Come dicevo, un bel giorno di nuvole leggere, nel senso di bianche e veloci, vado all’aeroporto a prenderla. E non sto nella pelle, ho voglia di vederla, non posso negarlo. Prima però do una sistemata alla casa, ché io sono fatto così. Io sono di luglio, sono del cancro, e alla casa ci tengo. E’ come una parte di me. Se è in disordine non è un buon segno. Se è troppo in ordine nemmeno. Comunque gli do un’aggiustatina, una pulita generale, la profumo un po’ con qualche incenso dall’odore troppo chimico, faccio la spesa, immancabile il succo di pera, un po’ di gelato, qualche biscotto per la colazione. Poi mi metto la maglia blu delle grandi occasioni, che non è niente di speciale, solo una maglia di cotone blu scura, un po’ slavata ormai, a maniche lunghe. La uso nelle occasioni importanti come questa, e anche quando ne sento il bisogno, se per esempio sono un po’ giù di corda, se mi sento solo, se non mi ritrovo.
Penso che dovrei portarle qualcosa. I fiori… boh. Magari un bel palloncino colorato. Magari una stecca di cioccolata fondente, magari. E vedo gli altri, ad aspettare i loro cari, li vedo con un sacco di cose banali. Ma non mi viene in mente niente di diverso. Poi vedo della gente con dei cartelli che dicono mr. Kelly, mr. Fizgerald, mr. tal dei tali. Ci penso, non sarebbe male, no. Un bel cartello, che ci metto signorina Zuccheri, ci disegno un cuoricino rosso al lato, ci faccio pure le cornici colorate… ma è troppo tardi. E non c’ho il cartoncino, non c’ho i pennarelli, non c’ho un cazzo, come al solito, mai che le cose le faccia bene fino alla fine, mai. Va be’, a Sere’ la prossima volta, la prossima volta pure coi fiori e i palloncini e una bella stecca di cioccolata, pure.
Comunque arriva, magra magra come sempre, abbronzata che mi fa un po’ invidia, ansiosa come me. E mi vede, e sembra che non faccia caso alle mie mani vuote, per fortuna, mi vede e mi corre incontro sballottando la valigia grande, mezza piena di cose mie, che gliele avevo commissionate qualche giorno prima per telefono.
Piseeeeello! Lo sapevo. Mi chiama così. Piseeeeello mio, finalmente, mi dice, e mi abbraccia e insomma pure io, naturalmente. La scena ve la immaginate ché tutti abbiamo avuto un’esperienza di questo tipo, una volta almeno nella vita. Solo che io, appunto, proprio per questo, mi imbarazzo sempre un po’ in momenti del genere. Sto al gioco, naturalmente, ma mica così a mio agio. C’ho fretta di uscire da quel posto, uscire dal copione, dalla cartolina, di abbracciarla davvero, come un abbraccio unico, non scontato, non scritto. E poi lo so da me che sono imparanoiato, non vi ci mettete pure voi, adesso.
Serena, che bello averla qua con me! Che dà tutto un tocco particolare suo alle cose. Tutto un tocco di colore, ché fa splendere la mia casetta di Rathmines, fa splendere. E allora la mia vita in parte cambia. Sono contento di alzarmi la mattina e sono contento di andare a letto la sera. Poi sono pure abbastanza contento di come vanno le cose durante la giornata. E pure a lavorare ci vado, ma non mi pesa tanto. Che poi, quando torno a casa, c’è lei che si improvvisa mogliettina premurosa e le riesce anche bene. E mi riscalda un piatto di pasta, mi ascolta mentre io mi sfogo se qualcosa non è andato per il verso giusto, mi propone cose da fare per il giorno dopo. Che banalità, eh… Eppure è così, la felicità. Una cosa banale. Una cosa che non ci vorrebbe mica niente.
Sento Maxi, per telefono, gli dico sono felice, ma non per molto. Lui che è saggio come pochi, come certe querce secolari, ma a differenza di queste parla e ascolta, lui mi dice, secondo me… comunque vada dura poco, poi ti stanchi. Magari adesso ti senti bene con lei, pensi che sia tutto perfetto, ma, magari, è solo perché sai che tra poche settimane parte. C’hai l’alibi, non pensi al dopo, non ti preoccupa. Allora non ti senti stretto in nessuna morsa, non sei incastrato da forze contrastanti. Sei lì, col tuo bel presente senza futuri da definire. Allora sei felice. Ma non ti metti in gioco… eheheh! Sei felice, ma c’hai l’alibi. Non rischi niente. Comunque frate’, dice, pure così vale lo stesso. Pure così, goditela finché puoi.
Certi miei amici non li capisco subito. Certi miei amici, come Maxi, ci metto un po’ a decifrarli. Come certe querce secolari, si fa fatica.
Colgo solo l’ultima parte del discorso. Quella bella e positiva che dice goditela finché puoi. Colgo quella, che mi sembra la più interessante e chiara, e anche la più propositiva, ché c’ho bisogno di mettere in pratica io, c’ho bisogno di indicazioni nette, mica riflessioni troppo profonde. Allora dico parole sante, Maxi mio, parole sante. Queste ultime soprattutto, dico, grazie, eh, stammi bene, ci risentiamo. Ciao.
Allora io e Serena ce ne andiamo alle Aran Islands, non appena c’ho due giorni liberi più uno di malattia, ce ne andiamo alle Aran che è un posto magnifico, a dire di tutti quelli che ci sono stati. Si tratta, per dare anche qualche indicazione di viaggio, si tratta di un grappolo di isolette, tre, proprio davanti a Galway, sulla costa occidentale. Quindi prendiamo un bell’autobus di linea che taglia in due il paese, fino alla costa opposta, poi un piccolo traghetto per le Aran. Arriviamo di sera nell’isola più grande, Inish More, e cerchiamo subito un ostello, un B&B o qualunque altro posto dove passare la notte. Ma è alta stagione e l’isola trabocca di turisti. Ci viene un po’ la strizza di non trovare nulla e piove e fa freddo e i traghetti per tornare a Galway non salpano più fino al giorno dopo. E ci elettrizza anche un po’ l’idea, quanto basta per farci correre sotto la pioggia da un posto all’altro. Poi, dopo un’oretta, la faccenda è risolta. Niente paura, per 17 pounds a testa vi do riparo io nella mia umile dimora, dice sorniona l’isolana. Diciassette puonds, oh, faccio io attaccato ai soldi come non mai, che mi stupisco di me e un po’ me ne vergogno, per certi retaggi di un’epoca squattrinata e felice e fricchettona del mio recente passato studentesco. E lei dice che è un prezzo dignitoso e io faccio si con la testa, come per scusarmi, e intanto penso che in effetti è più che dignitoso per lei e per la sua più che dignitosa esistenza. Ma tant’è, si prende quella stanza che è l’ultima dell’isola e a vederla sotto questo aspetto non ci è costata neanche troppo cara.
E’ che io non ci sono mica abituato a spendere soldi tutti insieme. Io soldi tutti insieme ne ho visti pochi. Certe volte per pagare la retta universitaria. Certe volte per pagare lo strozzino del mio dentista. Ma poi, per il resto, sempre centellinati. E una stanza d’albergo l’ho pagata solo una volta, in Messico, a un prezzo che è l’equivalente di due pacchetti di sigarette qui in Irlanda. Per il resto solo campeggi e ostelli e stazioni ferroviarie e parchi e case di amici, quando andava bene.
Ed è un bellissimo giorno di luglio sull’isola. Un bellissimo giorno di luglio tiepido, come no, ma col sole forte che scalda e scotta la pelle. E lo prendiamo fin dal mattino presto che ci alziamo, facciamo colazione, ci incamminiamo per le strade strette e tortuose e inadatte alle macchinone degli indigeni arricchiti. Allora ci appiattiamo lungo i muretti di pietra ruvida che accompagnano e definiscono ogni strada di questo luogo così corroso dal tempo e così poco scalfito dalla modernità, strano e arcaico e mistico e turistico e commerciale e intatto e incrinato e tutto quello che vuoi tu.
Ed io, infatti, ci rivedo un’isola di tanti anni fa, forse sognata, forse vissuta, uguale e diversa. Con certi amici ci stavo. Era inverno, dalle scogliere guardavamo giù con la paura e l’attrazione che un bambino prova per il fuoco, un adolescente per il sesso. Noi che toccavamo il vento forte, volavamo tra le nuvole pesanti di pioggia, sprofondavamo nell’erba soffice e verde e poi a tuffarci con la mente tra le onde immense e terribili che si schiantavano sulle rocce immobili. E pensieri di morte lieve, di vita senza contorni, del tutto che ci abbiamo dentro e del tutto nel quale ci riversiamo. E lacrime di gioia e consapevolezza, abbracci, sentirsi come formiche schiacciate nelle rughe della terra secca, soffioni spettinati dalla brezza fresca. Poi non capire più se è reale, se è un sogno, se è una canzone di una radio lontana, che non capisci le parole ma ti piace lo stesso.
Allora mi commuovo tante volte, mi asciugo gli occhi umidi, guardo Serena e so che è lei, a farmi piangere e ridere e sentire ogni emozione emergere, amplificata, dal fondo ovattato nel quale solitamente la rinchiudo. Penso a quello che mi ha detto Maxi. Penso che non è vero. Non ho alibi, adesso. Non ho più alibi dietro i quali nascondermi. Sono così, come lei mi vede. Dico cose belle e brutte, cose giuste e ingiuste. Sono così. Le sensazioni non le trattengo. Mi vengono fuori umide, dalla pancia, dallo stomaco, non lo so da dove. Come un vecchio schiacciato dagli anni e dalle storie e dai dolori e dalle gioie. Come un vecchio col suo nipotino. Che lo guarda. E sorride. E si bagna gli occhi. E in quello sguardo c’è troppa vita e non ci sono parole né gesti. C’è il senso, forse, di quella fine e di quell’inizio. Ma non ci sono parole per dirlo. Solo commozione, che sgorga violenta e inarrestabile.
Quel vecchio io lo conosco. Mi teneva in braccio da piccolo. Mi insegnava le cose col tono serio dell’insegnante all’allievo, ma non così formale, no. E quelle cose, quelle che diceva, non me le ricordo più, cazzo, nemmeno mezza. Si sono perse per sempre, adesso. Poi certe volte, poche, rare, che capisci col cuore e con la pelle, come questa volta qua con Serena, certe volte che parli e parli e poi non dici più niente e la comunicazione che c’era continua lo stesso, vibra nell’aria, nello spazio tra i corpi, certe volte mi ritorna in mente lui, mi ricordo della sua faccia, esplodere di infinita tristezza e gioia.
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