Insomma adesso basta. Basta piangere e nascondersi e autocommiserarsi. I nemici sono ovunque. I nemici sono a volte persone, a volte situazioni. A volte i nemici sono cose. A volte grandi. A volte piccole. A volte non li vedi e sono lì davanti. A volte sono sistemi complessi che è difficile persino comprendere, persino capire che di sistemi si tratta.
A volte ci alleiamo con loro, ingenuamente.
Come ogni giorno vado, alla mia ora solita, tra le quattro e le cinque, come ogni giorno a lavorare. Come ogni giorno, alla mia ora solita, tra le due e le tre, come ogni giorno stacco dal lavoro. Come ogni giorno, tra le quattro e le tre, ora più ora meno, come ogni giorno lavoro. Tranne certi giorni di riposo, che non lavoro. Come ogni giorno, tranne certi giorni, come ogni fottutissimo giorno tra le quattro e le tre, non ce la posso fare.
Ho rotto le scarpe che avevo ricevuto in regalo per la laurea. Un paio di belle scarpe nere di pelle, eleganti ma allo stesso tempo sportive. Belle proprio, che mia mamma me lo disse che mica mi ci potevo presentare, alla discussione, con le scarpe da ginnastica. Allora mi comprò queste scarpe della geox, belle, che le mettevo solo in certe occasioni, diciamo storiche. Tipo la laurea. Ma anche in certi giorni col sole che andavo a bere un martini al pantheon, con Barbara, che dicevamo oh, ci si veste eleganti, ce ne andiamo al pantheon a bere qualcosa, ci sediamo di fuori, poi scappiamo senza pagare, ok? Ceeeerto.
Insomma queste bellissime le ho distrutte, schiantate sotto il peso di centinaia di ore di lavoro, sotto il peso mio e dei vassoi carichi di piatti. Ho spaccato la suola. E non me lo perdono. No. Se penso all’iter, diciamo, di questa scarpa storica, non me lo posso proprio perdonare. Una scarpa inaugurata con una ridondante lode, che ha calpestato pavimenti lastricati di inestimabile valore, che mi ha dato sicurezza e scatto al momento opportuno. Che non mi ha mai tradito, mai una volta che si sia slacciata in corsa provocando quei ben noti ruzzoloni che tutti conosciamo. Mai. Ed io l’ho tradita. L’ho usata. L’ho umiliata nelle pozze oleose della cucina e del kichen porter. L’ho fatta marciare ubbidiente ai comandi di un quaquaraquà che si sente qualcuno solo per il portafogli gonfio che gli preme sul petto. L’ho infangata per denaro e tenuta dentro armadietti di metallo maleodoranti, fino a sfinirla, fino a spezzarene la suola stanca, fino a corrompere quella felice elasticità che le era propria. L’ho fatto. Non posso più tornare indietro.
Ma voglio rimediare. Ho capito. Sto capendo, credo, di aver sbagliato. Certe volte lasci che le situazioni in cui sei immerso ti plasmino, decidano per te, guidino le tue scelte, il modo stesso in cui vedi le cose. Certe volte hai bisogno di una specie di trauma, di uno scossone forte, di un amico che ti dice fottiti, non sei più lo stesso. O di un’immagine che ti illumina, che ti fornisce la chiave interpretativa adatta, che ti parla di te francamente. Io ho visto queste scarpe rotte. Ho visto queste bellissime ricoperte di ogni schifezza e per giunta spezzate nel loro punto d’orgoglio. La suola, l’essenza della scarpa, l’origine di essa, l’anima e la ragione stessa del suo esistere. Allora le raccolgo. Me le stringo al petto. Solo adesso le riconosco. Non tutto è perduto, penso. Non tutto è perduto. Trovo una busta buona, di cartoncino, ce le infilo dentro. Me le porto a casa. Le lucido, tiro via lo sporco da sotto le suole ferite. Il giorno dopo, che è un giorno triste ma alcuni raggi di sole dicono che forse cambierà, il giorno dopo vado alla ricerca di un calzolaio. Dico ci sarà pure, qua, un calzolaio di quelli che in Italia li trovi nei supermercati, con gli sgabelloni rossi alti, la macchina per fare le copie delle chiavi, quei posti là, insomma, che in Italia ce li abbiamo ancora. Ne trovo uno. Pure lui fa le chiavi, oltre alle scarpe. Mi fa un discorso, questo qua, che non lo capisco bene. Questo ragazzotto mi fa un discorso più o meno sulla cattiva qualità delle scarpe che gli ho portato. Dice che le suole sono tutte bucherellate, per questo si sono rotte. Oh, queste sono le mie geox, gli vorrei dire, queste traspirano e c’hanno una tecnologia che te te la sogni, amico mio, e mi dispiace che ‘ste cose non le sai, proprio te che fai ‘sto lavoro qua, che le dovresti sapere più di tutti. Amico mio, eh, sapessi, queste scarpe qua dove mi hanno portato, sapessi. E quello che hanno visto, eeeeh. Ma che ne sai, te, gli vorrei dire. Poi parla per primo lui. Dice che perderebbe il suo tempo e io i miei soldi. E non si rende conto che mi dà una delusione terribile. Fai la mossa, cazzo, fai finta che almeno ci provi, no? Ma dove sono finito, cazzo. Dove sono finito, penso, che qua questi sputano su ai soldi che gli stai offrendo, ma che razza di scimuniti. Provaci a dargli una mano di colla rapida attaccatutto, poi non lo sai mica, magari resiste, magari. Ma non posso demordere, così, al primo fallimento. Non adesso. Allora comincio di nuovo a girare per questo quartiere che è Rathmines, posto dove vivo da alcuni mesi, quasi casa, posto dove dovrò pur incontrare un animo gentile disposto ad aiutarmi. E la sera scende. E il traffico aumenta. Le luci colpiscono l’iride, rosse dei semafori e degli stop, abbaglianti delle macchine, colorate dei take-away. Un altro centro commerciale, è quello che mi serve. Mi faccio strada, tra i pacchetti e le borse enormi delle signore versione shopping. Mi faccio strada, odoro l’aria alla ricerca dell’olezzo forte e penetrante della colla, della gomma, delle solette sudaticce e umide di centinaia di scarpe in attesa di essere riabilitate. Poi mi appare, umile e forte, grembiule blu scuro, grandi occhiali spessi, le mani di quelli che le mani le sanno usare. Mi avvicino al bancone. Siedo sullo sgabellone classico. Raccolgo le idee, alzo gli occhi. Prima di parlare lo fisso con aria decisa e solenne. Voglio la sua attenzione. Voglio che capisca che la questione è della massima importanza. Che sappia il peso e le conseguenze di un suo si e di un suo no. Fatto. Guardato. Trasmesso. Adesso le parole sono solo una conferma a tutto quello che già sa. E mi fa aprire il cuore quel suo sguardo rassicurante da artigiano. Che dice ti sei messo nelle mie mani, ti sei messo in quelle giuste. Che io faccio l’artigiano, cioè sono una razza in via di estinzione, una specie protetta, io e pochi altri, gente che ancora ha il perfetto controllo del prodotto del proprio lavoro. Gente che lo sai perché non è finita in una riserva del wwf o in qualche specie di laboratorio? Perché è gente, questa, alla quale io appartengo, è gente che è capace di prendere quelle scarpe sfasciate che tieni lì, quel groviglio di gomma e cuoio e pelli trattate, e senza la mediazione di formule o riti magici, senza nient’altro che l’uso agile e sapiente delle proprie mani, a quelle cose là gli dà vita e pensiero, anima. Ai capito ragazzo mio? Cazzo mi viene da piangere. Tu che lavoro fai? Mi dice. Dico cameriere. Allora, dice lui, allora dopo che c’ho messo le mani io, tu a queste scarpe gli insegni un paio di cose, i numeri dei tavoli, a servire il vino, a spinare il pesce. Poi le lasci fare e ti pigli una bella vacanza, ok my friend? Che queste vanno da sole, da adesso in poi.
Qualcosa di simile, qualcosa di molto vicino alla felicità.
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