venerdì 7 settembre 2001

Nel mezzo del cammino di nostra vita


Mi ritrovo qua, tra i venti e i trenta, che la retta via non lo so proprio se è questa, non lo so. E ‘sta selva fitta che ci si vede poco o niente, mi pare che diceva, che era scura, proprio, poi già gli altri versi non li so. Ma bastano, questi, a darmi il senso tragico di una commedia poco divertente, amara, che l’ironia è tutta nella sorte cieca che la conduce. E non fa ridere, non fa. Per niente proprio.
E comunque è una commedia. Fai buon viso a cattivo gioco, stai allo scherzo, pure se è di cattivo gusto. Stai allo scherzo, che non sia mai poi ti dicono che non ci sai stare, te, agli scherzi.
Allora ci provo a fare questo famoso buon viso. Provo le facce davanti allo specchio. Provo a darmi dei pizzichi forti e a sorridere, come se niente fosse. Mi viene bene allo specchio, penso. Metto in ordine la stanza? Si, la metto a posto. Che dà come l’idea che la mia vita scorra consapevole e determinata, come ogni libro rivista disco chicchero porta penne che adesso, nell’ordine che regna sovrano, sta là a dire con consapevole determinazione “questo è il mio posto!”. Poi tiro sulla poltrona un paio di calzini sporchi. Lì lascio là, in bella vista, che diano come un senso di casualità, di trascuratezza, di sbadataggine. Così, perché la cosa non sembri troppo studiata, fatta apposta, diciamo.
Poi provo a mettere ordine nella mia vita. Ma da dove comincio? Comincio, per esempio, dal fatto che mi sto rendendo conto, quasi, che mi prendo in giro da solo, delle volte. Che mi metto in testa delle idee, bellissime peraltro, me le metto in testa per giorni e giorni e giorni e poi, così all’improvviso, mi stanco di avercele sempre tra le palle. Idee belle proprio, eh, ma che ci posso fare. Il problema è che le divoro, le strizzo, le succhio fino a quando non hanno più niente da offrire se non noia. Allora le butto via. O le metto in una specie di dimenticatoio, alcune, le migliori, da dove le tiro fuori una volta all’anno, due al massimo, le guardo bene, gli giro intorno, gli do una lustratina, poi le rinfilo dentro e buonanotte. Eeeeh, già. Questa è una delle mie debolezze maggiori. Sono incostante. E lavoro troppo di fantasia. E come se non bastasse, come se non fosse già abbastanza deprimente così, io di questi viaggi da fermo che faccio ogni volta, di queste immagini che la mia mente proietta e definisce e arricchisce ogni volta, io di questo mi appago. Ecco la chiave, il nocciolo del problema. Perché, se così non fosse, sarebbe diverso. Lapalissiano, lo so.
Vogliamo per esempio parlare, così a caso, di quando ero deciso a diventare un grande concertista di chitarra classica, ma grande proprio, uno dei migliori al mondo? Oppure vogliamo dire di quando poi, abbandonata la chitarra classica, strumento ormai superato dalle nuove tecnologie, inadatto a esprimere il nostro tempo, comprai un bellissimo basso elettrico di seconda mano, col quale avrei potuto finalmente realizzare le mie artistiche tensioni e vedute e interpretazioni, e che ancora giace, inutilizzato, in un armadio pieno di altri terribili audaci mezzi della mia emancipazione? E certo che la musica mi sa che non era il ramo giusto. Errori di ramo, come disse il passeretto al falco predatore appollaiato al suo fianco. Allora mi ci voleva una cosa diversa. Decisi di essere tagliato definitivamente per gli alti studi umanistici. Università, poi la tesi che volevo pubblicare, poi i dottorati da vincere e già la mia mente andava in là, verso aule gremite di studenti entusiasti di ascoltare le mie ultime riflessioni intorno alle crisi cicliche di sovrapproduzione del capitalismo allo stadio attuale del suo sviluppo. Oppure certe lezioni sull’impossibilità dell’oggettività negli studi storici mi immaginavo, pure. Ma poi, sul più bello, ecco che decido d’un tratto che la vita del cattedratico è per me troppo sedentaria. E parliamo pure un po’ di tutte le mafie e camurrie che in quell’ambiente bisogna come minimo tollerare… no. Non per me, dissi. Non per quest’animo donchisciottesco che mi ritrovo. Allora all’avventura, partiamo miei prodi verso l’isola sconosciuta, andiamocene un po’ a mettere alla prova noi stessi nel mondo reale, fuori dalle accademie, fuori dalle strade note e tediose della borghese mediocrità. Andiamocene a sbattere i denti contro i muri spessi dell’emigrazione, del lavoro non qualificato, dell’affitto da pagare. Rompiamolo questo barattolo nel quale siamo nati e cresciuti e vissuti fino a troppi anni, troviamolo il coraggio di vedere fuori com’è, di vedere le cose senza quel vetro in mezzo.
Ed eccomi qua. Così, più o meno, mi ci sono ritrovato in questa selva oscura. Non per caso, non per forze maggiori e incontrastabili. Ma proprio, a ben vedere, per la mia lampante totale incapacità nel decidere ciò che a me più conviene. Ecco. Mi sta bene.
Allora quel promettente ragazzo, quello, vi ricordate, quello che pareva uno che nella vita grandi cose, che nella vita sempre guardare avanti, che nella vita si sarebbe poi parlato di lui. Ve lo ricordate, quello là? Embè, che fine ha fatto? M’han detto, gente che conosco, m’han detto che s’è perso per strada, che non sa più mica che pesci pescare, non sa. Dice che adesso è finito in un limbo di anime così così, dove tutti si arrabattano e si arrangiano e ci provano ancora ad essere felici. Ma quasi mai, dice, quasi mai.

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