giovedì 27 settembre 2001

Combaciamenti.2

Ciao Piero, ciao. Eh… sto bene, cioè, insomma, un po’ rintronato, sai com’è certe volte, che ti credi ancora un ragazzetto, poi torni a casa, che ti fa male sapere che è giorno, poi torni che ti farebbe bene dormire un po’, poi chiami che stai male e non puoi mica lavorare, in quelle condizioni lì, no? Poi ti licenziano.
Eh, cazzo di budda, tua nonna in carriola. Lascia stare, non ci posso credere manco io. Te lo giuro, oh, TE LO GGIURO! E va be’, allora non ci crede’.
Però, poi, come certe volte accade, certe volte che le viscere gridano più forte della materia grigia e razionale, come certe volte che non te lo aspetti, mi sale su da sotto i piedi e dallo stomaco, dalle estremità tute del mio corpo, quelle martoriate e trascurate, quelle che quasi mai hanno voce in capitolo, insomma, mi sale su una sensazione di piacere liberatorio, di godimento infinito, mi sento libero come un fringuello, un uccel di bosco, uno scoiattolino, un’ape operaia che ha perso la via di casa. Non ci penso mica che non ho più il lavoro e con esso soldi e posizione stabile nella gerarchia sociale. Non ci penso mica a come farò a pagare l’affitto e il da mangiare, e il da bere e divertirmi con gli amici. Penso solo a domani, che comunque non è oggi, penso a domani che a lavorare non ci devo andare. E me ne posso restare a casa a farmi un pediluvio, a farmi una dormita pomeridiana, a scrivere le lettere agli amici miei. E pure, se voglio, ma solo se proprio lo voglio io, me ne posso pure uscire a fare le foto, a passeggiare sotto il sole tiepido o la pioggia più probabile, a guardarmi intorno e dire, oh, Dubli’, non ce lo sapevo che eri così bella, che mi sembri Lugano prima della cacciata degli anarchici, mi sembri. Dubli’, io t’ho scoperta stamattina! E poi attacco, oggi me sembra che, er tempo se sia fermato qui… e gliela canto tutta, gliela dedico, quella bella canzone della città mia, che è un onore grosso ma se l’è meritato, ‘sta volta qua.
Comunque. Sono al telefono che parlo con Piero, questo grande amico mio. Che mi dice fai questo, fai quello, questo invece non lo fare, meglio lasciar perdere. E io sempre gli do retta, oh! Sempre. Che lui c’ha un grosso intuito, secondo me. C’ha un grosso sesto senso, di quelli che ti aiutano a sapere dove andare, come andare, quando andare. Di quelli che l’onda la sentono a miglia di distanza. Sentono certe vibrazioni nelle ossa, sulla pelle, non lo so mica dove. Comunque ci prendono quasi sempre. Allora questo è proprio uno di quei momenti che pendo dalla sua voce. Illuminami, Piero mio, che c’ho un attimo d’oscurità. Ma prima ci metto un po’ a convincerlo che è tutto vero. Che non ci crede. Dice che scherzo, come sempre, dice. E io fisso le mie scarpe belle, tutte riparate per tornare al lavoro con grinta e determinazione, le fisso là sul pavimento, belle appaiate, e intanto spiego oh, ti dico che non scherzo, ti dico che m’ha fatto fuori, lo stronzo. Proprio così, ci credi adesso?
Alla fine l’ho convinto, Piero, che mi stava facendo incazzare, quasi. Che uno così, che sente le onde col sesto senso, che c’ha la pelle che gli vibra alla minima novità che gira nell’aria, uno così già lo doveva sapere da solo, che io lo chiamavo, facevo pronto, Piero, senti… So già tutto, Luca mio, so già tutto. E io non avrei fatto una piega. Io avrei pensato, Piero, che ragazzo dotato!
E dicevo che ci parlo e fisso le mie scarpe, e un po’ penso ma guarda te, proprio mo’ che ho fatto le camurrie per farmele aggiustare, e un po’ penso meglio così, avete finito di fare quella vitaccia là. E Quel grande amico mio, mentre penso queste cose qui, quel grande faccendiere del compagno mio, mi dice Lu’, ma a ‘sto punto meglio così, no? Eh, Pie’, meglio così… e i soldi, e la posizione che m’ero fatto, il famoso cosiddetto status, dove li mettiamo, bello mio? Poi c’è una specie di pausa. C’è una sorta di break di riflessione. Si vede che le cose che ho detto pesano come macigni, fanno pensare. Poi parlo di nuovo io. Dico, Piero, sai che c’è? Mi sa che c’hai ragione te, meglio così. Mi so’ levato da quell’imbuto che mi stava risucchiando proprio. Meglio così, Piero mio.
Bravo, mi fa lui. Hai capito, dice. Ti chiamo domani, in culo alla balena, ciao.
Eh?

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