia, come per qualcosa ormai persa, e allo stesso tempo di ribellione a questa nostalgia.
Penso allora che tutto è ancora da fare. Che i miei anni non sono pochi, ma manco tantissimi, no? Penso che c’è da rimboccarsi le maniche, scegliere una prospettiva, farsi una specie di piano, ci risiamo, piano nel quale far rientrare questa mia esperienza come qualcosa di positivo, di propedeutico, di preparatorio.
Un giorno, sto in macchina con Piero, andiamo verso le campagne sconfinate irlandesi. Ascoltiamo Rino Gaetano. Parliamo a voce alta della vita così come ci si presenta, così come ci è stata offerta, così come ci è sfuggita di mano. Parliamo e cerchiamo di farci forza, di intravedere squarci di sole tropicale nell’inverno scandinavo che ci sovrasta. Piero, dico, ma dove vado, dove andiamo, quando ci arriviamo? Piero rispondimi qualcosa di bello e promettente, e fammi crogiolare nelle tue parole incoraggianti, dai, non mi deludere ‘sta volta, che ne ho bisogno proprio. Piero lo vedo che si sforza proprio. Lo vedo che una vena gli si gonfia sulla fronte, che significa Lu’, ce la sto mettendo tutta, poi sento il suo corpo fremere, le labbra le vedo tremanti accennare a qualcosa. Poi tace. Poi, di nuovo, sento che sta partorendo qualche visionaria visione delle cose… dice, tu, amico mio, tu non lo sai. Ma da questa esperienza, che già in quanto tale ha valore positivo, da questa esperienza stai distillando, a piccole gocce, lentamente, ma inesorabilmente pure, stai distillando senso profondo. Conoscenza del mondo e delle sue forze. La tua è una discesa agli inferi della vita, per capirla, per essere in grado di goderla tutta, di assaporarla in ogni sua contraddittoria manifestazione. Dante mio, non disperare, no. Che la commedia è tutta qua, sotto i tuoi occhi!
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